E’ accaduto ieri, 23 maggio, la prima agorà del lavoro a Milano

Eravamo in molti (almeno 300), donne e uomini,  adulti e – parecchie e silenti, ma con facce vive – giovani. Molti milanesi, ma anche non (Torino, Bologna, Reggio Emilia, Pescara, Brescia…). La  presa di parola è stata facile, fluida, una grande disponibilità a esserci, a esprimersi, a partire da sé piuttosto che dalle proprie appartenenze. Pochi i toni ideologici, nessuna propaganda, nessuna concentrazione su “nemici”, reali o presunti. E’ prevalso il riconoscimento generalizzato al bisogno di connettersi. E al concept da cui tutto era partito: che il lavoro di cui vogliamo parlare è  “tutto il lavoro necessario per vivere”. 

Tanti, i temi messi in campo  – lavoro di cura, condivisione, tempo, precarietà e svalorizzazione ma anche voglia di autonomia, “modello orizzontale” contro la fatica della competizione, piacere del lavoro, perché i giovani non si organizzano?, portare la cura nella produzione.. – non tutti sufficientemente sviluppati, non c’era tempo. Per qualcuno/a questo non è stato un problema perché c’era voglia di tenere aperto il discorso, di ripartire da lì la prossima volta. Per altre ed altri, forse più impazienti, c’è stato un senso di dispersione: e allora? e poi?

Sul “cosa stiamo qui a fare?”,  ho registrato due atteggiamenti:

1. la politica che accade – l’”impollinazione”, come uno l’ha chiamata – sta nel fatto stesso che siamo qui, che ci stiamo incontrando. E’ qui che, se si hanno antenne politiche, possiamo capire e veder germinare qualcosa. Non serve quindi definire  “obiettivi politici” da darci verso l’esterno, e fuori da noi. Stiamo su questo luogo, su questi incontri, diamogli valore, capiamoli e facciamoli vivere.

2. vogliamo che si “coagulino”, che prendano forma delle parole, temi, azioni, su cui possiamo  concentrarci e  lavorare insieme; che vogliamo comunicare e far valere anche “fuori” di qui. E’ possibile farlo in assemblea o è meglio organizzare dei gruppi di lavoro? Quello che è passato tra noi stasera è pieno di “semi”, ma non mi basta…

E voi, cosa pensate?

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9 risposte a E’ accaduto ieri, 23 maggio, la prima agorà del lavoro a Milano

  1. giordana masotto ha detto:

    Sono contenta di quello che è accaduto a Milano ieri sera: la prima Agorà del lavoro.
    Perché eravamo tantissime donne e vari uomini. Perché ce n’erano molte anche da altre città, incuriosite e desiderose di prendere ispirazione e tenersi in contatto.
    Lo spirito dell’agorà c’era tutto: la voglia indomita di incontrarsi e parlarsi, una diffusa sensazione che è arrivato il momento di dare corpo alle parole, di farsi sentire e farsi vedere.
    Inevitabile la quantità dei temi che, come spesso ci accade, puntavano altissimo: dalla ricerca del piacere alla rifondazione del diritto, dallo scippo del tesoretto e del part time alla necessità di inventare nuove forme di lotta.
    Un gran carico di stimoli. Stimolante spesso, ma anche faticoso quando rivela l’ansia di definire la meta e i tempi del viaggio invece di tenere l’attenzione e la mente aperta all’andare, agli incontri, ai panorami (e perdonate la banale metafora, credo indotta dal caldo).
    Io ribadisco che il gesto politico è avvenuto lì, facendo accadere l’agorà, raccogliendo (spero sempre di più) il desiderio, il bisogno impellente di dar voce e corpo (insieme e nelle diversità) a ciò che viviamo e pensiamo e trovare il modo per “farlo valere”.
    non cerco un gruppo omogeneo, cerco un pensare collettivo, un luogoin cui si coniuga la libertà del singolo con la possibilità di agire come soggetto plurale.
    ciò non toglie che bisogna scegliere come andare avanti. Mi piacerebbe che ci scambiassimo qui pareri e desideri proprio per capire insieme come affrontare la prossima agorà.
    giordana masotto

  2. anna m. ponzellini ha detto:

