La flessibilità dei tempi a favore di chi lavora

Un secondo versante di cammino politico riguarda invece chi ha già chiaro quale è il mix (di cura e lavoro retribuito) che vorrebbe e già si autorizza a immaginare un’altra organizzazione del lavoro, ma non riesce a produrre i cambiamenti che la realizzino. In questo caso, si tratta di trasformare le forze delle singole in forza collettiva, come diceva Luisa Muraro all’ultima agorà.

Proviamo a fare qualche passo avanti su questo secondo versante.

Organizzazione del lavoro vuol dire tante cose, la principale, lo scoglio su cui si infrangono le politiche di conciliazione è quello che concerne l’orario di lavoro.

Sappiamo infatti che la flessibilizzazione dell’orario e/o la sua riduzione, anche minima, sono i fattori considerati essenziali per la riuscita del Doppio sì da chi ha dei bambini da tirare grandi.

Ma è altrettanto essenziale per le aziende mantenere il governo del tempo di lavoro

Secondo me, questi cambiamenti dell’orario di lavoro, soprattutto se riferiti ai c.d. lavori cognitivi, di responsabilità, hanno in sé un grande potenziale trasformativo dell’organizzazione del lavoro purchè siano accompagnati da una grande forza e/o da un contesto illuminato, tali per cui, nel passaggio a diverso orario, la professionalita della lavoratrice rimanga integra o, meglio ancora, nelle condizioni di svilupparsi.

E’ una questione di rapporti di forza e la singola (o il singolo) purtroppo è al momento totalmente sola nella contrattazione di un diverso orario; così come è isolata la lavoratrice, a cui hanno sì concesso il part time e/o un orario flessibile, ma a cui hanno poi svuotato di contenuto professionale le attività.

Arriviamo quindi al nodo dei nodi, e cioè: quali sono le alleanze possibili per modificare l’organizzazione del lavoro ?

Abbiamo oramai assodato che la flessibilità nell’interesse di chi lavora non si presta facilmente all’approccio di un governo collettivo, così come concepito tradizionalmente dal sindacato.

Va quindi percorsa una strada nuova, cercando di unire le forze di tutte e tutti coloro che vogliono modificare l’organizzazione del lavoro, in particolare mettere in atto azioni e contrattazioni  innovative sul versante della flessibilità dei tempi a favore di chi lavora (quello che in Francia viene chiamato “temps choisi”).

In questo io credo che le madri (e i padri consapevoli) possano essere potenzialmente trainanti, la punta di diamante, come ha detto R.  all’Agorà del 30, per un cambiamento che dovrebbe coinvolgere tutte e tutti.

La domanda giusta è allora quella posta da M.: a chi interessa che venga modificata questa organizzazione del lavoro?

Voi cosa ne pensate?

Maria Benvenuti

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Negoziamo il “lavoro per la vita”!

Salve” belle menti pensanti”…

Partendo dalla mia esperienza personale scrivo quanto segue. Alla  dissennatezza dei luoghi  di lavoro (che  per me è anche  mobbing e violazione della mia vita privata) ma direi principalmente delle persone che ci lavorano, nei luoghi di lavoro ho frapposto “la potenza dell’esserci  e di esistere”. Con forza, determinazione, rigore mi sono opposta ai tentativi di umiliazione e sottomissione e con il mio comportamento coerente ho cercato di testimoniare una diversità di modelli di pensiero e comportamento.

Ho iniziato a lavorare subito dopo la scuola e a 17 anni mi sono adattata a più lavori con il criterio che riuscissi a farli, che fossero onesti, che fossero luoghi che non ledessero la dignità umana: ho lasciato un posto fisso in un asilo nido e un lavoro commerciale di rappresentante, passando le mille difficoltà e frustrazioni del precariato. Ora ho una nipote avanguardista che aveva trovato un posto fisso in un ufficio amministrativo come segretaria che mi scrive in una email di risposta di come va il suo lavoro: “io mi sono licenziata e quest’anno seguirò il campionato f3 spagnolo, il campionato porsche carrera cup, il campionato gt italiano, farò la rassegna stampa x un pilota colombiano e farò l’inviata per una trasmissione televisiva…. poi a novembre speriamo che non finisca il tutto!! qui tt bene!! scusa se scrivo di fretta ma ho mille cose da fareeeeeeeeeeeeee. Ciaoooooooooooooe a prestooooooooooooooooooo”.

