7 marzo: un incontro su femminismo e neoliberalismo

Sabato 7 marzo  alle ore 18.00 si tiene presso la Libreria delle donne di Milano (via Pietro Calvi 29) un incontro del ciclo Femminismo tremendamente vivo.

Lavoro, socialità, affetti, progetti, voglia di esserci e contare:
la nostra vita di tutti i giorni sta in un sistema che mira al cuore della soggettività,
delle relazioni, dei desideri. In che modo la politica delle donne oggi può schivare la presa neoliberale e rilanciare la libertà femminile?

Tristana Dini e Stefania Tarantino
ne parlano con Laura Colombo e Sara Gandini a partire da due libri:
Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà (Natan 2014) di cui sono le curatrici
Aneu metròs/senza madre. L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil di Stefania Tarantino (La scuola di Pitagora 2014).

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REPORT DI AGORA’ 28 GENNAIO 2013

di Pinuccia Barbieri

In vista del lavoro di rilettura dell’esperienza fin qui fatta dell’Agorà, (prossima riunione del 22 febbraio) ho preparato un report che mancava.

Per Giordana Masotto, che introduce la discussione, raccontare di lavoro in tempi di crisi non basta in quanto si rischia di restare ingabbiate nel proprio vissuto e non prorompere, ci si può sentire isolate anche nella grande rete di connessioni. Dalle precedenti Agorà è emerso che scommettere sulla precarietà non ha portato i risultati sperati anche per chi ha creduto questa condizione come catalizzatrice di lotte negli anni.
Per Giordana serve fare un passo avanti e trovare risposte non individuali a questa condizione, soluzioni creative in cui la consapevolezza possa entrare nella materialità delle pratiche del lavoro aprendo conflitti e facendoci vivere meglio. “E’ necessario trovare insieme orientamenti condivisi, sentirci libere di portare nel lavoro le esigenze della vita e non viceversa”.
E’ importante ragionare su collaborazione e competizione. Giordana definisce la competizione estrema come valore dominante oggi, una moneta circolante con cui si giudica il successo di una persona anche in casi non si condivida questo sistema di valore. Questa competizione peggiora le condizioni di lavoro. Giordana chiede: cosa si rischia a cooperare?

Silvia Motta parte dalla domanda di Lorenza che chiede : interagire è lo stesso di cooperare? Interagire non è la stessa cosa di cooperare, dice, si interagisce per mille motivi. Quello che può cambiare le interazioni sono gli atteggiamenti che possono essere cooperativi o no. La cooperazione richiede la creazione di condizioni adatte per cooperare, tema che ha tante sfaccettature. La cooperazione non è una cosa spontanea, è una conquista.
Racconta la sua esperienza nell’ambito del suo lavoro autonomo di trent’anni nella comunicazione, molto simile alla condizione precarie perché è in proprio. In questo tipo di lavoro c’è competizione che può essere anche immaginaria: ogni persona che fa il tuo stesso lavoro è una/un concorrente ma nello stesso tempo è anche uno stimolo a fare bene e migliorare. Questo tipo di lavoro si gioca sul risultato e sulla valutazione del risultato.
Secondo Silvia è importante collaborare senza aver timore di chiedere, cosa che per lei era difficile. Chiedere si lega a darsi dei riconoscimenti, chiedere è dare valore all’altro e questo riconoscimento è poco diffuso. Oggi si pensa che chi ha svolto bene un lavoro ha fatto solo il suo dovere. Chiedere e rinforzare le situazione collaborative: ad esempio proporsi in due per un lavoro, guadagnando meno ma valorizzando il piacere di lavorare insieme. Sottolinea che non sempre collaborare fa nascere una relazione, questa nasce quando c’è un rapporto di fiducia.

Una partecipante suggerisce che la cooperazione è anche informazione. Una delle più grandi pecche del patriarcato è la scarsità di informazione e racconta che la consapevolezza del suo valore è venuta con il tempo. La partecipante ritiene sia utile creare reti che ci sono già ma alle quali non si accede subito, reti di informazione di base (paga, condizione lavorativa) per essere consapevoli e creare rapporti di solidarietà. Si discute sul fatto che è importante lavorare per essere pagate ma anche per acquisire competenza anche se la competenza e la forza lavoro deve venir pagata.

L’intervento di Luisa Muraro non si sente.

