Agorà: che cosa vogliamo (3)

Cara Giordana, care tutte,

mi spiego meglio. Un gruppo omogeneo non mi interessa, ce l’ho già. Bisogna però intendersi sulla nozione di omogeneità. I Quaderni Viola hanno 23 anni di vita e sono stati attraversati da tutto e dal contrario di tutto. Oggi vi scrivono donne di diverse appartenenze politiche e sindacali, anche se molte dell’area a cui spesso fa riferimento Maria Grazia. Quando le nostre diversità diventano creative, pubblichiamo dialoghi o ipotesi contrapposte. Teresa De Lauretis in uno dei suoi libri ha lungamente commentato una delle nostre polemiche. Quello che abbiamo in comune sono piuttosto preoccupazioni e modalità. Noi di Agorà potremmo continuare a essere diversissime, ma convergere su una modalità di produrre pensiero. Per esempio (ma è solo un esempio) con gruppi che lavorino e si documentino tra un’assemblea mensile e un’altra. Un certo modo di produrre pensiero è troppo legato alle pratiche dell’autocoscienza, che sono state certamente preziose ma non sono riproponibili tali e quali in strutture allargate e comunque non sono sufficienti.

Sul reddito di base incondizionato sposo incondizionatamente la tua proposta. Sarebbe sufficiente come tu dici (spero di avere capito) che l’obiettivo avesse la sponsorizzazione di Agorà e poi ognuna ne facesse l’uso che preferisce.

Quanto a OWS anche questo era solo un esempio. Non dovremmo fare alcun comunicato, né dare adesioni tanto più che ci separa un oceano materiale e metaforico. Anche in questo caso si tratta di temi, preoccupazioni, centralità ecc. Per esempio la crisi del debito, i suoi effetti, le alternative possibili e auspicabili. Non proporrei certo di trasformarci in militanti ma ci sono forme di presenza che potremmo una volta almeno sperimentare… per esempio fare un’assemblea  in una piazza, ovviamente autorizzata, esponendo cartelli che spiegano quello di cui stiamo parlando e informando la stampa che ci saremo… io potrei anche tentare di raggiungere RAI 3 (radio e televisione) attraverso amiche giornaliste.

Insomma bisogna creare un evento che non sia solo di discussione e abbia la capacità di attirare sia i mezzi di comunicazione, sia quelle che ci vedono come un luogo di sole parole e pertanto inconcludente e poco utile…

Lidia Cirillo

 

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Agorà: che cosa vogliamo (2)

Cara Lidia e care tutte, rispondo e dico la mia seguendo il tuo schema.

1. Certamente l’agorà, pur con le sue carenze, costruisce pensiero. Non è quello (molto più “gratificante”) che può nascere in un gruppo piccolo e più omogeneo che consente di essere più dense, più profonde, forse anche più creative, almeno chi c’è abituata. Questo è un altro tipo di pensiero: vivo, slabbrato e imprevedibile, che ci impegna continuamente al confronto con le nostre diversità (ormai neppure troppo sorprendenti, ahimé: non so voi, ma io ormai mi annoio di me stessa) e con la forza delle esperienze. Ma le cose che potevo dire un anno fa non sono esattamente le stesse che posso dire oggi. Ho imparato. E, se rileggo report e commenti, vedo che qualcosa abbiamo creato.

Questo tipo di pensiero (di soggetti non omogenei, vivente, relazionale,  ecc) per mantenersi vivo si dovrebbe nutrire di nuovi incontri, o della capacità di far interagire diversamente persone note (per esempio è accaduto con Acta/Cgil). Invece abbiamo ancora scarsa attrattività: questo è un problema.