Ho fatto  tesoro dell’esperienza di mobbizzata  in un precedente luogo di lavoro e ora resisto ostinatamente e mi difendo con ogni strumento possibile  mentre nel precedente  posto di lavoro erano riusciti a licenziarmi. Il luogo di lavoro e’ davvero uno spaccato di società,  sono fiduciosa che sia questione del necessario tempo perché le cose cambino radicalmente. “La natura fara’ il suo corso” mi dico per farmi coraggio e consolarmi, sfegatata ecologista come sono… Io mi porto con me costantemente un bagaglio di malesseri fisici, appartengo alle  categorie protette (ma comunque con non poco residuo di salute) e una vicenda familiare d’origine che sto sistemando, togliendomi la soddisfazione di star bene, la sfortuna di avere un ex compagno che mi crea ancora problemi. Non e’ facile sicuramente e dato che non mi manca rabbia in corpo che sostenga una certa grinta , ho il buon senso di tenermi culturalmente vivace e chiedere aiuto la dove non riesco a fare da sola.

Avevo  ammassato una certa dose di insofferenza e stanchezza  in particolare nei confronti del lavoro. Partecipare all’Agorà mi ha permesso prima in me stessa di sgrovigliare nodi e sbloccare l’immaginario del mondo del lavoro sollevandomi lo spirito. Mettere in comune, scambiare idee arricchirmi della rendita acquisita dalle altre che  prima di me  hanno creato una straordinario sapere sapiente mi fa sentire partecipe di un cambiamento epocale, ci conto!

Riguardo l’imparare a negoziare (facendosi riconoscere come interlocutrice) mi interessa ma non disdegnerei anche un nuovo modello di rappresentanza che davvero mi rappresenti. La sfida di una “naturalita’ del lavoro è davvero per me un mito.. Vorrei che ne parlassimo. Il lavoro per la vita:  è questa la formula che più mi si addice.

Arrivedervi da Fabiola

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Una storia di paternità: quando gli uomini lasciano fare carriera anche alle loro compagne

Voglio accennare alla storia di paternità di un mio collega per avvalorare la tesi che anche agli uomini può piacere la cura dei figli e che il livello di responsabilità che assumono può essere simile a quello delle madri. Ho mostrato quello che avevo scritto al collega e alla moglie che pure conosco  ed ho ricevuto qualche correzione e qualche commento. Descrivevo lei come spesso lontana da Milano per lavorare in un’altra città e lui perfettamente in grado di occuparsi del figlio, da quando il bambino aveva un anno e mezzo e ancora oggi che ne ha nove, ma non potevo conoscere i sentimenti che li hanno accompagnati in questa avventura a tre, sui fronti delle reciproche relazioni, della fatica personale e dell’impegno verso la carriera, su quello del confronto di ciascuno con i suoi propri desideri e con i giudizi su se, e questo rende le cose molto più complicate di come le posso descrivere. Abbiamo concertato che facessi un racconto liberamente.

I miei amici si preoccuparono dell’esperienza che avrebbe fato un figlio nel caso in cui uno di loro avesse dovuto allontanarsi sovente da casa, dal momento che entrambi avevano una carriera da affermare in ambito universitario. il che vuol dire andare ad abitare dove ti capita di ricevere un posto. Lui: “ Ne parlammo con il nostro medico antroposofo, ci disse che l’importante era che ci fosse un genitore sempre presente, il fato ha deciso che fosse la mamma a spostarsi e sono stato io a restare a casa, in effetti è raro che sia una donna a viaggiare per lavoro e un uomo ad essere sempre vicino al figlio. ”

Lui: “ Quando i treni ci mettevano 4 ore e mezza per andare a Roma, lei stava via 2-3 giorni una settimana si e una no, ma Il periodo più brutto è febbraio, marzo, aprile e maggio, perchè tiene i corsi e quindi deve andare tutte le settimane a Roma.E’ l’unico periodo così intenso; poi la sua presenza (grazie anche a  internet) non è così pressante. Ora con l’alta velocità ci mette solo 3 ore, a volte (con grandi sacrifici personali) riesce ad andare e venire in giornata…”.

