Immagina che a Milano

Comunque vadano le amministrative, lanciamo una scommessa:
che qui possa nascere un luogo pubblico
in cui il lavoro che cambia prende la parola. Un’agorà del lavoro

Immagina che a Milano ci sia un luogo pubblico e aperto in cui donne e uomini si incontrano per ragionare insieme sul lavoro così come si presenta oggi,

con l’entrata in massa delle donne nel lavoro per il mercato,

con la consapevolezza che lavoro è tutto il lavoro necessario per vivere,

con il sapere complessivo che le donne portano

e che interroga tempi, modi e oggetti del lavoro e dei servizi,

con la fatica delle/dei giovani a cominciare a realizzare il proprio progetto di vita,

con la crisi che spalanca le porte alla disoccupazione ma anche alla messa in discussione del modello di sviluppo liberista,

con lo scarso impatto che il sapere del lavoro che cambia ha sulla politica ufficiale

e con la provata incapacità delle politiche nazionali e internazionali di contrastare il potere dell’economia e della finanza.

 

Qui accade qualcosa

La scommessa di un incontro pubblico, dunque, in un luogo aperto a donne, uomini che vogliono liberamente dire e ascoltare esperienze e pensieri su lavoro-vita.

Un appuntamento fisso in un luogo che venga ben pubblicizzato.

Un luogo dove ognuna/o si senta autorizzata a proporre il suo desiderio, il suo racconto, il suo dubbio, la sua fatica, la sua voglia di approfondire.

Un luogo dove pensieri ed esperienze si connettano e producano trasformazioni e pensieri nuovi.

Un luogo dove i conflitti del presente stanno all’ordine del giorno.

Insomma: quasi un’autocoscienza di “massa” per quelle di noi che l’hanno praticata. Ma potremmo anche chiamarlo un grande “blog in presenza” che faccia fare un passo avanti all’esperienza della connessione in rete.

Meglio ancora: un’agorà. Che sappia proiettare nel luogo pubblico i singoli soggetti, le storie di ognuno. Un luogo insieme concreto e simbolico.

Un luogo che cresce, che prende senso e valore perché crea aspettativa, fiducia.

Un luogo “in cui tornare” e dove “far tornare” quello che si riesce a fare/cambiare e che per questa via renda politici i cambiamenti individuali.

Un luogo in cui andare perché lì accade sempre qualcosa. E allora magari ci verranno anche studiose, sindacaliste, giornaliste perché lì le donne “parlano” pubblicamente.

 

Generazioni diverse di donne

È una scommessa grande e ne siamo consapevoli.

Alcune di noi infatti, pensano che l’autocoscienza come noi la conosciamo sia una pratica che, oggi, non si può o non si ha il tempo di fare. O che non è semplice fare tra donne di generazione diversa. L’abbiamo sperimentato direttamente: le giovani donne che hanno preso contatto con il nostro gruppo, sono assai disponibili a raccontarsi (che non è la stessa cosa del partire da sé), a discutere, magari a fare uno o due incontri. Vanno veloci. L’essenziale deve accadere in quei primi contatti e produrre subito risposte. Senza il tempo per far emergere in ognuna il desiderio di nutrire il gruppo, senza la possibilità di farsene protagoniste.

È chiaro che non si ritrovano nelle modalità politiche del femminismo storico.

È un fatto che ci turba e ci interroga. E acuisce il senso di mancanza delle loro energie nuove. Spingendoci a cercare anche altre strade per mettere in moto quell’esperienza del dire-ascoltare-contrattare che pure è stata accolta con grande interesse nei molti dibattiti che abbiamo fatto in giro per l’Italia.

Insomma il tema del lavoro ci pare un buon punto di incrocio per superare quello che a volte sembra un abisso di incomprensione tra generazioni diverse di donne.

 

Oltre l’autocoscienza

Quanto all’autocoscienza.

Sappiamo bene che negli anni Settanta la presa di parola e di coscienza delle donne riguardava territori molto vicini alle interessate: relazioni con gli uomini, il proprio corpo, la sessualità, i tempi e le priorità della propria vita. Il cambiamento era, non facile certo, ma a portata delle proprie mani. E infatti l’autocoscienza è diventata parola vivente perché ognuna ha modificato, per quanto poteva, la sua vita e le sue relazioni.

Non solo quelle private (il privato è politico! dicevamo): le militanti infatti sono uscite dai gruppi politici. Se ne andavano perché altrimenti non avrebbero potuto cambiare le cose che volevano cambiare.

Stare con le donne era nuovo bello e divertente. Era desiderabile sopra ogni cosa.

Ma nel lavoro? Qui c’è un gradino in più. Perché il lavoro ha a che fare con le leggi dell’economia e del diritto, con rapporti di forza e interessi contrastanti, con l’iniqua distribuzione del reddito, con la differenza, in Italia, di occupazione tra nord e sud.