Certamente poi dobbiamo far conoscere in giro, comunicare, questo pensiero-in-divenire. Il blog funziona poco da qs punto di vista. Dobbiamo inventare e osare altre sistemi (se ne abbiamo l’energia…) io pensavo a un’agorà-evento, molto più pubblica, all’inizio di giugno, o forse ormai, a settembre. Altro si può pensare

2. Mi pare possibile e auspicabile che alcune portino avanti richieste e contrattazioni di vario tipo, facendosi forti dell’autorevolezza dell’agorà, su temi che a loro interessano particolarmente e su cui se la sentono di impegnarsi. in questo senso per esempio sono disponibile ad approfondire (come accennavo ieri) il tema del reddito di base in una agorà dedicata: l’interesse è ampio, il tema è ricco di sfaccettature, penso che possiamo tirare fuori argomenti interessanti, utili sia per chi vuole battersi per qs, sia per chi non è convinta. utile poi sarebbe avere feed back di qs esperienze.

3. Non so se ho capito bene “parallela a una corrente politica”.  Tutte o molte possiamo dirci entusiaste di OWS, ma che cosa ne facciamo? una dichiarazione pubblica? davvero, se hai qualcosa in mente, dillo più chiaro forse capisco meglio.

E qui vengo alla nota finale, che ugualmente non ho capito bene: tutte, se stessimo in un gruppetto omogeneo, probabilmente avremmo proposte più semplici e gratificanti, almeno per noi. Il gruppo omogeneo, quando funziona, è come una coppia felice e innamorata: basta a sé stesso. Ma se vogliamo andare oltre… dunque non autocensuriamoci, se non nella misura che ci detta la nostra sapienza relazionale.

giordana masotto

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Agorà: che cosa vogliamo

Nell’ultima Agorà è tornato il problema del chi siamo-dove andiamo-che cosa vogliamo. Sono infatti emerse in questi mesi tre versioni possibili di agorà.

1) Agorà dovrebbe essere un luogo di costruzione di pensiero. In questo caso però la dimensione assembleare non sarebbe la più adatta, anche se ovviamente in questa dimensione stessa possono vivere (e sono vissuti) discorsi interessanti e non scontati.

2) Agorà potrebbe essere un agente di contrattazione/negoziazione.  In questo secondo caso bisognerebbe individuare una controparte (per diverse ragioni il Comune sarebbe quella meno difficile) e alcuni obiettivi da proporle. A nome di Agorà Maria ha proposto al tavolo sul lavoro il sussidio universale di maternità, ma la proposta e la nostra presenza in quel luogo politico sono finite lì.

3) Agorà potrebbe essere parallela a una corrente politica. Questo modo mi sembra l’unico per risolvere il problema, più volte evocato, degli uomini, che non può essere risolta dalla presenza di alcuni individui di sesso maschile alle nostre riunioni. Qualcuna una volta ha fatto riferimento a Occupy Wall Street e io ho aderito con entusiasmo, ma anche di questo non si è parlato più.

Ora, io non ho nulla da proporre, non ho come dice Giordana “la soluzione in tasca”. Mi è chiaro che le storie diverse, gli intenti diversi, le aspettative diverse ecc. renderebbero le mie proposte non ricevibili da molte altre e i miei interventi “comizietti”.  So però che cosa proporrei in un ambiente non dico omogeneo, ma con convinzioni e abitudini più vicine alle mie.  L’affermazione è un po’ surreale e anche per questo non mi spingo oltre. Dico solo che non per caso sono emerse questa versioni e non altre: un’agorà del lavoro dovrebbe assolvere tutti e tre questi compiti, articolando e differenziando le proprie pratiche.

