Il basic income come misura di dignità esistenziale

La schiavitù che impedisce il pensiero su sé e sul mondo, oggetto di sperimentazione e di studio di Simone Weil, tipico prodotto dell’imperio fordista, l’ho vista attraverso l’esperienza di persone a me vicine per motivi professionali e politici. Nonostante tutti i nostri sforzi l’ho vista estendersi ampiamente, quasi senza speranza di soluzione di continuità: ha afferrato direttamente le vite, non più come onda d’urto che si propaga, ma come urto che schiaccia direttamente. Ecco il motivo, forse fondamentale, per cui apprezzo il basic income: come fattore di “redistribuzione della dignità” (M.R. Marella). Lo considero, infatti, come molti, una misura di dignità esistenziale – universale e incondizionata – applicabile a tutti gli esseri umani comunque sessuati. Per le donne, tuttavia, esso presenta aspetti di interesse e problematicità che merita interrogare.

Prima di tutto, perché occuparsene ora negli incontri dell’AGORA’ milanese? Da alcuni giorni è iniziata una campagna europea per una proposta di direttiva della Commissione che vincoli gli Stati membri a introdurre la garanzia del basic income. E’ l’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) prevista dall’art. 11 del Trattato Costituzionale europeo, vigente dal 1 dicembre 2009, ma dotato di regolamento ad hoc solo dallo scorso mese di aprile, che necessita della raccolta di un milione di firme in almeno 7 Stati (coinvolti attualmente sono 14 fra cui l’Italia). Considero importante aderire per molteplici ragioni che fanno riferimento a valori e principi fondamentali della nostra civiltà giuridica, oggi largamente disattesi. Nel Titolo sui rapporti economici, all’art. 38, la Costituzione repubblicana prevede il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale per i cittadini in difficoltà, diritto che va coniugato con il principio fondamentale dell’art. 3 Cost. che garantisce la partecipazione di tutti, in quanto dotati di pari dignità, all’organizzazione politica e sociale  e, a tal fine, impegna la Repubblica alla rimozione degli ostacoli economici. Anche la Carta di Nizza (ora Trattato costituzionale) all’art. 34 impegna l’Europa ad assicurare a ogni cittadino una esistenza dignitosa. Come rileva Rodotà (La Repubblica 12.5.2012) si tratta di indicazioni giuridicamente vincolanti, scomparse dalla discussione pubblica ingolfata nel riduzionismo economico. Indicazioni che hanno eco a livello planetario nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 (art. 45) che prevede per chiunque un “tenore di vita sufficiente a garantire salute e benessere” e nel Patto Internazionale sui diritti economici e sociali  approvato dall’ONU nel 1976 (art. 11). Sollecitazioni a introdurre misure di basic income sono state fatte agli Stati membri dell’Unione europea dal Consiglio d’Europa nel 1992, dalla Commissione nel 2008, dal Parlamento nel 2011, tanto che solo Italia, Grecia e Ungheria ne sono attualmente prive. La misura proposta a livello europeo è pari al 60% di uno stipendio medio, ma essa, per ora, differisce da Stato a Stato, là dove applicata. Si evidenzia subito un motivo di apprezzamento per lo strumento basic income: il tentativo di perseguire collettivamente un modello di Europa sociale, in contrasto con il modello finanziario di Europa dei banchieri, oggi in auge. Il fatto, poi, che lo si voglia incondizionato e universalistico determina la possibilità di creare alleanze trasversali intergenerazionali, in opposizione alla frantumazione imposta dall’attuale modello di sviluppo che unifica i mercati e frantuma le esistenze. Un rifiuto, collettivamente espresso, alla precarietà dei giovani e all’impoverimento inesorabile dei meno giovani. (v. binitalia.org anche in alfabeta2 aprile 2012). Una ricerca di eguaglianza nella pari dignità di ogni essere umano cui deve essere garantito un tenore di vita dignitoso.

Alcuni aspetti dell’istituto lo rendono favorevole alle donne. Esso è garantito ai singoli e non alle famiglie, riguarda gli esseri umani comunque sessuati e non i nuclei di convivenza tuttora a stretta egemonia maschile, ove il marito dispone normalmente di tutti i beni in virtù del suo sesso. Suppone che ognuna/o sia titolare di un pari diritto esistenziale, indipendentemente dalla collocazione famigliare e sociale (C. Pateman “Democrazia, diritti umani e basic income nell’era globale”). Al ristabilimento di un equilibrio sociale penserà la tassazione fortemente progressiva sui cespiti comunque acquisiti, già prevista dall’inattuato ma vigente (quindi sempre attuabile) art. 53 della Costituzione repubblicana. E’ favorevole alle donne perché esse sono maggiormente disoccupate, inoccupate, sotto qualificate e sottopagate anche se dotate di laurea e di master, quando presenti nel mercato del lavoro. E’ favorevole alla acquisizione di un autentico diritto di cittadinanza che non esiste per chi non abbia assicurata l’indipendenza economica, indipendenza per le donne assai problematica, allo stato. Alla obiezione che il basic income rafforzi la tendenza femminile a lavorare per la famiglia, molte femministe rispondono che può essere così nel breve periodo finchè prevalgono stereotipi culturali tradizionali, perché i cambiamenti destano timore. Ma nel medio o lungo termine una modesta indipendenza economica rende il lavoro per il mercato una scelta autentica e determina un cambiamento di cultura. Le donne possono considerarsi cittadine a pieno titolo anche perché viene detronizzato il lavoro per il mercato che cessa di essere l’unica cosa che conta ai fini della piena cittadinanza. (C.Pateman “Freedom and democracy”). Questo concetto risuona anche alle nostre orecchie di italiane, basta considerare gli art. 1 e 37 della Costituzione repubblicana: un trono al lavoro maschile, uno sgabello a quello femminile. In altre parole, il basic income costituisce una garanzia sociale capace di districare il legame fra lavoro e guadagno, contribuendo alla modifica di una società imperniata su un bene fortemente sbilanciato e attualmente ridotto al lumicino, il lavoro. Nota Kaori Katana (“Basic Income and Feminist Citizenship”) che occorre chiarire un equivoco: il basic income non è un salario al lavoro domestico perché non ripaga il lavoro famigliare ma è universale e incondizionato, viene corrisposto a tutti senza considerare minimamente lo svolgimento di lavori di cura. Invece che confinare le donne nella sfera privata, potrebbe avere un effetto di trasformazione relativizzando la divisione sessuale del lavoro e, attraverso la desacralizzazione del lavoro per il mercato, costituire un incentivo per gli uomini a condividere più equamente il lavoro in famiglia prendendosi cura di se medesimi e degli altri. Nelle giovani generazioni, l’attenuarsi, per ragioni culturali, del modello androcentrico mostra la possibilità di compiere passi avanti in tal senso, la de-mercificazione insita nel basic income fornisce ulteriori opportunità.

Maria Grazia Campari

About these ads
Questa voce è stata pubblicata in contributi e discussioni e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Il basic income come misura di dignità esistenziale

  1. alessandra ha detto:

    Ti scrivo da Roma, sono d’accordissimo, come faremo a convincere la Fornero, che pensa che un basic income non è un incentivo per stare seduti al sole e mangiare gli spaghetti?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...