Annamaria Rigoni sostiene che la competizione non è sempre distruttiva ci possono essere due persone alla pari che vogliono raggiungere un obiettivo senza distruggersi e il conflitto può portare a risultati migliori rispetto il punto da cui si parte. La competizione, secondo Annamaria, non è in antitesi con la collaborazione.
Annamaria parla di sensazione di fastidio in certe occasioni quando non può competere, ad esempio nel caso in cui ci siano irregolarità nei concorsi.

Silvia Motta specifica che quando parlava di competizione immaginaria parlava di uno stimolo per crescere e si trattava quindi di una competizione sana.

Lia Cigarini riprende un’idea di Chiara Martucci nella precedente Agorà in cui parlava di codice di autoregolamentazione, vista come una via per uscire dalla drammatica situazione di crisi del lavoro. “Questa sera emerge il tema di promuovere forme di cooperazione. Il mio interrogativo è a quali forme politiche, voi giovani, pensate per arrivare a connettere lavori che per definizione sono individuali, frammentati?”. E’ importante inoltre non confondere la relazione politica trasformativa con una relazione strumentale o superficiale (ad esempio per il solo fatto di essere connesse in rete).
Ma, dice Lia, noi vogliamo modificare radicalmente il lavoro, portando pensiero e pratica delle donne “però di questo noi dobbiamo discutere, perché l’Agorà è uno strumento per allargare la presa di coscienza e scambiarci idee però non può essere un luogo dove si coalizzano quelle della situazione delle precarie” e chiede se la pratica di relazione intesa in senso forte ha qualche possibilità o bisogna fare una mediazione molto più ampia.
Lia fa riferimento al lavoro di Macao che ha molto messo l’accento su determinati lavori cognitivi che, nell’inchiesta di Acta sembrano meno pagati rispetto ai lavori ingegneristici o di consulenza, qualche gesto provocatorio, dice, bisogna farlo.

Chiara Martucci riprende il discorso del codice di autoregolamentazione come una strada da percorrere collettivamente avendo una sorta di dicotomia. Da un lato le istituzioni assenti e lontane, e dall’altro la giungla della mancanza di regolamentazione che porta indebolimento. “Mi interessava lo spostamento simbolico partendo dal primum vivere, rivoluzione copernicana a fronte del primato di economia e lavoro come adesione alla mission, per passare alle pratiche e all’agire, ai codici di autoregolamentazione.”
Si parla quindi di una battaglia culturale, interviene Lia. Chiara risponde che “è una cosa praticabile in questa dicotomia. Sono pratiche sociali diffuse”

Elisabetta dice di aver trovato utile la coalizione con coetanee per aumentare il potere di negoziazione. Racconta di essere una Pi e di avere relazioni molto forti con le donne. La questione che pone è la condivisione di informazione certo ma non solo quello. Importanti è rafforzare le relazione e un lavoro simbolico. La relazione tra precarie e chi gestisce potere è una contaminazione produttiva.

Vita Cosentino ribadisce che serve un lavoro sul simbolico. E’ un lavoro di immaginazione.. più che un codice di autoregolamentazione, se la si vuole chiamare una battaglia culturale che poi è a livello di sociale diffuso. Il lavoro simbolico può spostare.

Una partecipante sostiene che la precarietà è una dinamica poco civile, parla di una precarietà dell’etica. Riferisce poi di una discussione con un gruppo di precarie fiorentine, Corrente Alternate, “Mi sembra che venga affrontata unicamente sul livello orizzontale come fosse una problematica di civilizzazione a livello locale che non coinvolge livello decisionale, non facendosi carico del conflitto da agire a un livello superiore. Questa è un amputazione che deve essere sanata escogitando dei sistemi che trovino delle forme. L’altra cosa che non viene presa in considerazione è che in una società democratica ci sono obblighi che fanno carico allo Stato.
Sul reddito di cittadinanza. La partecipante cita Stefano Rodotà che indica nel reddito di cittidinanza una conseguenza di articoli della costituzione che auspicano una sopravvivenza degna.

Giordana fa notare che emerge la dimensione orizzontale, conflittuale, contrattuale. “Il problema posto non è metterci d’accordo tra di noi per sopravvivere. Se delle persone si mettono insieme è per mettere le basi di una contrattazione. Noi vogliamo ribaltare i paradigmi a partire dalle condizioni minime e imparare a dire quello che si vuole. Partiamo da noi, vivere bene non sopravvivere. Il lavoro si deve confrontare con soggetti che portano esigenze, non si parla di piccole regole cooperativa ma di soggetti che ci possono essere”.

