Agorà del lavoro del 20 giugno vissuta da Serena Fuart

Giordana Masotto apre la discussione richiamandosi a quello che era emerso dal precedente incontro: un senso di apertura, curiosità, un desiderio di tenersi in contatto. Che senso potrebbe avere questa scommessa politica? Si chiede. Le parole chiave sono: ACCADE A MILANO OGNI MESE.  “Accade” perché è qui, “a Milano” perché è legato a questo contesto, alla propria vita. E poi “ogni mese” sta a significare che si riportano questioni di mese in mese, si mettono in contatto le cose per scambiarsi informazioni. Messe qui questioni possono tornarci. Giordana affronta anche  l’argomento della sede. Dove ci si è trovate, trovati fin’ora sono stati dei luoghi che abbiamo dovuto affittare a pagamento. L’Agorà dovrebbe avvenire in un luogo gratuito.

Il primo intervento è di Maria Carla Baroni che propone di ELIMINARE il precariato, fare leggi per la sicurezza sul lavoro e  per riduzione dell’orario lavorativo.

Maria Grazia Campari ritorna sull’idea della sede sottolineando che ci vorrebbe uno spazio comune offerto gratuitamente così da avere un riconoscimento simbolico. Propone poi la riforma della controriforma del diritto al lavoro accompagnato da un’ipotesi di reddito di base.

Anche Nicoletta Pirotta ribadisce l’idea del luogo gratuito e ribadisce l’importanza di questa scommessa politica come posto dove parlare del senso del lavoro, che può essere un elemento di soggettivazione a partire da noi, un luogo dove riscoprire il valore del lavoro produttore di benessere collettivo. Il concetto che esprime è lavoro come bene comune.

Anche Marina Terragni interviene a proposito del luogo informando che Pisapia ha proposto di utilizzare gli spazi delle scuole mettendoli a disposizione dei cittadini. Marina parla anche di lavoro come bene comune lanciando l’idea del telelavoro per evitare “la deportazione mattutina di corpi dove le relazioni non sono belle” ed evitare problemi di inquinamento. Avvicinare quindi il lavoro ai luoghi di vita.

Giulia Ghilardini non si trova d’accordo che si sposti l’attenzione sulle riforme del lavoro ma propone di riportare il discorso sul lavoro del fare significato, del partire da sé. “il lavoro per me è un’attività che produce reddito”, dice.  Importante è vedere quale valore gli viene attribuito. Propone ancora di parlare del qui e ora. Il significato del lavoro lo ritroviamo qui.

Interviene poi Luisa Muraro raccontando di una manifestazione di extracomunitari che si sono ribellati in quanto nonostante lavorassero si sono visti negati il diritto di soggiorno. “Io sono per il qui e ora ma ho molta attenzione verso le donne immigrate che si trovano a fare lavori molto precari. Sono donne eccellenti” ha detto. “Vorrei assicurare la presenza di queste e questi all’Agorà”

L’intervento Federica Nanni invita a riflettere sul precariato. Non è d’accordo sull’eliminazione del precariato “Mi fa paura questa proposta perché io sono precaria” dice.

“Il precariato” sottolinea “è la liquidità nel mondo del lavoro”. Il telelavoro, per rispondere a Marina Terragni, “per noi già esiste. Noi non produciamo oggetti ma idee, io scrivo progetti” Federica lancia l’idea di dare valore al lavoro immateriale e non valutare le professioni attraverso standard che stanno cadendo. E’ necessario un passaggio di testimone a queste realtà lavorative differenti dal lavoro di dieci anni fa.

Carla Colzi sostiene che la volta scorsa aveva avuto una sensazione di liberazione grazie alcuni pensieri espressi da questo gruppo. Oggi no. “Se dobbiamo farci carico dei disastri del lavoro non ci sto. Abbiamo bisogno di trovare altre parole per parlare del lavoro. Sto cercando altre cose rispetto quelle che emergono questa sera”.

Su questa scia Angela Addorisio (?) dice “qui si parla di un lavoro che io e la mia generazione non conosciamo. Quello che cerco in questo posto è una nuova definizione del lavoro e delle lavoratrici /lavoratori”.