Lidia Cirillo

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IL NODO STORICO DEL RAPPORTO TRA PRIVATO E PUBBLICO

Dopo una decina di riunioni mensili l’invito propone interrogativi appropriati e ineludibili.
Personalmente ho seguito tutte le riunioni dell’AGORA’ e penso che l’esperimento sia stato felice per molti aspetti, non per tutti. Ha reso possibile lo scambio di esperienze differenti e la messa in comunicazione di aspettative diverse senza operare disconoscimenti ma cercando di integrare o almeno connettere bisogni e desideri anche fra loro distanti. In altre parole, ha prodotto una pratica di relazione a volte difficile ma sempre ricercata attraverso una dichiarata apertura all’altra.
Tuttavia, pur mettendo il lavoro al centro, sento che è mancata la contaminazione con i molto diversi (giovani, precari/e) anche a causa di una scarsa contestualità di tempo e luogo. Infatti, l’esperienza è stata pensata e iniziata a Milano durante l’amministrazione Moratti e oggi stenta a mettere a tema un rapporto pubblico (trattasi di piazza che intende essere pubblica) con l’amministrazione attuale varata nel maggio 2011. Eguale difficoltà mi sembra si manifesti nel mettere a tema le ricadute esistenziali della controriforma dei rapporti di lavoro iniziata nell’estate del 2011 e perseguita accanitamente nel presente dal governo “tecnico” ad opera di Monti/Fornero. Secondo me, non è sufficientemente tenuto in conto che passo essenziale e (forse) prioritario consiste nell’affermare con forza il diritto universale a una vita degna e libera dal bisogno, agire nella direzione del lavoro/scelta contro il lavoro/merce, connettere le riflessioni con pratiche affermative di una diversa connotazione della polis. Uno strumento possibile, ampiamente praticato nell’Unione europea, consiste nell’esigere apertamente dall’amministrazione, con azioni appropriate e visibili a livello cittadino, un reddito di base che garantisca il soddisfacimento di una gamma ampia di bisogni primari (casa, cultura, educazione, mobilità ecc) affinchè i diritti di cittadinanza, che in linea di principio appartengono a tutti, possano essere effettivamente esercitati da ognuno.
Considero questa una strumentazione utile (eventualmente concorrente con altre) per affrontare, attraverso una pratica politica visibile a tutti in città e (probabilmente) ampiamente condivisibile, il nodo storico del rapporto fra privato e pubblico.

(Maria Grazia Campari)

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Ti aspettiamo lunedì 23 aprile

Ti ricordiamo il tema della prossima Agorà:
LA CRISI ECONOMICA E DELLA POLITICA E’ UN TIRO ALLA FUNE: CHI CEDE, CHI SI ADATTA, CHI SI AUTOMODERA, PERDE
LA RIBELLIONE POLITICA E’ UNA MEDICINA: FA BENE CONTRO LA SOLITUDINE, LA DEPRESSIONE, L’ANGOSCIA
Invitiamo tutte/i, frequentatrici/tori abituali, intermittenti, appassionate/i o infedeli, a partecipare alla prossima Agorà per raccontare:
- come affrontiamo il momento presente?
- che cosa ci dà l’Agorà e che cosa vorremmo?
- quali sono le poste in gioco su cui te la senti di puntare, quali le mosse giuste?
L’AGORÀ DEL LAVORO
per incontrarsi ribellarsi progettare
accade a Milano


lunedì 23 aprile 2012 dalle 18,30 alle 21

Viale D’Annunzio, 15

tram 2 e 14 P.za General Cantore;
3 e 9 P.za 24 Maggio;
metro 2 Sant’Agostino
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Dalla crisi alla ribellione politica: ne parliamo alla prossima agorà