Intervento che non si sente

Il ragazzo di Macao introduce nella discussione il tempo, non quello cronologico ma tempo come possibilità che consente di prendere una decisione. “Avevo voglia di parlare di lavoro in modo diverso non so se questa è cooperazione, e è fare informazione e conoscenza, ma mi sono preso del tempo”.
La questione del tempo riguarda tutti sia precariato sia i lavoro cognitivi.
Il lavoro oggi colonizza le relazioni. Si sta in relazione solo se c’è la possibilità di un lavoro. I desideri che hanno portato alla mobilitazione di Macao erano molto eterogenei e sono riusciti a recuperare tempo da relazioni strumentalizzati.
“Abbiamo usato la parola lavoro e non attività perché il lavoro ha dignità, noi stiamo lavorando anche se la sociologia dice che il lavoro è tale solo se pagato, ma dobbiamo pensare un’altra idea di lavoro
L’auto-inchiesta ha evidenziato tante persone nel mercato del lavoro, nell’industria creativa e tanta gente sotto la soglia della povertà. “C’è comunque una rivendicazione del senso del produrre. Si mettono insieme persone diverse con guadagni diversi. Anche chi è dentro il mercato ha rigetto verso il senso di quello che produce”.

Una partecipante sostiene che la soggettività che vuole porre un limite al lavoro, rappresenta un passaggio simbolico forte, oltre lo schiacciamento della condizione lavorative precaria. Lo scatto simbolico spinge verso la ricerca di pratiche che consentono di far valere questo varco, il varco simbolico che il soggetto apre quando pone un limite.

Licia racconta la sua esperienza di lavoro dal ‘98 lavoro nel terzo settore. Chi lavora nel terzo settore son persone altamente qualificate e sono donne perché già scelta terzo settore si sa che non si diventa ricche e si è appagate dal lavorare sia in team che in relazione con utenti. Si lavora a progetto e si hanno scadenze quindi si è organizzati e c’è una relazione di collaborazione In questi progetti è molto forte la relazione e le lavoratrici che passano da lavoratrici a progetto al posto da dipendente perdono questa relazione.

Lia Cigarini insiste sulla pratica politica. C’è necessità di difendersi da una situazione economicamente ed esistenzialmente drammatica. La pratica di mettere in parole l’esperienza per una modificazione radicale del linguaggio e in generale nel modo di lavorare. “Vorrei la prossima volta discutessimo di come fare, Vita proponeva di dare più animo e più pensiero e calore alle difese che sono sacrosante”
La pratica di relazione non ha il giusto peso nella parola competizione che è molto finalizzata al prodotto creativo, mettere insieme costi e vantaggi e “sono d’accordo con Elisabetta di lavorare sul linguaggio e sul simbolico senza staccarci da un’azione di difesa”.
Far scoccare una scintilla tra presa di coscienza e soggettività politica. La politica della differenza non significa che le donne sono superiori agli uomini ma che è un’invenzione delle donne ,pratica preziosa per donne e uomini in cui si mette in gioco la soggettività, si parte da sé e si pratica la relazione. Sono d’accordo con la pratica che ha sta facendo Macao dei gesti provocatori.

Una partecipante racconta che da 35 anni fa un lavoro liberato nel senso che ha una pensione minima e si dedica alla politica delle relazioni, con grandi soddisfazioni, a volte qualche piccolo guadagno e tanta ansia da sopravvivenza.
“Auspichiamo un’altra economia e soprattutto le donne per aver tempo liberato stanno creando altri modi per stare fuori dal mercato di sopravvivenza, anche chi aveva lavori pagati bene preferiscono modalità relazionale e presa di coscienza. Il problema è vedere se troviamo nessi tra pratica politica del cambiamento profondo che parte dalla soggettività, tra bisogno di difesa e la questione della vita.

Una partecipante racconta di essere diventata madre e si chiede: “C’è un modo che consente di curare la vita senza passare dal reddito? Io ho bisogno di reddito. C’è qualcosa che posso escogitare per ridurre questo bisogno?”

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Proposte e appuntamento

di Silvia Motta

Nella riunione del 20 gennaio sono emerse due proposte differenti, ma interconnesse/non separabili.

La prima proposta, già operativa:

Rintracciare quelli che a ognuna di noi sono sembrati nodi/contenuti centrali/parole-chiave degli incontri dell’Agorà con lo scopo di:

– mettere in comune i contenuti/nodi/riflessioni che ognuna di noi ritiene interessanti o più importanti

– discuterne insieme e ragionarci sopra per arrivare a un testo possibilmente divulgativo   e efficace sul piano della comunicazione (da pensare con maggior cognizione di causa dopo aver fatto la prima parte del lavoro).