    Ciao. Sono molto d’accordo sul resoconto della serata che è stato postato. Anch’io ho avuto l’impressione che si respirassero due attese diverse: quella della politica che “accade nell’incontro..” e quella del “discutere per temi, costruire azioni..”. Io mi sento un po’ tra le due. Da un lato, sono sicura che l’Agorà farà nascere proposte, azioni, movimenti (d’altra parte è con questa speranza che l’abbiamo promossa, no?). Dall’altro, credo che sia troppo presto per enucleare temi e metter giù piattaforme: ciascuna e ciascuno di noi – a maggior ragione se fa già politica dentro gruppi e associazioni – di elenchi di temi, di proposte, di piattaforme ne ha già fino a mai nei cassetti. L’Agorà non può essere il punto di mediazione tra queste elaborazioni e queste proposte, vogliamo molto di più. Secondo me adesso è il tempo dell'”ascolto fine”. Di noi e delle altre/altri. E’ il tempo di cercare un filo. Per esempio nel Gruppo Lavoro della Libreria, di cui faccio parte, il filo è partito dal “doppio sì” e subito è apparso chiaro che si doveva parlare “di tutto il lavoro necessario per vivere” e anche che “un’altra organizzazione del lavoro è possibile..”. Vorrei che anche nell’Agorà del lavoro a Milano trovassimo insieme un filo da cui far procedere – non secondo un elenco di temi, me la immagino più come una “stella”, una messa a fuoco da cui tutto si sprigiona – tutte le nostre intuizioni e parole nuove. E le azioni che ne verranno.

  3. GIOVANNA GALLETTI ha detto:

    C’è un esercizio che faccio sempre, in genere in relazione a qualcun altro/a: riconoscere e nominare i 3 momenti che hanno contraddistinto un’esperienza appena vissuta. è come dare una forma diversa al tempo rintracciando quegli istanti in cui accade qualcosa in cui si sintetizza quell’esperienza, quel qualcosa che rimane, quel fatto compiuto che non si scorda.
    e allora provo a nominare i miei ( e mi piacerebbe raccoglieste l’invito del gioco che tanto gioco non è..)
    1. trovare in una scatola all’ingresso della sala Facchinetti dei disegni di Pat Carra e ritrovarmi fra le mani “DIRETTORA D’ORCHESTRA CERCA ORCHESTRA PER CAMBIARE MUSICA”. l’agorà mi si apriva così.
    2. provare un certo disagio ad una delle prime domande “cosa farne del lavoro dell’agorà, chi sono gli interlocutori?”. domanda che mi ha fatto pensare: se esiste una risposta a questa domanda qui non accadrà nulla di nuovo e, per fortuna, non ci sono state risposte
    3. accorgermi che tutto questo stava accadendo a Milano che pur essendo la mia città non mi ha mai vista coinvolta direttamente in un progetto di questo tipo pur avendone sviluppati molti in altri luoghi con il filo comune di voler incidere la realtà creando altro da quello che già esiste.

  4. Silvia Motta ha detto:

    Desidero esprimere anch’io, per prima cosa, la mia contentezza. Eravamo tante all’Agorà (pochini i maschi), abbiamo brindato, abbiamo parlato, gli interventi si sono susseguiti senza sosta.
    Mi sono segnata alcune parole ricorrenti: “condividere”, “contaminarsi”, impollinare/impollinarsi”, “connettere”, mettere insieme”, “mettere insieme vita e lavoro”.
    Come dice Giordana, il gesto politico è già avvenuto facendo accadere, nei fatti, connessione e condivisione.
    Certo, non basta che qualcosa di nuovo nasca: bisogna farlo vivere e crescere. Con la stessa cura, attenzione, amorevolezza di cui c’è bisogno per un neonato.
    E anche chiedersi come andare avanti. Su questo punto quello che per ora mi sento di dire è che dovremmo uscire dalla trappola dell’ “o-o”, ovvero dalla contrapposizione delle esigenze. Io mi riconosco sia nel bisogno di scambio e approfondimento dei contenuti, sia nel bisogno di visibilità-incisività sulla scena pubblica. Perchè l’Agorà è un’iniziativa politica.
    Il prossimo Agorà è tra un mese: abbiamo tempo di pensarci, scambiare opinioni e idee operative.

    Silvia Motta

  5. lorenza zanuso ha detto:

    Ieri ho incontrato molte persone che mi interessano, con cui ho potuto scambiare qualcosa: in trecento nella piazza pensante e anche – prima e dopo e fuori – negli scambi a due, a cinque, a gruppi.
    Trovarsi è già stato un accadimento in sé, e credo lo sarà anche la prossima volta.
    Uno dei fili conduttori che ho percepito è stato quello del tempo di lavoro. Il tempo soffocante della (divisione del) lavoro fordista; il tempo troppo avido o troppo vuoto del lavoro autonomo o intermittente; il tempo inesistente della “conciliazione” e quello troppo dispari della “condivisione” (c’è poco da condividere con chi vede solo il lavoro salariato). E poi il tempo biografico del dopo-pensione, quello per perseguire “davvero” interessi e vocazioni… Nessuno, in questa città, sembra più star dentro felicemente alla scansione dei tempi quotidiani e biografici del lavoro, così come sono regolati attualmente. Quello della contrattazione/regolazione del tempo di lavoro – e dei tempi di pagamento del lavoro – mi sembra uno tra i temi possibili su cui connettere le forze, le idee, le innovazioni, le comunicazioni, il sostegno reciproco, la protesta, la ribellione.