Lei:   “Cercavo di concentrare tutto il lavoro a Roma in uno o due giorni ed essere poi a casa, alzandomi spesso all’alba e rientrando con i treni a sera tardissima. Facevo i salti mortali per essere presente in università ma anche a casa, sentendomi spesso in colpa in entrambe le posizioni. In altri termini, quando ero a Roma pensavo a mio figlio e quando ero con lui pensavo a tutto quello che dovevo fare per l’università. Poi ho imparato ad essere più presente a me stessa, al bambino e alla vita …  “. Ci eravamo parlate a Roma anni fa, dopo il Convegno, come sempre, tutti scappavamo a casa nelle nostre città, il suo bambino era piccolo e lei restava, io ero impressionata dalle sue sere lontana dalla famiglia.

All’università vedevo il marito: ad una cert’ora se ne andava, a volte tornava, a volte no, ma non c’era mai nella seconda metà del pomeriggio in cui molti, specie i giovani, si attardano; allo stesso modo arrivava al mattino ben prima che gli uffici si animassero. “ Ho un riferimento teorico di cui posso sempre approfittare, se il bambino non è malato, abbiamo una colf dalle 13 alle 17 ma ho sempre cercato di stare vicino a mio figlio, facevo di tutto per andarlo a prendere alle 13, quando usciva dall’asilo e ora da scuola”. Mi diceva che lo accompagnava a giocare con gli altri bambini nel pomeriggio, che alle feste restava lì, sempre tra le madri degli altri…”. Il lavoro universitario permette di recuperare a casa la sera, il mio amico le passava tutte a lavorare in questi anni, dalle 20 alle 24, quando il figlio dorme.

Qualche emergenza l’ho vista, qualche volta il bambino era in ufficio, dal corridoio si sentiva la voce, l’impressione che ho discusso con una o due colleghe era che venisse sfidato un tabù in entrambi i suoi comportamenti. La vita familiare, il lavoro di cura, entravano nel luogo pubblico, tempio della produttività e della maschilità, ed era proprio un uomo a sfidare la abituale censura di ciò che li sostiene. Penso che altri spazi accademici lontani, come i convegni e le corrispondenze telematiche abbiano permesso una carriera non facile da perseguire dove la personalità del collega era più visibile. “Questa è una cosa più milanese… a Roma scene come quelle che tu hai descritto se ne vedono di più… quella dell’Italia centrale è una società più aperta e tollerante su queste incursioni. Certo la telematica ha aiutato anche mia moglie: pur stando a casa lei riesce ad essere presente con le mail, con le telefonate, ecc.”.

Mi ricordo Laura Balbo negli anni ’70 fece una lotta feroce perché le riunioni obbligatorie tra professori avvenissero in orario scolastico, vinse dopo anni e per uno o due anni soltanto, i colleghi trovarono il modo di rimetterle verso sera oppure all’ora di pranzo.  Poco tempo fa una professoressa straniera si era candidata ad un insegnamento nella nostra facoltà, pur avendo casa nel suo paese, aveva tre figli (grandi), fu dato per scontato da chi doveva decidere che la candidatura non fosse credibile, per quell’esatto motivo.

E ancora: il mio innamorato, anni fa, aveva portato il suo bambino di cinque anni ad una riunione di lavoro perché l’aveva in consegna, come succedeva molti pomeriggi alla settimana, gli si dissero di non fare mai più una cosa del genere! Credo la salvaguardia del “tra uomini” e del “ fuori casa” sia il baluardo che rende difficile rendere pubblica la doppia presenza delle donne, deve essere esplicitata come volontà anche degli uomini. “ Infatti io ho diversi esempi di colleghi maschi che hanno impedito di far carriera alle loro donne, che avrebbero dovuto fare la vitaccia della mia (ad es. insegnare all’università di Bari ecc.), oppure alcuni colleghi mi hanno detto che per loro sarebbe impensabile la nostra situazione (non ho mai capito se dicessero in modo elogiativo oppure considerandomi un coglione).”