Operativamente: ci siamo date il compito di rileggere individualmente i resoconti che sono sul blog (tutti quelli che erano stati fatti) e segnarci/sottolineare e/o trascrivere i contenuti che desideriamo valorizzare.

Poi ci troviamo a mettere in comune questo lavoro in un ‘incontro lungo’ da tenere sempre alla Libreria delle donne, che sarà:

domenica 22 febbraio dalle h. 10.00

La seconda proposta

Mettere in campo un’iniziativa pubblica cittadina sul tema del lavoro professionale gratuito, a partire dagli scambi interessanti che si erano già avviati nell’incontro di prima di Natale. Per il momento non abbiamo messo in campo un lavoro specifico su questo punto anche per questioni di tempo/disponibilità. Ne riparleremo quando ci vediamo.

Silvia Motta

 

 

 

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Rappresentare e contrattare a misura dei soggetti in carne ed ossa

di Lia Cigarini

Intervento al convegno “Rappresentanza sindacale: la lezione dei Consigli e il futuro da contruire” organizzato da Associazione Pio Galli e FIOM nazionale (Lecco 30.01.2015)

Voglio precisare che qui esporrò il pensiero elaborato sul lavoro, sul sindacato e sulla delega da un gruppo costituito più di vent’anni fa, che comprendeva donne della Libreria delle donne di Milano e sindacaliste, sia funzionarie che delegate. Scopo del gruppo era quello di ascoltare ed elaborare l’esperienza lavorativa delle donne entrate in massa nel mercato del lavoro a partire dagli anni ’80.

Voglio anche dire che questo testo in particolare è stato pensato e scritto insieme a Giordana Masotto.

Non parlerò di donne né come categoria né come genere. Parlerò di soggetti politici – donne e uomini – uno dei problemi chiave che oggi abbiamo di fronte.

Lo scenario della fabbrica dal 69/70 è ben noto: movimenti e sindacato si contendono lo spazio della fabbrica e del lavoro. I consigli dei delegati sono stati lo strumento con cui il sindacato ha saputo misurarsi con la grande partecipazione di stampo movimentista di quegli anni. Non si è arroccato in difesa, ma ha corso dei rischi, riconoscendo la forza di quei movimenti e di quella partecipazione.

A mio parere, l’elemento simbolico che più caratterizza l’esperienza dei consigli è la scheda bianca, cioè una scheda senza alcun nominativo indicato. Il delegato eletto, quindi, è espressione diretta del gruppo di persone con cui lavora, ne è parte (gruppo omogeneo). Questo simbolo si è perso: anche nell’attuale progetto di legge Fiom ci sono liste di nomi proposte dalle organizzazioni sindacali. Senza entrare qui nel merito dell’evoluzione – o sarebbe meglio dire, involuzione – dei consigli, mi preme solo sottolineare il ben noto passaggio ai comitati esecutivi per evidenziare un fatto illuminante, una spia del conflitto tra i sessi non dichiarato, accaduto credo alla Siemens di Milano: lì molte donne erano state delegate dai reparti, tuttavia, nel comitato esecutivo non ce n’era più neppure una.

In modo insolito in questi convegni, io vi disegnerò ora un secondo scenario a partire dal recente film dei fratelli Dardenne “Due giorni una notte” Sandra, la protagonista, ha un marito, due figli e un lavoro presso una piccola azienda di pannelli solari. Sta uscendo da una brutta depressione. Proprio per questo Sandra sta perdendo il suo lavoro, grazie a un tipico ricatto dei giorni nostri: o la borsa (un bonus da mille euro per i colleghi) o la vita (il posto di lavoro per lei). Sandra ha un sabato/domenica di tempo per convincere compagne/i di lavoro a non cedere al ricatto: nella votazione del lunedì si deciderà definitivamente la sua sorte.

Sandra va a parlare ad una ad uno con i colleghi di lavoro. Va nelle loro case. Poi arriva il lunedì e la votazione. Perde il posto. Eppure, ora che è tutto finito, tutto comincia. Sandra ne esce forte perché nelle macerie dei diritti e nella nuova capacità di ricatto dei padroni, agisce in prima persona, si misura con le vite intere degli altri. Ha scoperto le persone in carne ed ossa che sono i colleghi, si è misurata con la loro irriducibile singolarità. Ha immaginato di poter agire politica in prima persona e l’ha fatto. Fragile com’è ha immaginato di poter cambiare la realtà. È questo che l’ha trasformata. La politica e la vita sono tutte qua.