E con la politica dei sindacati e dei partiti che presidiano il territorio teorico e organizzativo del lavoro senza farsi molto contaminare, almeno fino ad ora, dal nuovo pensiero delle donne (nonostante l’impegno e il desiderio delle molte donne che sono in quelle organizzazioni).

Senza vedere che non del lavoro delle donne si tratta, ma del pensiero delle donne sul lavoro che cambia.

 

Il senso dell’agorà

È tutto questo che vorremmo affrontare nell’agorà.

Forse si tratta di un progetto troppo grandioso e difficilmente realizzabile?

Pensiamo di no perché questi temi interessano molte e molti pur nelle diversità di analisi o di priorità. Nei vari gruppi e realtà consolidate di Milano ognuna/o utilizza le proprie chiavi di lettura e strumenti di analisi che si traducono per lo più in pratiche diverse. Ma tutte e tutti sentono ora l’esigenza di fare passi avanti e sta maturando il desiderio di incontrarsi e mettere a confronto esperienze e progetti. Insomma: riposizioniamoci.

Sul lavoro si è già detto molto, ma molto resta da dire. Tra l’altro proprio la parola e il pensiero delle nuove generazioni rimangono opachi. Infatti, si parla molto della condizione dei “precari” nel mercato del lavoro, ma precario è parola dal significato tanto negativo e generico da rendere ancora indifferenziata la loro esperienza.

 

Milano è il posto giusto

Proponiamo che Milano sia il luogo di questa agorà per ragioni precise.

A Milano da tempo immemorabile le donne lavorano fuori casa.

A Milano almeno da 30 anni è iniziata la crescita esponenziale dell’occupazione femminile: oggi le adulte tra 24 e 54 anni (46,6% della popolazione), sono attive sul mercato del lavoro per l’80%! I loro tassi di occupazione sono ampiamente superiori a quelli delle coetanee europee (EU 12).

A Milano il tema della “manutenzione dell’esistenza” si presenta con tutta la sua forza materiale e simbolica: ogni cento donne milanesi tra i 25 e i 64 anni, ci sono ottantacinque persone “dipendenti” (55 minori di 18 anni e 30 over 75) di cui “qualcuno” deve, e in molti casi vorrebbe, occuparsi almeno un po’. E infatti se ne occupano sia le autoctone, nei fitti scambi intergenerazionali tra figlie mamme nonne, sia le straniere, che a Milano sono occupate per la metà nei servizi alle famiglie.

A Milano arrivano molti e molte da varie parti di Italia per studiare e lavorare.

A Milano si fa anche particolarmente sentire la disoccupazione dei giovani. Chi infatti un “vero” lavoro lo cerca disperatamente, e non lo trova, sono proprio le ragazze tra i 15 e i 24 anni che stanno finendo o hanno già completato gli studi. Queste ragazze (non molto diversamente però dai loro amici maschi) hanno tassi di occupazione nettamente più bassi della media europea (EU 12).

A Milano ci sono gruppi che conoscono il lavoro nei suoi più articolati cambiamenti, ci sono le analisi e le inchieste, c’è l’associazionismo del lavoro autonomo di seconda generazione.

A Milano possiamo incontrare donne di città vicine (Brescia, Reggio Emilia, Verona e altre) che, nel sindacato e non, tengono viva la riflessione sul lavoro.

 

Quali forme di aggregazione

A Milano proprio per tutti i motivi detti sopra si sente l’urgenza di capire quali forme di aggregazione sono più rispondenti sia al cambiamento del lavoro che a quello delle persone e delle situazioni.

Milano oggi è una realtà assai ricca di pensiero e di azioni che riguardano il tema lavoro/donne.

Nell’area femminista, oltre al nostro Gruppo lavoro legato alla Libreria delle donne, che ha prodotto molti testi, tra cui Parole che le donne usano nel mondo del lavoro oggi, Doppio Sì e il Sottosopra “Immagina che il lavoro”, c’è la Libera Università delle Donne che si dedica con continuità a questi temi con cicli di incontri e scritti, e anche lo storico ritrovo Cicip e Ciciap ha organizzato incontri su lavoro/economia.

Ci sono donne che pensano e scrivono su questi temi come Chiara Martucci, Cristina Morini, Adriana Nannicini, Marina Piazza, Luisa Pogliana, e molte altre.

Di lavoro delle donne, naturalmente, si occupano le sindacaliste delle maggiori organizzazioni sindacali, anche con studi e convegni dedicati, guardando soprattutto al lavoro dipendente e ora anche a quello migrante.

Proprio a Milano, non a caso, Anna Soru ha dato vita ad Acta, associazione consulenti terziario avanzato, che si rivolge ai lavoratori autonomi di seconda generazione, particolarmente numerosi nella nostra città e che in realtà sono nella grandissima maggioranza lavoratrici.

