Ci troviamo una volta al mese e possiamo portare quello che ci è accaduto nel mese

Sono una che sul lavoro come lavoro non ha niente da dire, così pensavo, ma ieri quando Giordana ha detto: ci troviamo una volta al mese e nell’Agorà possiamo portare qualcosa che ci è accaduto nel mese, ho pensato: a me una cosa è capitata proprio ieri e ho risentito le voci della manifestazione del giorno prima, nella piazza sotto casa mia (24 Maggio, Milano), voci di persone alle quali come Italia abbiamo rifiutato il permesso di soggiorno, soprattutto una donna che nel suo imperfetto italiano gridava nell’altoparlante: siamo persone che lavorano non siamo ladri noi lavoriamo, un discorso che potete immaginare, ma io in più ho udito lei e allora ho fatto un intervento per aiutarla nella sua lotta e per dare valore a noi (a me). Subito forse non mi sono spiegata ma poi una ha detto: il lavoro si paga con i soldi e con la gratificazione. Proprio questo: accrescere il valore prestando attenzione, cercando le parole, pensandoci. Così ho trovato un modo di partecipare all’incontro e vorrei proporlo se riesco a spiegarlo. Nella distrazione tutto ha poco valore e poco senso, ma se ti fai avvicinare e toccare da quello che la persona dice insieme a quello che sta dicendo in più con la sua presenza (la voce), capita che quella persona c’è veramente per te e tu stessa diventi più vasta, insieme a tutta la situazione. Mi piacerebbe riraccontare la “straniera” di Como e il suo giro di amiche: che senso ha il lavoro? Maria Grazia che da una vita si spende per i diritti di quelli che lavorano, una di cui non so il nome che vuole lavorare fino a 89 anni, le amiche di Reggio Emilia che fanno un viaggio per ascoltare le autrici di Immagina che il lavoro, e invece si parla della nuova giunta milanese, Margherita che da Cosenza è arrivata a Milano e da Milano andrà a Bruxelles, all’inseguimento di un lavoro, Marianna che spiega il significato delle parole che danno senso al suo presente… Prestare attenzione, saper stare in presenza: fine della miseria simbolica. Ho spiegato poco e male, scusatemi. Ma eravate là anche voi e indovinate tutto. Arrivederci. Luisa Mur.

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2 risposte a Ci troviamo una volta al mese e possiamo portare quello che ci è accaduto nel mese

  1. Maria Grazia Campari ha detto:

    E’ vero, il lavoro si paga anche con la gratificazione. Una grossa gratificazione mi ha raggiunto improvvisamente ieri, a distanza di anni: la Cassazione ha accolto definitivamente le richieste di un mio cliente, precario delle Poste, che lavorava come tutti gli altri addetti (dipendenti) e si era stancato di essere un “lavoratore somministrato”, inviato da una delle tante agenzie di lavoro interinale. L’esito positivo si è dato nel vigore della legge Treu del 1997, che precede la legge Biagi (30/2003)
    L’episodio mi porta a una riflessione sulla diatriba “abolire il precariato” che io preferisco definire come “eliminare leggi per resuscitare diritti”. Secondo me bisogna fare un’opera di pulizia verso le leggi che rendono il lavoro precario la scelta più facile a disposizione delle imprese, che si tramuta in obbligo per chi lavora. Non si tratta di sottrarre il lavoro flessibile a chi lo desidera, si tratta di non imporlo a chi non lo desidera.E’ un compito di ripulitura di attuazione costituzionale che considero compito e responsabilità di giuristi esperti in diritto del lavoro.
    L’Agorà potrebbe essere un laboratorio per confronti e discussioni di merito, a partire dalle concrete esperienze che vi fanno giocare le/i partecipanti.
    E’ un’ipotesi Milanocentrica? E’ un’ipotesi radicata a Milano, dove si svolge e vuole coinvolgere, operando concretamente per segnare delle differenze, ma è un’operazione che tenta di dare vita a un laboratorio di buone pratiche che si spera di allargare a rete anche altrove.
    Spero di aver chiarito qualcosa, ma prima del 26 settembre potremo riprendere questi e altri discorsi. Il lavoro si presenta di lunga lena e richiede attenzione e pazienza a tutte e tutti.
    Maria Grazia Campari

  2. donatella proietti ha detto:

    Relativamente al caso di Inzago dove un’impresa licenzia soltanto donne penso questo.
    Il problema è che si vanno fondendo insieme gli aspetti peggiori della nostra regressione culturale e politica per cui ciò che viene in mente a un imprenditore trova sostegno simbolico nella mentalità che si sta riaffermando, quella che penalizza la libertà femminile e che coglie l’opportunità (!) della crisi per appellarsi addirittura a un presunto buon senso (Il Giornale on line di oggi) che presenta come opportuno accorgimento quello di licenziare esclusivamente le donne per assicurare un più congruo andamento della vita familiare! E poco importa se ciò contraddice alle leggi (art. 37 della Costituzione, ma articolo 3 e altri, altre leggi). Sto scrivendo ovunque di rivolgersi alla Consigliera di parità, che ha facoltà di agire in giudizio in tutti i casi di discriminazione, diretta e indiretta, ma ho trovato finora un solo, isolato “mi piace” in fb. Io trovo che questo sia un segno del senso di abbandono che stiamo subendo o agendo e che metto accanto a quanto, invece, abbiamo riaffermato con il voto, anche referendario.
    Trovo che come scrive G. Campari sia più che mai necessaria un’attenzione particolare all’utilizzo e al cambiamento delle norme in materia di lavoro e anche un superamento di stereotipi e pregiudizi che anche noi, forse abbiamo maturato: come mai si pensa solo al ricorso al sindacato (che è quanto di più lontano ci sia dalla vita lavorativa delle donne)e non anche o in primis al ruolo della Consigliera di parità? Per ignoranza o per diffidenza, o per scarsa importanza che si attribuisce agli strumenti di cui, comunque, per questi come in altri casi come donne disponiamo?

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