Lui: “Comunque c’è un aspetto trascurato: se è vero che gli uomini che lasciano far carriera ANCHE alle loro donne (perché io non ho rinunciato alla mia, infatti anche se con un po’ di ritardo sono comunque diventato ordinario) è un fatto nuovo, non dobbiamo dimenticare i costi che pagano le donne che decidono di far carriera: sono malviste dalle donne che carriera non hanno voluto/potuto farla e si portano dentro un forte senso di colpa per non essere vicini ai loro figli) come vorrebbero in un’età per loro molto delicata. Bisognerebbe aiutare maggiormente le donne a non sentirsi in colpa…”

Lei: Ringrazio molto il mio compagno per quello che ha scritto. E’ vero c’è stato un impegno personale altissimo da parte di entrambi.  Io ho fatto la mia parte con grande gioia, comunque.

Ti ringrazio molto per il tuo lavoro e il tuo impegno nel proporre nuovi stili famigliari. E questo io lo giro all’agorà.

Antonella Nappi

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L’accesso ai propri bisogni e desideri (prima riflessione)

Vorrei condividere con voi del blog dell’agorà del lavoro tre riflessioni che ho fatto sabato scorso al convegno “La rivoluzione possibile. Cura/lavoro: piacere e responsabilità del vivere” (Libera università delle donne, Libreria delle donne, Leggendaria/Gruppo del mercoledì, Unione femminile, Milano), sperando siano utili per i lavori della prossima agorà di lunedì 27.

L’accesso ai propri bisogni e desideri (prima riflessione)

All’agorà del 30 gennaio, è emersa chiaramente l’insensatezza di questa organizzazione del lavoro, perlomeno rispetto ai c.d. lavori della conoscenza.

Per come la vedo io, il cammino politico dovrebbe proseguire contemporaneamente su due versanti.

Il primo è quello di continuare nel lavoro di allargamento della consapevolezza. L’obiettivo è che ciascuna possa davvero avere accesso ai propri bisogni e desideri più profondi, sia rispetto alla propria identità professionale, sia rispetto a quella materna, in modo tale da capire quale è il mix di cura e di lavoro per il mercato che le restituisca la migliore integrità, la maggiore fedeltà a sè stessa. Mix che probabilmente varierà nel corso della sua vita. All’agorà del 30, Annalisa, una psicoterapeuta quasi quarantenne, ha detto: “Mi sembra che nella nostra società non ci siano i supporti che consentano il riconoscimento della maternità come istinto e come bisogno”.

Certo, non è che il primo passo: una volta compreso quale è questo mix, il lavoro su di sé, di presa di coscienza, ha bisogno di un ulteriore passaggio per arrivare a potersi dire: “un’altra organizzazione del lavoro è davvero possibile”.

Mi/vi chiedo: come possiamo aiutarci in questo cammino di presa di coscienza dei nostri desideri e bisogni rispetto al  lavoro di cura e al lavoro retribuito?

Maria Benvenuti

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Licenziabile in caso di gravidanza

Ogni volta che incontro giovani donne sento l’urto della loro rabbia. Hanno molta fretta, e non sopportano discorsi fumosi. Gli anni passano, e loro non riescono a fare un bambino come vorrebbero. Oggi si è diffusa la notizia del contratto Rai -azienda pubblica- con clausola di licenziabilità in caso di gravidanza. E’ la punta dell’iceberg di una situazione drammatica per le donne. Vorrei che l’Agorà tenesse più realisticamente conto di queste situazioni. Al giornale ho una giovane segretaria precaria con la bacheca piena di foto di bambini. Lei non può averne, perché andrebbe a casa. Queste donne vogliono che il paese sia governato dalle donne, fiduciose che così i loro problemi entrerebbero davvero nell’agenda politica. Non si può più girare la testa dall’altra parte.

