A Milano è nata l’agorà

“Immagina che a Milano”. La carica utopica del pensiero femminile dà forma a desideri che superano i disagi e le contraddizioni del presente: la scommessa lanciata nel numero di dicembre di Via Dogana – intitolato per l’appunto “Milano città aperta” – è che qui possa nascere un luogo pubblico in cui il lavoro che cambia prenda la parola. Comunque vadano le elezioni amministrative, questa “agorà” sarà una piazza insieme concreta e simbolica, un appuntamento fisso, con una cadenza magari mensile: si potrebbe definire un po’ autocoscienza di massa e un po’ “blog in presenza”, scrivono le donne del “gruppo lavoro” della Libreria. Vi si svolgerà cioè uno scambio che tenga conto anche dei corpi, che proietti nel luogo pubblico i singoli soggetti, le storie di ognuno. Come quella di Valentina Dolciotti che ha 29 anni, lavora a Bergamo in una cooperativa sociale e firma l’articolo “Inespressa”. “Sono stanca e stufa di correre da un posto all’altro, stanca e stufa di relegare a momenti scartati, instabili e dondolanti le cose che amo di più. Primum vivere: tornare a me guardarmi dentro per capire cosa amo davvero, cosa vorrei fare…”. Se come dice Valentina “non ci può essere trasmissione senza relazione”, ecco la funzione dell’agorà del lavoro come luogo d’elezione per un confronto fra generazioni diverse di donne. Perché è vero che le più giovani “sono assai disponibili a raccontarsi (che non è la stessa cosa del partire da sé), a discutere, magari a fare uno o due incontri” ma vanno veloci, non si ritrovano nelle modalità politiche del femminismo storico. Il tema del lavoro potrebbe, dunque, essere “un buon punto di incrocio”, per superare quelli che a volte sembrano abissi di incomprensione fra due generazioni. Tanto più che proprio l’esperienza delle giovani spesso resta opaca, indifferenziata, nascosta dietro la parola “precario”.

L’agorà milanese è soltanto l’ultima proposta di una riflessione che il “gruppo lavoro” ha iniziato da tempo e che è confluita nel manifesto di Sottosopra “Immagina che il lavoro” presentato e discusso nell’ottobre del 2009 in una trentina di città italiane. Un foglio denso di spunti che affrontava il tema del lavoro in tempo di crisi e dell’arte ineliminabile della “manutenzione dell’esistenza”, quel lavoro senza nome, invisibile nel Pil che sanno fare soprattutto le donne, quel “sapere” della quotidianità che può essere una leva per cambiare il mondo dell’economia. Perché non sono i tempi e i desideri delle donne inadeguati al mercato del lavoro ma è il lavoro così com’è organizzato che è lontano dalla vita di tutti, uomini e donne. Si riaffermava anche con forza la politica del “doppio sì”, ovvero la volontà di dire sì al lavoro e sì alla maternità senza sentirsi obbligate scegliere e senza venire per questo penalizzate o emarginate. Il quaderno dedicato a “Il doppio sì” (2008) era nato proprio dalle esperienze delle donne che avevano deciso di ridurre l’orario di lavoro per stare vicine ai figli, come gesto per certi aspetti sovversivo di “libertà femminile”. Prima ancora era stato il quaderno “Parole che le donne usano per quello che fanno e vivono nel mondo del lavoro oggi” (2005) a  sfatare la trappola della superdonna autosufficiente, interrogandosi sulla difficoltà femminile alla contrattazione economica e approfondendo la relazione ambivalente con il potere e la carriera.

Giovanna Pezzuoli

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Una risposta a A Milano è nata l’agorà

  1. Maria Grazia Campari ha detto:

    Perchè mi trovo fra le sostenitrici dell’Agorà. Perchè, secondo me, risponde all’esigenza sentita di rompere l’isolamento, ritrovare o inventare nessi possibili fra sessi e generazioni, fra precari e presunti garantiti, per per elaborare un comune linguaggio che ci aiuti nella conoscenza, che ci permetta di elaborare e, possibilmente, perseguire iniziative capaci di disfare la rete soffocante delle preminenti esigenze mercantili. In particolare per mettere a tema la sottrazione di possibilità al lavoro delle donne, di risorse alle loro esistenze.
    Mi propongo di esaminare con altre/i interessate/i modalità di contrasto alla controriforma del diritto del lavoro che tanta parte ha avuto nel determinare lo stato di cose presenti. Fra le tante possibili, coltivare l’ipotesi dell’auto rappresentanza dei soggetti in carne e ossa capace di farne i protagonisti delle scelte che governano il loro destino.

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