Ben radicata a Milano è anche l’area che potremmo chiamare delle “lobbiste” che, a partire dalle manager ma non solo, cercano di sostenere le donne nell’avanzata all’interno delle aziende, lavorando su pari opportunità, azioni antidiscriminazione e soprattutto, e più recentemente, su quel filone di studi e pensiero che va sotto il nome womenomics: la valorizzazione cioè delle differenze di genere per migliorare le organizzazioni e performance aziendali.

Vivacissimo è poi il mondo delle “connesse”, le donne che nei blog fanno rete, si scambiano informazioni, racconti, pareri e sostegno psicologico. Sono soprattutto lavoratrici madri, ma anche autonome e precarie. Il mondo delle giovani precarie (donne e uomini) si è dato poi anche luoghi e momenti di incontro non virtuale, come Sconvegno, San Precario, Intelligence precaria.

Non mancano poi le “creatrici” che costruiscono realtà di lavoro alternative, a misura dei propri desideri.

E infine, ma non meno importanti, ci sono le università, che in varie facoltà studiano e fanno ricerca sui temi legati al lavoro delle donne.

 

 

Facciamo politica!

Noi ci mettiamo tra i soggetti che agiscono politicamente.

È, infatti, agire politico a tutti gli effetti costruire un gruppo dove il desiderio circola, sapendo però che quello che si può chiamare lo stesso desiderio vive vite diverse nelle diverse persone. E quindi sono necessarie molte mediazioni.

Nel nostro caso, il desiderio era quello di iniziare un’avventura politica con una sfida: siamo in grado, abbiamo il sapere per scrivere un manifesto del lavoro di donne e uomini, del lavoro tout-court, non solo del lavoro femminile.

Non l’abbiamo fatto con inchieste sociologiche (che pure sono utili) ma con un lavoro di interrogazione soggettiva stando le une in presenza e in rapporto con le altre per fare affiorare tra noi il presente che cambia.

Questo tipo di impegno era buono una volta e lo è doppiamente oggi, in un mondo dove le cose cambiano rapidamente e c’è una necessità sia esistenziale sia politica di orientarsi in prima persona.

Il Manifesto Immagina che il lavoro è stato letto e discusso da migliaia di donne e tradotto in tedesco e spagnolo.

Verifichiamo spesso con piacere di aver creato parole che camminano, che hanno in parte cambiato, o quanto meno segnato, le analisi correnti.

Una parte di noi, tuttavia, non è contenta perché sospetta che questa azione ad ampio raggio si mantenga parallela a quella che in fondo quasi tutti intendono come “la politica” impostata dal pensiero e dalla volontà maschile. Parallela, senza incrociarla. Senza incidere sulle persone che ritengono di fare politica, comprese quelle che si sono dichiarate d’accordo con le nostre parole.

Siamo convinte che alla lunga quelle idee incideranno per il modo in cui sono state guadagnate, con attenzione alla realtà, senza politicismi e senza la zavorra di un passato esaurito. E per il linguaggio in cui sono state espresse che è vicino alle cose da dire e alle parole che esprimono l’esperienza vissuta.

Tuttavia vorremmo vedere segnali di una rivolta delle donne (e non solo) rispetto al lavoro e alle sue politiche così come sono state concepite e organizzate in una cultura e civiltà in cui appare insensato il desiderio di lavorare e fare figli. In questa prospettiva infatti si riassume per alcune la scommessa di un’intera vita: contraddizione lacerante e scelta di libertà.

 

Necessità libertà conflitto

Libertà dunque.

Nessun ritorno al passato, nessuna nostalgia dei vecchi ruoli o proposta di nuove gabbie identitarie. Anzi una gran voglia di rimescolare molte carte. A partire dalla politica.

Perché nel lavoro di relazione e, per alcune donne nell’esperienza della maternità, c’è un intreccio di necessità e libertà, una contaminazione tra scelta e costrizione.

Le donne fanno la spola incessantemente tra libertà e necessità, tra piaceri e doveri. E, forse per questo, sanno pensare la propria libertà attraverso le necessità.

Al contrario, nel pensiero (maschile) corrente, viene dato per scontato l’antagonismo tra il regno della necessità e quello della libertà.

Certo, questo cambia l’idea di conflitto.

Ma ci pare che anche ripensare il conflitto, senza negarlo e senza soccombere, appartenga profondamente all’oggi.

Milano, dicembre 2010.

A cura del Gruppo Lavoro della Libreria delle donne di Milano

Questa voce è stata pubblicata in contributi e discussioni. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Immagina che a Milano

  1. Mr WordPress ha detto:

    Hi, this is a comment.
    To delete a comment, just log in, and view the posts’ comments, there you will have the option to edit or delete them.

  2. Serena Fuart ha detto:

    Ci sarò senz’altro, a lunedì,
    buon lavoro
    Serena Fuart

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...