Sandra è diventata forte perché è diventata un soggetto consapevole. Non c’è delega possibile oggi al diventare soggetti politici. Questa è la nuova sfida che ha di fronte il sindacato: misurarsi con i nuovi soggetti del postfordismo senza nostalgie, senza rimpianti, ma cogliendone le enormi potenzialità. Oltre l’individualismo, l’isolamento, le fragilità.

Questo abbiamo cercato di fare in questi anni come gruppo lavoro della Libreria di Milano. Dando vita – insieme ad altre e altri – a uno spazio pubblico di confronto: l’Agorà del lavoro di Milano. Una piazza pensante che vuole ripensare l’economia e il lavoro, tutto il lavoro necessario per vivere, a partire dall’esperienza complessa che ne hanno le donne. Certo, abbiamo il vantaggio di sapere – attraverso la presa di coscienza, la pratica che ha inventato il movimento delle donne – che la consapevolezza e la libertà si costituiscono a partire da sé, dalla propria esperienza messa in comune. E ci appare sempre più chiaro che non ci sono più scorciatoie a questo percorso.

Attraverso questa pratica abbiamo capito alcune cose sui nuovi soggetti politici. Ne voglio evidenziare due, fondamentali.

I nuovi soggetti sono donne e uomini. Invece il ‘900 ha appiattito le donne sul lavoratore maschio. Evitando di affrontare una questione: la divisione sessuale del lavoro. O meglio, immaginando che si sarebbe risolta automaticamente con l’emancipazione delle donne. Invece, le lotte per il salario familiare, le tutele per l’occupazione femminile, il sistema di welfare centrato sulla figura del capofamiglia hanno contribuito a ribadire la complementarietà del sesso femminile rispetto al maschile.

Dopo mezzo secolo di incremento della partecipazione femminile al lavoro retribuito, e dopo diversi interventi normativi per la parità e contro le discriminazioni, il tema più generale della divisione sessuale del lavoro continua a riproporsi come campo di confronto aperto tra uomini e donne, fino a rimettere in questione alla radice la separazione simbolica, istituzionale e normativa tra “lavoro produttivo” e “riproduttivo” tra lavoro per il mercato e lavoro domestico e di cura.

Noi dicevamo che bisogna ridiscutere questa separazione. Ci siamo riuscite: la maternità è oggi nel mercato e di conseguenza è saltata quella separazione. Adesso è ora di riconoscere nessi, interdipendenze e ordine di priorità tra queste diverse componenti del lavoro umano; sosteniamo che la regolazione dell’uno non può avvenire senza ridiscussione dell’altro; non vogliamo più sentir parlare di lavoro, tempi e organizzazione del lavoro, welfare e crescita – e nemmeno di lotte dei lavoratori – senza riconoscere che il lavoro di riproduzione e manutenzione della esistenza umana è componente strutturale di tutto il lavoro necessario per vivere. Questo lavoro non può più essere concepito come un insieme di attività residuali, tenute fuori dalla storia, dall’economia e dal diritto, affidate alla sola benevolenza femminile o alla sola contrattazione tra i singoli. Una responsabilità che rende le donne garanti in ultima istanza della qualità della vita per tutti, nella quotidianità e nel corso di tutta l’esistenza.

Oggi la doppia competenza delle donne cambia potenzialmente di segno alla – non nuova di per sé – messa al lavoro delle donne e getta le basi per un’altra idea di lavoro e di economia del vivere per tutti: è quello che abbiamo chiamato Primum vivere anche nella crisi. Si tratta dunque di riconoscere che non è più possibile pensare di modificare i rapporti di produzione – e i rapporti sociali che ne derivano – senza pensarli insieme a quelli di riproduzione, e senza ripensarli entrambi alla luce della divisione sessuale del lavoro che li sottende.

Solo se accettiamo questa complessità del concetto ( e della materialità) del lavoro sociale necessario nelle società contemporanee – e solo se accettiamo senza troppa paura la conflittualità che può derivarne sia tra uomini e donne sia tra capitale e lavoro – possiamo discutere di lavoro oggi, di forme e azioni politiche, di istituti normativi. Solo se assumiamo questo inedito – storicamente – punto di vista in tutta la sua valenza politica siamo in grado di fare spazio tra le macerie post fordiste e di (ri)metterci in gioco, donne e uomini, lavoratrici e lavoratori.