  6. giovanna pezzuoli ha detto:

    Anch’io ho sentito una corrispondenza tra quello che desideravo e mi aspettavo e quello che è accaduto. Ho notato con piacere l’assenza di qualsiasi protagonismo o atteggiamento ideologico, c’era la voglia sincera di produrre un cambiamento insieme, esprimendo passioni e dubbi (e senza farsi intrappolare nella pura narrazione personale). Ho percepito contributi intensi e sinceri e certamente, come hanno già detto altre, bisogni ricorrenti (per esempio la riflessione sul rapporto cruciale tempo della vita/tempo del lavoro) però, dopo un paio d’ore, ho avvertito anche un leggero disagio e ho colto segnali di minore attenzione, sedie vuote eccetera (vabbé era pure caldo!), ma mi sono chiesta come mai? Forse un “eccesso di pensiero” dove mancavano un po’ i fili… Condivido quello che hanno scritto Anna e Silvia: non deve esserci un aut aut, o ricerca di senso nel qui e ora oppure spinta verso proposte e azioni visibili all’esterno e in ogni caso, ci vuole pazienza, sono d’accordo. Altrimenti cadremmo in proposte vecchie, ma uno sforzo di elaborazione per individuare anche da subito direzioni possibili secondo me può esserci d’aiuto.…
    Giovanna Pezzuoli

  7. donatella ha detto:

    Non ho potuto essere con voi, spero la prossima volta. E nella mia impossibilità c’è tutto un già narrato del “lavoro necessario per vivere”: quanto mi sarebbe costato organizzare ciò che ho intorno e dentro e farmi 500 km per essere con voi?
    La verità è che da un lato spero che Agorà resti ciò che è stato ed è il femminismo (libera elaborazione) e dall’altro sento e credo necessario un cambiamento del quale provo a parlare.
    Produrre un possibile nuovo per me vuol dire riconoscere che non possiamo affidarne ad altri la realizzazione: abbiamo già visto come la politica seconda, compreso il sindacato tutto, non registri quasi niente se non le pari opportunità. La mia presidente di Regione, Catiuscia Marini, nel corso di un incontro a Orvieto con Alessandra Bocchetti e Marina Terragni sul tema del Governare, ha ribadito la necessità di strumenti di pari opportunità per la riduzione delle disuguaglianze sociali e le esclusioni. Al momento mi è parsa essere una buona sintesi tra ciò che ha detto Bocchetti (usare quelle politiche per contenere gli uomini) e la necessità di tradurre il tutto in politiche di governo. A distanza di venti giorni sta riemergendo tutta la mia sfiducia nel femminismo di stato che non ha saputo, ma secondo me neanche voluto porre una relazione concreta fra le proposizioni e i fatti. Nelle istituzioni siamo ancora al “porre la questione” mentre le organizzazioni nemmeno restano ferme su vecchie concezioni ma le peggiorano, se possibile. Ancora ci si chiede se valga la pena promuovere una donna se poi si comporta come o peggio di un uomo, o si rinuncia a valutarne negativamente l’operato, quando lo è, per via del sospetto della misoginia. Nel frattempo non si muove un passo, mentre la mia vita peggiora di giorno in giorno, mentre al mio lavorare, tanto e bene, corrisponde una sorta di sussidio, più che uno stipendio, lo stesso che percepisce chi, a fianco a me, non lavora, è assenteista etc. e minore di quello di ciascuno degli uomini presenti nella mia organizzazione e delle donne fedeli agli uomini.
    Mi è venuto in mente di proporre un nuovo modo per assegnare incarichi retribuiti ai dipendenti pubblici. Quegli incarichi sono la vera e più consistente spesa per la retribuzione dei pubblici dipendenti (dirigenze di diverso tipo, per intenderci) e vengono attribuiti con logiche profondamente discutibili come le appartenenze partitiche e simili. La mia idea sarebbe di fare un bilancio delle competenze ai dipendenti del mio ente e cominciare a vedere nel concreto e non solo nei titoli formali, cosa potrebbe cambiare nel salario delle donne. Mi sembrava una buona idea da proporre in una Regione illuminata come l’Umbria che ha costituito un comitato scientifico di esperte femministe che hanno il compito di illuminare, appunto, le politiche di governo di questo territorio. Così ne ho parlato con chi ha l’incarico di coordinare tutte queste attività e mi sono già sentita rispondere che no, io non comincerei da noi, non si fa, dobbiamo pensare alle donne della regione, alle disoccupate. Ho provato a insistere dicendo che ne va della credibilità di chi va a parlare loro pubblicamente, di dimostrare che al proprio interno non si trattano le donne brave e competenti come se non lo fossero lasciando intatto il vantaggio maschile. Mi è stato ribadito che no, io non lo farei. Vi risparmio le mie più personali considerazioni ma pongo alla vostra attenzione il quesito che ne deriva: come possiamo sperare in un cambiamento se chi ha il compito di realizzarlo è più interessato allo status quo? E’ sufficiente elaborare pensiero e non avere una relazione più stringente con ciò che accade? Come possiamo vincolare la politica seconda a ciò che osserviamo? Può essere una strada plausibile, quella che sto cercando di percorrere per stare un po’ meno male e che consiste nel disinvestire nel mio lavoro che mi ruba la vita? Perché alla fine viene di pensare proprio questo e cioè che spetti a noi, soggettivamente, di commisurare il “sussidio” all’impegno.
    Lo stesso problema posto ad una sindacalista ha avuto come esito l’invito a pensare a chi sta peggio. Tanto per cambiare e tanto per non sporgerci mai verso un possibile meglio.