LA CRISI ECONOMICA E DELLA POLITICA E’ UN TIRO ALLA FUNE: CHI CEDE, CHI SI ADATTA, CHI SI AUTOMODERA, PERDE
LA RIBELLIONE POLITICA E’ UNA MEDICINA: FA BENE CONTRO LA SOLITUDINE, LA DEPRESSIONE, L’ANGOSCIA
La politica che abbiamo in mente è:
- armarsi della propria soggettività: sapere chi siamo, che cosa vogliamo dal lavoro e dalla vita, saperlo proclamare insieme ad altre/i. Prima di vedere chi e come ti rappresenta, devi saperti autorappresentare: avere le parole e i pensieri che narrano che cosa vuoi, quali sono i tuoi progetti, le tue priorità, i tuoi desideri, i tuoi ostacoli. Con il capitalismo finanziario è andata in pezzi l’oggettività del lavoro e dell’economia (su e giù delle borse e dello spread: qual è la razionalità?). Tiene solo la capacità soggettiva di resistere e di muoversi. Se c’è una cosa che il nostro tempo sta finalmente capendo, dopo che il femminismo ne parla da quarant’anni, è la necessità di mettere in gioco la soggettività per cambiare la politica.
- togliersi dalla solitudine e dalla illusione di una perfezione indipendente: approfittare della ricchezza e della forza che viene dalle relazioni, dagli scambi. Cercare insieme la direzione da prendere per cambiare le forme del lavoro e dell’economia.
- forzare i confini per non essere risucchiate/i in un quotidiano sempre più imperioso, ricattatorio, svilente, inquietante. C’è di mezzo la salute, i soldi, il tempo che sembra divorato, la voglia di vivere e dare un po’ di forza a chi non può rinunciare al futuro.
Ci sembra che questa sia la lezione delle ultime Agorà di fronte anche all’incalzare dell’attualità. Se poi guardiamo più indietro, a questo primo anno di Agorà, vediamo crescere la sensazione che è possibile scommettere sulla forza delle donne e non sulla loro debolezza.
Dunque invitiamo tutte/i, frequentatrici/tori abituali, intermittenti, appassionate/i o infedeli, a partecipare alla prossima Agorà per raccontare:
- come affrontiamo il momento presente?
- che cosa ci dà l’Agorà e che cosa vorremmo?
- quali sono le poste in gioco su cui te la senti di puntare, quali le mosse giuste?
L’AGORÀ DEL LAVORO
per incontrarsi ribellarsi progettare
accade a Milano


lunedì 23 aprile 2012 dalle 18,30 alle 21

Viale D’Annunzio, 15

tram 2 e 14 P.za General Cantore;
3 e 9 P.za 24 Maggio;
metro 2 Sant’Agostino
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Report Agorà 9 – marzo 2012