Marina Terragni

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Una sentenza che deve fare storia: la casalinga è una lavoratrice ‘non dipendente’

Qualche volta arrivano anche delle notizie che allargano il cuore. Mi riferisco alla sentenza firmata a Venezia dalla Giudice del lavoro Margherita Bortolaso.

Il fatto: un poliziotto della questura di Venezia aveva chiesto un congedo dopo la nascita di una figlia con un grave handicap; il Ministero dell’interno (da cui dipende la polizia) glielo aveva negato con la motivazione che la moglie era una casalinga. Quindi, sott’inteso, la moglie era una persona che non aveva null’altro da fare che accudire la malata: non doveva fare la spesa, andare alla posta o in farmacia, cucinare, lavare, magari riposarsi un po’. No, era per definizione una persona “a totale disposizione”.

Il poliziotto ha fatto ricorso (bravo!) e qui il fatto importante è che sono entrate in gioco due donne che non hanno lasciato correre e alle quali va la mia riconoscenza: la consigliera di parità della provincia di Venezia, Federica Vedova, e la giudice del lavoro Margherita Bortolaso.

La giusta sentenza dice: il diniego del Ministero dell’Interno è illegittimo; il padre ha diritto ad avere il tempo che gli spetta per prendersi cura della figlia anche se la moglie è una casalinga perché – anche se molte persone pensano ancora alla casalinga come a una non-lavoratrice – nella realtà la casalinga è una lavoratrice ‘non dipendente’

Importante la definizione utilizzata dalla giudice: finora nella categoria di lavoratrici non dipendenti si includevano solo le lavoratrici autonome (artigiane, commercianti, coltivatrice diretta, parasubordinata, libera professioniste ecc.). Includere la casalinga diventa fonte di diritti (per la madre casalinga e per il padre) e di doveri da parte del datore di lavoro.

Nel caso del poliziotto il Ministero dell’Interno dovrà provvedere con un risarcimento, cioè “pagare al lavoratore discriminato un importo pari ai numeri dei permessi e alle giornate di congedo negate”, cioè 9.750 Euro.

La sentenza apre un varco molto importante: con questo precedente le casalinghe in maternità potranno chiedere ai loro mariti di ottenere congedi e permessi. Facciamolo valere.

Silvia Motta

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Vieni alla prossima Agorà per parlare di…

Negoziando si impara (e si può vincere)

Nell’ultima Agorà abbiamo sentito i racconti di giovani donne capaci e intelligenti, che lavorano, fanno (o non fanno) figli, che vogliono tempo per sé. Donne che vogliono negoziare una diversa organizzazione, valutazione, riconoscimento del loro lavoro.

Sia le dipendenti sia le “contrattiste” cercano tempi e modi di lavorare diversi da quelli che incontrano in un mondo del lavoro sempre più dissennato.

Cercano nuovi modi di rapportarsi con capi e cape, colleghi, dipendenti, sindacalisti e responsabili delle risorse umane di entrambi i sessi. Vogliono pensare a nuovi codici di comportamento che migliorino le relazioni e le pratiche quotidiane di lavoro.

Lavorare e vivere, lavorare bene e vivere bene. Di certo non hanno alcuna intenzione di “tornare a casa” per far fronte a un welfare al lumicino. Al contrario, vogliono imparare ad affermare i loro desideri e a negoziare in modo più efficace

Come far tesoro delle esperienze e individuare i nodi giusti per incrinare il muro di gomma?

Come fare per trasformare la forza e la determinazione di tante (e tanti) in una forza visibile e collettiva?

Invitiamo tutte e tutti a riprendere il discorso avviato nell’ultima Agorà per andare avanti e incominciare a trovare insieme strumenti concreti di cambiamento.

L’AGORÀ DEL LAVORO
per incontrarsi ribellarsi  progettare
accade a Milano
il 27 febbraio 2012 dalle 18,30 alle 21
Viale D’Annunzio, 15
tram 2 e 14 P.za General Cantore; 3 e 9 P.za 24 Maggio
metro 2 Sant’Agostino

 
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