  8. pinuccia barbieri ha detto:

    Io sono contenta del 23 maggio: per le donne e gli uomini che sono venute/i all’Agorà, e per come si è sviluppato l’incontro. Però.
    Avevo scritto Perché voglio l’Agorà e cosa mi aspetto, iniziavo dicendo NON SOLO LA DESIDERO, MA LA VOGLIO. Fra le altre cose avevo indicato: Voglio dare a ciò che si muove qui a Milano, e nelle varie regioni, e in molte città, una virata verso uno sforzo comune per creare visibilità allargata a quanto è stato fatto e quanto stiamo facendo, per esserci qui e dare vita insieme ad un altrove.
    Mi ribello a una comunicazione che ci ignora, voglio che la goccia di informazione che qualche volta ci viene elargita diventi un torrentello e poi una cascata.
    Purtroppo, anche stavolta per la prima AGORA’, è arrivata una goccia. Apparsa sul Corriere della sera del 22 maggio 2011

    Pinuccia Barbieri

  9. alberto leiss ha detto:

    Care amiche e pochi amici, anch’io contento di esserci stato e desideroso di tornarci – a proposito, nel blog non mi pare ancora evidenziata bene la data del 20, prossimo appuntamento – penso che va ripresa l’idea circolata di “lasciarsi impollinare” e impollinare altri a nostra volta. Il che vuol dire, credo, anche ascoltare, soprattutto le cose che li per li non ci convincono. A me non aveva molto convinto la proposta di Sergio Bologna di andare subito a fare una manifestazione in piazza Duomo. Poi ho visto che ha inviato via mail anche una proposta “tecnicamente” più dettagliata e rivolta soprattutto ai lavoratori “free lance” – sui quali è anche appena uscito un suo libro. Penso che questa sua proposta andrebbe comunque segnalata sul blog, e che valga la pena anche di discuterne con lui. Mentre scrivo sono anche molto contento del voto di Milano, di Napoli, di tante altre città italiane. Ho sempre pensato che era una sciocchezza quella della “mutazione antropologica” indotta da Drive in o altre diavolerie mediatiche del Cavaliere. Le persone che lavorano, cittadini e cittadine, cercano proposte politiche, donne e uomini credibili. Tra queste credo anche molti dei lavoratori e lavoratrici autonome di cui ci parla Sergio. L’Agorà del lavoro può essere un luogo prezioso dove ci si scambiano parole e punti di vista utili a tutti coloro che poi hanno anche azioni da svolgere in diversi contesti. Non voglio peccare di ottimismo, ma si tratta anche di sintonizzarsi con qualcosa che forse sta accadendo, di un dire basta con la politica insensata che abbiamo sopportato a lungo. Al convegno sul lavoro organizzato recentemente a Milano dall’Ars e dalle amiche femministe avevo detto che la confusione è grande sotto il cielo e la situazione “eccellente”. E non me ne pento. Alberto

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