Il tema – Differenze, punti di contatto, possibili contaminazioni tra lavoro autonomo (professionale) lavoro dipendente e lavoro intermittente – viene introdotto da Anna che, partendo dall’esperienza di Acta (Associazione Consulenti Terziario Avanzato), focalizza i problemi di un lavoro “invisibile” e privo di tutele: «Il lavoro autonomo (lav. aut.) è una parte del mondo del lavoro, ma il lavoratore non è riconosciuto come tale. Siamo fuori dal diritto del lavoro e perciò mancano diritti di base, come tempi di pagamento certi e il diritto a diventare creditori “privilegiati” in caso di fallimento del committente. Il rapporto con il welfare è molto critico: paghiamo, tra contributi e imposte, quanto un dipendente (incredibile, ma il reddito netto è più basso del reddito di un dipendente!), ma le tutele non sono paragonabili: malattia irrisoria, no disoccupazione, no infortunio, maternità con minori diritti. Cosa vorremmo? Alcuni vorrebbero pagare meno e gestire in autonomia il proprio welfare, altri accettano di pagare come ora ma in cambio di vere tutele. Ciò che è insostenibile è pagare tanto per avere molto poco, anche perché così non possiamo creare un sistema di assicurazioni/tutele private. Questa situazione assurda si è creata perché non siamo visibili e non siamo rappresentati. Chi dice di rappresentarci (sindacati o associazioni di imprese) ci riconduce allo schema lavoro dipendente/impresa. Vorremmo invece che fosse riconosciuta la nostra specificità di lavoratori autonomi e pensare a riforme che possano costruire nuovi meccanismi di tutela (anche volontaristici).»
Silvia (partita Iva dal 1986) racconta gli aspetti preziosi della sua scelta: auto-organizzazione/tempo; lavoro per risultati; sottrarsi all’organizzazione piramidale-gerarchica aziendale; mettere in gioco le proprie passioni. In pratica però: bisogna scendere a patti con il committente/azienda e allora i tempi diventano una tortura; bastano pochi mesi di assenza (maternità) per ritrovarsi fuori dal mercato; il prezzo del tuo lavoro lo decide il cliente e se non sei un nome ti ritrovi sottopagato. Insomma, c’è un nuovo mercato ma i parametri con cui lo si studia, sono ancorati al paradigma generale, quello del lavoro dipendente. E conclude: «L’invisibilità del lav. aut., l’aleatorietà del pagamento, la difficoltà di dare un valore misurabile secondo i parametri consolidati, mi hanno fatto pensare al lavoro di cura.»
Invece Lilli ha sempre lavorato come dipendente, e nel lav. aut., quando ci si è trovata, era a disagio: ha bisogno di momenti ben distinti. E non vede perché si voglia mettere le cose in contrapposizione. Ma non c’è contrapposizione, ribatte Anna P., che sottolinea come, del lavorare in autonomia, le piaccia proprio la sovrapposizione tra lavoro e cura detta da Silvia. È un peccato che la riforma del lavoro non veda tutti gli ibridi interessanti che stanno nascendo tra lav. dipendente e aut.
Per Vita invece – una lunga storia nella scuola – l’aspetto più importante del lavoro è la socializzazione, la continuità di progetto e di relazioni con altre/i. Il lav. dipendente ha voluto dire ritrovarsi tutti giorni nello stesso posto con le stesse persone: è stato bellissimo, erano tempi in cui si faceva tutto insieme. Non sarebbe stato possibile se ognuno avesse lavorato per conto suo.
Anche per Gabriella, di Brescia, lavorare nel pubblico è stata una scelta, e non per una questione di tutele. Il problema è un altro: un welfare di tipo lavoristico che penalizza pubblico, privato e lav. aut. «Mi sento doppiamente sfruttata ed è difficile oggi trovare soluzioni per tenere insieme le parti della tua vita.»
Due sono i problemi sollevati, senza contrapposizioni, da Anna e Silvia, puntualizza Lia. 1, le misure sono sempre riferite al lav. dipendente che rimane modello unico di riferimento. Ma allora non conta il desiderio, la scelta? 2, il lav. aut. professionale è invisibile, non ha nome. Si parla di false partite Iva, dei professionisti degli ordini o dei commercianti, ma quel lavoro non ha nome. Ci vuole un’invenzione linguistica!
Le zone di contaminazione accennate da Silvia sono quelle che interessano Maria Grazia. È perplessa sugli esperimenti di telelavoro per l’effetto di invasività nella vita: lavorare portando il figlio al campo giochi?! Al contrario ha visto all’opera l’importanza delle relazioni: anche tra chi lavora in situazioni coatte (catena di montaggio) si crea uno spazio di autoorganizzazione, di libertà personali, anche come capacità di contrattare in famiglia. Oggi poi bisogna stare attente a non farsi sommergere: lavoriamo per darci obiettivi comuni contro le prepotenze. Quindi diritti e reddito di cittadinanza. Capacità di negoziare: il sindacato, oggi come ieri, manifesta incapacità a rappresentare e tutelare adeguatamente le donne. C’è bisogno di imparare ad autorappresentarsi e a contrattare, altrimenti non si va da nessuna parte.