Una nota a margine su questo punto.

Siamo in relazione con molte sindacaliste presenti nell’Agorà del lavoro soprattutto quelle di Brescia, Reggio Emilia, Pesaro e alcune di Milano sia funzionarie che delegate. Dalla loro esperienza cresce la necessità urgente di fare un bilancio della presenza delle donne nei sindacati (oltre che nei partiti e nelle istituzioni). Molte dicono che le quote non hanno aiutato. Anzi, unendosi alla ideologia della conciliazione, sono state il bromuro che ha spento la capacità di portare il conflitto per modificare nella sostanza il pensiero e la pratica sindacale e politica. Lo dicoco chiaramente Michela Spera e Laura Spezia in un articolo su Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne (inserto Pausa lavoro): negli anni ‘70 e inizio ‘80 c’è stata un’esperienza nel sindacato che si caratterizzava per un forte intreccio tra femminismo e lavoro che puntava a costruire una soggettività politica delle donne nel sindacato. Secondo molte sindacaliste riesci ad agire il conflitto per cambiare le cose anche all’interno del sindacato se hai una pratica politica in autonomia. A partire dalla seconda metà degli anni ‘80 invece, è prevalsa l’omologazione e così è iniziata una lunga battaglia insensata sulle quote e le norme antidiscriminatorie. Questo non ha risolto e non risolve la questione fondamentale per le donne nel sindacato: affermare il punto di vista delle donne per operare modifiche nel lavoro e nella società.

Mettere a fuoco la divisione sessuale del lavoro ci porta al secondo aspetto fondamentale dei nuovi soggetti.

Nei nuovi soggetti lavoro e vita si intrecciano in forme e misure inedite nella storia: sono soggetti in carne ed ossa che non possono e non vogliono più dividere tempo di vita e tempo di lavoro, bisogni, necessità, e desideri.

Vogliamo lasciare che tutto ciò sia colonizzato dal neoliberismo onnivoro? Che l’abbia vinta il biocapitalismo nel suo intento di mettere al lavoro e trarre profitto dalle vite intere?

Molte donne e uomini sono convinti che ci sia una strada di libertà. E comunque da qui non si torna indietro. Sono intrecci complessi ma inevitabili se vogliamo raccogliere la sfida del presente. Ad esempio, i nuovi soggetti, soprattutto le donne, sono sensibili al tempo di lavoro e al senso del lavoro cioè a mettere in discussione l’organizzazione del lavoro, spesso più che al denaro. È un dato interessante, che però si intreccia con la piaga forse più grave dei nostri giorni, quella del lavoro non pagato (emerge benissimo in occasione di Expo). E cioè anche quando c’è il lavoro, è pagato pochissimo. Anche qui si intrecciano esperienze e desideri complessi, storie progetti e speranze che non si possono appiattire in un obbiettivo univoco.

Penso quindi che il sindacato debba chiedersi che cos’è il lavoro e come creare lavoro, cioè debba decisamente entrare nel campo dell’economia e cercare di ridare un senso al lavoro.

Giorgio Lunghini in un articolo pubblicato su Il Manifesto (15.06.2013) si avvicina al punto di vista delle donne sul lavoro quando afferma:

Non si tratta di uscire dal capitalismo ma di occupare quella terra di nessuno dell’economia e della società nella quale le merci non pagano (…) una terra abitata dalle tante attività che non sono mosse dall’obiettivo del profitto (…) la terra del lavoro concreto, del valore d’uso (…) principalmente lavori di cura in senso lato delle persone e della natura”.

Apprezzo il testo di Lunghini non solo per quello che dice sui lavori concreti, ma anche perché inserisce il lavoro di riproduzione e manutenzione dell’esistenza umana e della natura in un quadro economico più generale. Infatti, sottolinea:

I valori d’uso prodotti dai lavori concreti comporterebbero un aumento dei salari reali e non avrebbero effetti inflazionistici (…) poiché producendo valori d’uso servono direttamente a soddisfare i bisogni sociali, ma indirettamente servono anche a migliorare le condizioni e la stessa produttività dei valori di scambio prodotti dal lavoro astratto”.

Sottolineo però, un po’ polemicamente, che la terra di nessuno di cui parla Lunghini è in realtà una terra che le donne conoscono bene per averla percorsa palmo a palmo coltivata e arricchita da secoli.