L’intervento di Paola Redaelli si focalizza sul significato del lavoro “Per me è cambiato nel corso della mia vita”… “ C’è un abisso tra i precari e non precari. Non sono interessata a sentire discorsi astratti. Sono d’accordo invece sul discorso del reddito di base”. Riguardo il telelavoro Paola sostiene che lei lo usa già quando è malata e sta a casa.

Margherita si presenta come una precaria che ha trovato un lavoro precario in Belgio. Interviene rispetto cosa si aspetta da questa Agorà. “Concretezza, di che tipo di lavoro stiamo parlando? Dobbiamo cambiare la mente delle persone. Non si tratta di eliminare il precariato, non sono d’accordo. Ma invece si può concretizzare la proposta di pagare gli stage come già avviene in Inghilterra, Francia e Germania. Io cerco risposte concrete nuove”.

“Parliamo di elaborazione di quella parte del lavoro che riguarda le donne, lavoro invisibile, lavoro domestico – interviene Luisa Muraro –“…parliamo di una condizione che ha delle connotazioni molto concrete”. Propone l’approfondimento degli aspetti femminili e maschili del lavoro.

Caterina Gatti si dichiara interessata al discorso su cos’è il lavoro e sul discorso della remunerazione. “Il lavoro fisso per me in passato non era un valore. Ce l’avevo e l’ho lasciato. Per me il lavoro il pezzo con cui incido sul mondo”. Nel suo intervento parla poi del riconoscimento economico dei lavori gratificanti. Spesso infatti tali lavori, in quanto gratificanti appunto, non sono remunerati come dovrebbero o non vengono remunerati affatto. Riporta una battuta degli anni ottanta: “ci sono i lavori remunerati con i soldi e quelli remunerati con la gratificazione”. Luciana sottolinea che  “Sono importanti entrambi”. Racconta poi della sua angoscia di andare in pensione. La spaventa il tempo vuoto che le porta l’idea di finitezza e di morte.

Luisa Muraro riprende l’intervento sostenendo che la partecipante ha detto una cosa molto importante quando parla di gratificazione. Le fonti di gratificazione degli immigrati siamo noi che abbiamo la cittadinanza, dice. Questa umanità chiede di venir gratificata. Questo luogo si costruisca anche come senso di gratificazione.

Alberto Leiss “Sergio Bologna ha proposto di andare in piazza a protestare e ha mandato una mail alle promotrici ai promotori dell’Agorà. La proposta è stata lasciata cadere anche perché forse non ha trovato consensi. Ma qui bisogna parlare anche di questioni con le quali non si è d’accordo. Questo è un luogo di scambio”. Leiss condivide quello che diceva Luisa Muraro a proposito degli immigrati.

Ornella  Bolzani si trova d’accordo sulla questione di far proposte concrete. Tuttavia bisogna prima pensare a come concepiamo il lavoro, quanto sia centrale nell’esistenza umana. Ora si parla di sapere, di lavori cognitivi. Parla poi rispetto al concetto di necessità e libertà. “Le donne sono brave a districarsi tra necessità e libertà. Questo ha prodotto sapienza. La mia proposta concreta è darsi da fare attraverso anche mediazioni istituzionali per ottenere la condivisione totale da parte degli uomini in ambito domestico”.

Lilli Rampello riprende il tema “cosa mi aspetto dall’Agorà”. “Due cose: che sia un luogo di scambio. Non metterei a tema il discorso del precariato ma mi metterei in ascolto delle esperienze”. Racconta poi che ha lavorato per anni in un posto fisso. Andata in pensione ha sperimentato il lavoro a progetto. “Lo detesto. Il lavoro fisso mi ha strutturato la mente in un certo modo che non mi ha permesso di adattarmi al lavoro a progetto. Il lavoro a progetto è lo sfruttamento massimo. Vorrei sapere dai giovani che non sempre sognano il posto fisso come il lavoro a progetto ha strutturato le loro menti”.