Adriana sottolinea l’importanza di dare una rappresentazione adeguata del lavoro prima di parlare della rappresentanza. E l’Agorà è il luogo adatto per farlo senza contrapposizioni: qui possiamo avere uno sguardo adeguato per il lavoro dell’altra. Lei ha scelto 20 anni fa il lav. aut. perché le permetteva più vicinanza al contenuto del lavoro, alla qualità e all’apprendimento. Non certo per la variabile tempo: che infatti è anche più imperiosa rispetto al dipendente. Ma molto è cambiato, come nel lav. dipendente. Meno apprendimento più funzioni segretariali, invisibili ma rilevantissime. E poi il commerciale: procacciare clienti sicuri e promuoversi anche in concorrenza con le colleghe. Svilente, inquietante.
Luisa M. le suggerisce di mettersi insieme a un’altra e formare una coppia di lavoratrici autonome. Lei lo ha fatto con Clara che ama fare cose che Luisa trova orripilanti, e vanno d’incanto. È proprio quello che è accaduto a Elisabeth: «Io ho fatto squadra con un’altra e per me funziona benissimo. Da 25 anni faccio la libera professione perché amo la libertà, e non sopporto i capi. Da quando lavoro con lei il mio reddito è raddoppiato, lavoriamo bene insieme, perché ognuna fa le cose che ama fare e auguro a tutte le donne di trovare una squadra di due o tre in cui ognuna può mettere il suo talento
Interviene Michela, della Fiom di Brescia: le tutele che ho sono date dalla legislazione (leggi maternità, anni ‘40) dallo statuto dei lavoratori (1970), dal contratto nazionale, dalla contrattazione aziendale: questi sono i quattro pilastri. Quelle tutele sono state il frutto della capacità di coniugare la contrattazione sindacale con l’iniziativa legislativa. Il sindacato nasce industriale, nelle fabbriche. Tutto questo enorme patrimonio nasce da questa storia e fa rabbia sentirsi dire che siamo quelli garantiti. Conosco anche il sindacato del pubblico impiego e so la differenza: la differenza che c’è tra la conquista e lo scambio, anche politico, per essere chiara. La stretta sui tempi: i tempi sono cambiati per tutti, anche in fabbrica, i programmi sono a breve scadenza, Marchionne non lo fa solo per ideologia. Ma lo stanno riproponendo con violenza e i tempi stretti vengono imposti anche per correggere gli errori degli incapaci che programmano male. La prepotenza si manifesta a tutti i livelli, anche con lav aut che ha meno forza contrattuale. Ma il ricatto c’è per tutti. Adesso c’è solitudine totale, la politica non ci ascolta. Il nostro essere garantiti viene usato come una clava per portare via maternità, statuto, ecc. E conclude: difficile chiedere a un sindacato con questa storia di distinguere: chi arriva al sindacato non è lav aut ma finte partite Iva.
Ribatte Anna: «Noi non chiediamo al sindacato di rappresentarci, noi chiediamo al sindacato di non rappresentarci e lasciarci costruire la nostra rappresentanza. Invece negli ultimi anni tutti i sindacati hanno costruito sezioni per il lav. aut. professionale, benché abbiano target di riferimento diversi e prioritari. Non intendono rappresentarci davvero, perché ci assimilano alle imprese o al lav dipendente. Ma partecipano ai tavoli arrogandosi il diritto di rappresentarci. Noi vorremmo continuare a fare i freelance. E non essere “le finte partite Iva”. Ostinazione nel volerci ignorare, soprattutto a sinistra. Perché non rientriamo nella classica contraddizione capitale/lavoro. Ma siamo nel postfordismo!»
Ricorda una dipendente metalmeccanica informatica dal 71: «Il sindacato non ha seguito l’evoluzione del mio lavoro: scioperavo per operai e impiegati, ma mai per il mio lavoro perché era informatico. Molti colleghi hanno dovuto esternalizzarsi senza strumenti negoziali.»
Silvia S., Cgil Brescia, rivendica la forza e la specificità della storia sindacale: «Certo che la scomposizione del lavoro porta a dover affrontare temi che fino a un po’ di anni fa non eravamo costretti ad affrontare (ad es. autisti esternalizzati con bassa professionalità). Si aprono tante contraddizioni che esplodono forte ora che c’è poco lavoro. Di garantito non c’è più nessuno neppure il pubblico, esternalizzato in cooperative. C’è un problema di rappresentanza del lavoro nel suo insieme. C’è una sinistra in arretrato sull’insieme dei problemi. Il sindacato a Brescia c’è da 150 anni e non abbiamo mai preteso di rappresentare il lav. aut. Limiti nostri ma questa è la nostra storia.»