Invece, anche i più acuti osservatori delle dinamiche sociali, economiche e politiche, come Lunghini, si ostinano a non registrare a livello di paradigmi cognitivi l’esperienza umana delle donne che viene sussunta nel maschile: la sussunzione delle intere vite non è evidentemente appannaggio solo del neoliberismo.

I nuovi soggetti, in cui si intrecciano così radicalmente vita e lavoro, tendono a non delegare a un partito o a un sindacato, ma sono disponibili a partecipare in misura mobile e variabile alle lotte del lavoro. Questo mette in discussione, e in difficoltà, i delegati di oggi che si ritrovano a fare un lavoro tra il consulente, il confessore, l’assistente sociale, la psicologa.

Molte sindacaliste in Agorà hanno detto che spesso sono le donne a fare questo lavoro di ascolto individuale, ma sono poi soprattutto gli uomini a essere in maggioranza nelle commissioni trattanti che finiscono così per essere separate da questo lavoro politico di base.

Molte donne nel sindacato vorrebbero scardinare questa separazione, cioè, vorrebbero rendere evidente e fare accettare il nesso tra queste due parti del lavoro sindacale: cioè tenere insieme contrattazione individuale e contratti generali, centralità dell’esperienza della singola/o che lavora e forza per tutte/i.

Avere donne in posizioni dirigenti e avere i numeri – tante donne – a mio parere non garantisce neppure nel sindacato. Bisogna elaborare con più precisione il nuovo paradigma conoscitivo di tutto il lavoro necessario per vivere, essere dirompenti e portare avanti i propri temi.

Non si tratta più dunque di ripensare il soggetto politico solo come soggetto collettivo. Si tratta di ripensare una conflittualità e un agire politico a misura dei nuovi soggetti. Nella consapevolezza che le vite di tutti sono inesorabilmente singolari e che tutti i pezzi delle nostre vite sono connessi. È tempo di riprendere in mano l’iniziativa nei luoghi di lavoro e anche nei lavori che non hanno luogo (autonomi, parasubordinati, consulenti del terziario avanzato, ecc).

Il lavoro è frammentato e, per un’intera generazione – quella tra i 20 e i 35 – così precario da non avere un senso centrale nella loro vita, pur occupandola. Mi chiedo allora se il sindacato riuscirà a misurarsi – come ha fatto ai tempi dei consigli – con questa realtà che è cambiata così velocemente. Va bene dare autorità ai delegati e alle loro decisioni. Ma perché il sindacato non tenta un confronto, creando luoghi fisici dove incontrarsi con tutte le figure, (informatici, consulenti del terziario, pubblicitari, ricercatori, traduttori) – sia donne che uomini – che lavorano intorno e per l’impresa, piccola media e grande? Un tempo c’erano le leghe. È probabile che oggi non siano più proponibili. L’Agorà del lavoro di Milano era ed è un tentativo in questo senso. La grande forza che il sindacato ha ancora nella nostra regione può nventare altre forme, magari più incisive.

Concludendo. Mi sembra che la profezia di Simone Weil sia attuale: la giustizia sociale, una buona vita per tutti e la libertà per lavoratrici e lavoratori o saranno opera dei lavoratori stessi o non saranno.

La rappresentanza delle organizzazioni – diceva lei e io lo condivido – è un problema importante ma secondario rispetto alla presa di coscienza dei deleganti, i soggetti che vivono e lavorano.

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Uomini donne e lavoro domestico: una sentenza della Cassazione

Segnalo questa recente sentenza della Cassazione così come viene “tradotta” nella rubrica “Fronte / Verso” a cura di www.studiolegalealesso.it che si propone di rendere comprensibile il diritto oltre i rituali linguistici specialistici. Mi preme però sottolineare che la (brutta) espressione “il marito che non può aiutare la moglie nelle faccende di casa” non mi pare sia contenuta nella sentenza. Aiutare o non aiutare la donna infatti, dà per scontato che il lavoro domestico sia per definizione femminile. Forse allora più correttamente si sarebbe dovuto scrivere “il marito che non può svolgere lavoro domestico…” (giordana masotto)

Per la Cassazione il lavoro domestico non è prerogativa delle donne : il marito che non può aiutare la moglie nelle faccende di casa, per lesioni derivanti da un incidente stradale, ha diritto al risarcimento.