Sempre a proposito del precariato interviene Marianna Miller. Il precariato non va bene, dice, ma il contratto a progetto è diverso. Ha il suo senso. Il precariato toglie energie il progetto le stimola, dà forza. “Il progetto è la parola opposta al precariato: è progettualità, ha i suoi vantaggi, si può lavorare in autonomia e non sei alle dipendenze. Il dramma sta nella cultura che non accoglie questa nuova forma contrattuale. Ci si deve confrontare positivamente con questo nuovo processo”.

Rispetto alla precarietà, Loretta Borrelli  sostiene che ci sono diverse prospettive, orizzonti di desiderio nelle generazioni. Il precariato conduce a un cambiamento culturale. “In questo periodo storico sento che sto perdendo tempo – dice – nel senso che mi stanno rubando il tempo. Non sto pensando ai diritti ma a riavere il mio tempo e desiderio”

Chiara Martucci racconta la sua esperienza di precaria. Nata negli anni settanta sperava dopo gli studi di approdare a un posto fisso e all’indipendenza economica. Ma a questo obiettivo non è ancora arrivata a 38 anni. Ha la fortuna di avere i genitori come welfare ma non è da tutti.

Anche lei invita alla concretezza e risponde alla partecipante (Luciana Gatti) che parlava della paura della pensione a causa del tempo vuoto. “Possiamo anche non lavorare” risponde Chiara “la vita è anche altrove, primum vivere, trovare senso altrove”

Silvia Motta riconosce d’aver avuto anche lei la sensazione di difficoltà in questo incontro. E’ come se mancasse un centro di gravità, dice citando una  famosa canzone.

“L’Agorà è un’invenzione, non sappiamo ancora cos’è. Mi sarebbe piaciuto interloquire con le ragazze che parlavano di precariato”.

Sottolinea due cose: “mi sembra che siamo tutte tutti d’accordo a proseguire e a trovare un luogo gratuito”. La proposta di una partecipante durante l’incontro di frammentarsi in piccoli gruppi di approfondimento non la trova attuabile ora perché rischierebbe d’essere dispersiva. Invita a mandare proposte e idee sul blog su come proseguire la prossima volta.

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Una risposta a Agorà del lavoro del 20 giugno vissuta da Serena Fuart

  1. nunzia catena ha detto:

    Ho letto il resoconto della seconda giornata d’incontro e partecipo a distanza alla discussione con questo post. Il mio piccolo contributo alla vostra discussione è questa brevissima riflessione: cos’è cambiato sulla questione lavoro ? le forme, il significato in sè ? Si, certo, ma solo in piccola parte. In realtà sono cambiati i contratti di lavoro; infatti cos’altro sono quelli che vanno sotto il nome di co.co.co.,interinale, job-sharing, co.co.pro., ecc.. ? Questa differenza rispetto al passato è una differenza di forma e sostanza. Prendiamo ad esempio la flessibilità di un rapporto, cosa crea, se non rapporti frammentati di lavoro, di vita, di identità professionale e di renumerazione, data la ri-contrattazione continua del proprio lavoro, spesso da soli ? Tutto ciò ha spostato lentamente, ma inesorabilmente, l’asse dei diritti individuali e collettivi. Inoltre, negli ultimi vent’anni, circa, ci ha pensato la politica a peggiorare la situazione, ad abbassare i diritti, a volte per ideologico disprezzo, prima del lavoro manuale, ora anche del lavoro intellettuale, ( e ancora di più del lavoro delle donne) se non è funzionale a certe logiche, ma spesso per incapacità a capire ed individuare quanto stava, sta, succedendo nell’economia, meglio,nella finanza, e nelle imprese . Non voglio prendere altro spazio sul blog, ma io direi di tenere sempre bene insieme ciò che noi viviamo quotidanamente ( il precariato, il mobbinng, gli orari ….), quindi l’analisi personale, nostra, con una forte attenzione alle politiche del lavoro che tutti i giorni ci cambiano qualcosa, quindi l’analisi dell’esterno.
    nunzia catena

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