Per Lidia è chiaro che l’unica strada è l’autorganizzazione. Ma le autonome hanno difficoltà oggettive dovute alla dispersione. Il sindacato rappresenta i lavoratori dipendenti che possono organizzarsi perché sono insieme, in relazione tra loro (anche nella scuola: che è diventata un luogo di lotta, non solo clientelare). Domanda alle autonome: ma vi basta l’autoorganizzazione, o volete anche diventare parte di un movimento complessivo? Perché i settori deboli hanno potuto avere dei diritti in quanto inseriti in un insieme più forte. Carmen, di Reggio Emilia, che ha sperimentato lav. aut. e dipendente, pubblico e privato, commenta: il lav. aut. mi portava autosfruttamento e isolamento. Nel pubblico più libertà, più spazio per i miei interessi, pluralità di voci. Ma conclude: è tutto il lavoro che deve riconquistare la centralità.
Pat pensa che nella scelta del lavoro autonomo ci sia un desiderio legato alla libertà femminile. Per lei è stato il desiderio di portare nel lavoro il “partire da sé” del femminismo. È una figura innovativa che ha una difficile collocazione simbolica non solo sindacale. Il sindacato ha altro cui pensare e la sinistra non sente, come non sente tante cose avvenute alle donne.
Ritornando sulle contrapposizioni, Silvia sottolinea che gli stereotipi ci sono e nascono dai fatti. Per esempio il fatto che nel lavoro dipendente le tasse siano trattenute alla fonte, mentre l’autonomo deve fare la dichiarazione dei redditi, determina distorsioni nel come ci si guarda: «Se la segretaria vede la mia fattura per due giorni di lavoro pensa che sia molto alta e mi guarda malissimo. Non sa i miei conti. Non sono cattiverie. Se potessi fare la rivoluzione oggi direi: ognuno vada a versarsi le sue tasse.»
Lia chiede ad Anna a che punto è questa ricerca di autorappresentazione che è qualcosa di più delle rivendicazioni. Altrimenti il lavoro autonomo rimane invisibile. Il nostro manifesto lo descrive, risponde Anna, ma ci manca il nome. Anche per gli operai c’è voluto tempo per nominarsi.eLavoro autonomo di seconda generazione ci rappresenta ma è troppo lungo, non si presta al marketing. Professionisti si pensa agli ordini, free lance
Antonia è stata insegnante, ora in pensione, e racconta il disagio di essere fuori dal mondo in cui ci si incontra, ci si sente produttivi. Ha sempre sentito il lavoro fondamentale per le donne. E il suo pensiero va a tutte quelle che oggi il lavoro non ce l’hanno. Solo dalle donne possono venire dei cambiamenti.
Non possiamo parlare di lavoro dipendente come se fosse un monolite, mettendo insieme manager e catena di montaggio, premette Luisa P. Il mondo del lavoro che conosciamo non ci sarà mai più. Tutto si sta muovendo. E parlando di scelte di libertà: «Ma tu sai che scelta di libertà è stata per tante di noi fare la donna manager, calpestare i confini, liberarti da quegli odiosi compiti domestici che ti prospettavano come inevitabili? Fare cose appassionate e far vedere chi eri. La socialità è un elemento irrinunciabile del lavoro, morirei a fare un telelavoro!» Infine invita a non confondere condizioni oggettive e motivazioni soggettive. Adriana riprende brevemente la parola per rilevare che quando si parla di lavoro autonomo non si può parlare solo di fiscalità, senza parlare dello specifico contenuto professionale: per questo trova riduttiva l’impostazione di Acta che non descrive il piacere o il dispiacere, la professionalità di uno specifico modo di lavorare.
In conclusione, Giordana ritorna sulla libertà femminile, su quel guizzo di libertà che si legge attraverso le contraddizioni. Riprendendo un concetto proposto da Federica Giardini nel recente convegno sul lavoro della IAPh (Roma, 21 marzo, http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=362&Itemid=170) osserva: di tutto quello che si è venuto sgretolando del lavoro novecentesco, anche con tutte le sue conquiste, gli uomini, che sono il cuore del lavoro fordista hanno anche un lutto da elaborare per poter pensare cose nuove. Le donne, che sono entrate nel mondo del lavoro con il postfordismo in modo dirompente, anche a partire dalla ricerca di libertà e di autonomia, non portano quel lutto, non è il loro. Invita dunque a tenere saldo il punto di partenza che ricerca, nel lav. aut. come in quello dipendente, un modo diverso di lavorare. La voglia di vivere in modi che non sono ancora dati, le cui parole stiamo qui cercando. Non siamo in lutto, stiamo cercando cose nuove.
(a cura di Giordana Masotto)
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