Una coppia di coniugi viene coinvolta in un incidente stradale. Il marito riporta gravi lesioni, che lo costringono ad una lunga assenza dal lavoro, dal novembre 2001 al settembre 2003, periodo durante il quale viene assistito dalla moglie.

Si rivolgono entrambi al Tribunale di Venezia per ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti, richiedendo anche la liquidazione del danno derivante dall’incapacità di svolgere le attività domestiche: il marito a causa delle lesioni subite, la moglie poiché costretta ad accudire il coniuge durante il lungo periodo di inabilità.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Venezia, pur accogliendo in parte le domande dei coniugi, respingono quella relativa all’incapacità lavorativa domestica del marito.

La Corte d’ Appello, nel motivare il rigetto della domanda, afferma che “non rientra nell’ordine naturale delle cose che il lavoro domestico venga svolto da un uomo”.

I coniugi impugnano la decisione davanti alla Corte di Cassazione che accoglie il loro ricorso sulla base dei seguenti motivi:

– la motivazione espressa dalla Corte d’Appello è illogica e gravemente erronea, dato che non è certo “madre natura” a stabilire la divisione delle incombenze domestiche tra i coniugi in base all’appartenenza al sesso maschile o femminile, ma una loro libera decisione.

– l’affermazione della Corte d’Appello è inoltre contraria al principio di uguaglianza dei coniugi, i quali sono tenuti a contribuire ai bisogni della famiglia in modo paritario. Pertanto, a meno che tra i coniugi non siano intervenuti accordi differenti, si deve presumere che entrambi si occupino delle incombenze domestiche;

– il lavoro domestico è un’attività che ha un proprio valore economico, non poterlo svolgere costituisce un danno che merita di essere risarcito.

In applicazione di tali principi, la Corte ha quindi affermato che il marito ferito in un incidente stradale ha diritto al risarcimento per non aver potuto aiutare la moglie nelle faccende domestiche.

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Nuovo anno, nuove prospettive per l’Agorà

Dopo tre anni di incontri possiamo dire che – pur nelle difficoltà dell’impegno richiesto, nella discontinuità delle presenze (in grande maggioranza donne dal momento che gli uomini si sono ben presto ritirati) e nella imprevedibile qualità degli incontri – l’Agorà ha generato sapere e ha dato a chi vi ha partecipato “forza per sottrarsi alla corrente”. L’Agorà infatti, viene evocata da tante partecipanti (anche da lontano) come luogo da cui si trae forza.

Oggi, in quel gruppetto che in questi tre anni ha seguito in maniera più costante l’Agorà, abbiamo valutato che la ritualità, cioè l’incontro fisso una volta al mese, ha avuto il pregio di creare un punto di riferimento stabile, ma alla lunga è diventato un po’ una gabbia che tende a escludere le molte che, per le più diverse ragioni, non riescono a partecipare con continuità.

Per questo abbiamo pensato di rinunciare all’appuntamento fisso.

Questa decisione non fa venire meno, per alcune di noi, l’esigenza di continuare lo scambio sull’intreccio lavoro-vita che abbiamo messo a tema con l’Agorà e rispetto al quale, ne siamo convinte, noi donne abbiamo moltissimo da dire e da proporre. Pur nella consapevolezza che il contesto in cui viviamo è davvero complesso e che non ci sono risposte facili.

Per questo proponiamo di proseguire con un gruppo di riflessione che potrà poi ampliarsi con incontri pubblici-cittadini quando avremo messo a fuoco e chiarito bene quei contenuti a cui vogliamo dare maggior evidenza e risonanza.

Il gruppo è aperto e siete tutte e tutti invitate/i.

Ci incontriamo per un primo momento di focalizzazione del lavoro

martedì 20 gennaio alle 18.00
presso la Libreria delle donne di Milano – Via Pietro Calvi n. 29.

Nel frattempo siete tutte invitate a inviare commenti e proposte.

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Il senso del lavoro. Conversazione

giovedì 27 novembre 2014 – ore 17

Conversazione su
Il senso del lavoro. Pratiche e saperi di donne (ombre corte 2014)
a cura del Comitato pari opportunità dell’Università degli Studi di Verona

con Anita Conforti, Antonella Picchio, Giordana Masotto, Pinuccia Barbieri, Annarosa Buttarelli, Antonia De Vita, Giorgio Gosetti, Luigina Armentano, Anna Paini, Veronica Polin

Verona, Università degli Studi, Biblioteca Centrale A. Frinzi, via S. Francesco 20, saletta “Incontro con l’autore”

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