Perché non piccoli gruppi di approfondimento?

Sono contenta che si parli finalmente dell’importanza di passare ad azioni concrete per diffondere le nostre idee sul lavoro con eventi tipo assemblee pubbliche per attirare la stampa o con l’occupazione di P.za Duomo. In realtà, dalla prima Agorà speravo questo e credo di non sbagliare se dico che molte e molti se ne sono andati perché non ritenevano sufficiente, in una situazione generale  così drammatica, aspettare pazientemente che attraverso la pratica del partire da sé, che si arricchisce dal confronto e scambio collettivo,  si arrivasse a delineare  un pensiero femminista sul lavoro in modo da capire quale progetto o alternativa condivisa  mettere in campo. Se la prassi è corretta, e lo è, allora, davvero, ribadisco il mio suggerimento (sono la “sconosciuta” dell’ultima Agorà) di approfondire tematiche che, dopo un lungo anno si sono evidenziate, attraverso gruppi che  se ne occupano nel lungo intervallo mensile. Nel frattempo, personalmente, e non credo di essere la sola, ho letto vari testi per capire  meglio i processi attraverso cui siamo pervenuti all’attuale disastro. Il piccolo gruppo di approfondimento permetterebbe scambi di riflessioni. Il tempo stringe.

Che idee abbiamo sul lavoro? In passato ho praticato il rifiuto del lavoro per 15 anni e vagheggio ancora la fine del lavoro salariato, anche se non circolano ancora proposte alternative tipo un  un nuovo paradigma che limiti la razionalità utilitaristica e pensi anche al piacere di lavorare. All’inizio dell’800 c’era il movimento dei luddisti, e a metà di quel secolo Paul Lafargue pubblica “Il diritto alla pigrizia” (diffuso nel 68) in cui deplora gli operai cascati nella trappola della borghesia che li ha spinti a dichiarare il diritto al lavoro come un principio rivoluzionario da pretendere con “le armi in pugno”. I danni provocati dalla interiorizzazione dell’etica borghese del lavoro (Max Weber) e dal fallimento del modello liberista di sviluppo si stanno manifestando oggi più che mai con suicidi ormai di massa. Il lavoro ormai monopolizza la nostra vita, costruisce la nostra identità e indirizza le nostre relazioni sociali, i riconoscimenti sociali, pure i diritti. Certo, la fine del lavoro salariato garantito apre a nuove domande: come garantire la sopravvivenza materiale, oltre alla coesione sociale? Come organizzarci in tempi di lavoro precario, discontinuo? Magari attraverso nuove formule di socialità, solidarietà, cooperazione e convivenza, volontariato scelto e sostenuto dallo Stato (è una modalità di lavoro diverso).

E a proposito di rifiuti, le femministe anni 70 rifiutavano la responsabilità di sobbarcarsi un lavoro domestico elargito gratuitamente solo perché c’erano di mezzo i rapporti d’amore. Ma non hanno superato la contraddizione che  il  “salario domestico” poteva di nuovo fissare la “naturalità” di genere e che il lavoro di cura è necessario. Ma oggi è maturata l’idea dell’equa ripartizione dentro e fuori casa, in modo da avere più libertà per tutti. Un “reddito di cittadinanza”, al momento, è la risposta migliore perché è neutro, va bene per tutte e tutti, allentando la morsa della disuguaglianza sessuale. In fondo la nuova tendenziale equiparazione sessuale è già segnata anche dal congedo parentale e nella rivalutazione del lavoro di cura e domestico. Come non vedere nella femminilizzazione del lavoro un capovolgimento dei tradizionali paradigmi di uguaglianza tra i sessi, per cui le donne lavoratrici erano integrate nel lavoro degli uomini, mentre ora, al contrario, sempre più gli uomini vengono integrati alle condizioni lavorative femminili, cioè al ribasso salariale e alla precarietà. Invece di chiedere il part-time per stare più tempo in famiglia (cadendo di nuovo in una moralità, o etica del lavoro familiare) non sarebbe bello ridurre le ore per il lavoro di cura e quello produttivo per il tempo di vita che apre ventagli di possibilità inesplorate, di tessere relazioni sociali diverse,  di costruirsi una soggettività meno intrisa dalla servitù del lavoro? E’ solo così che si pone la vita al centro della vita. Non il lavoro salariato o stipendiato, ma è il tempo di vita, la vita che deve assurgere alla centralità dell’essere umano.

Bisogna andare di fretta. Prima che la crisi, come è sempre stato, diventi “la risorsa” necessaria perché il capitale si rinnovi e si ricostituisca con nuove e più micidiali forme di assoggettamento e di sfruttamento. Cerchiamo alleanze con tutte le associazioni femministe, ma anche con tutti gli esclusi, gli emarginati, i cittadini di serie B e prendiamoci questo benedetto reddito di cittadinanza. Tanto per cominciare. “Rivoluzioniamo” i rapporti di forza.

(Ornella Bolzani)

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