Perché per me “il lavoro è molto di più…”. Un intervento del 26/9

Ci sono due fuochi di attenzione su tutti i media in questi giorni: da una parte la mancanza di lavoro, soprattutto per i e le giovani; dall’altra l’ importanza del “welfare familiare” che ci sta salvando dall’indignazione di piazza e dalla caduta immediata in un buco nero. Che il lavoro o, se preferite, l’attività  di cura o – se preferite – di manutenzione dell’esistenza, sia una questione centrale lo diciamo e lo ripetiamo da molto tempo. La cura non come rischio per la presenza nel mercato del lavoro (rischio fatto pagare alle donne) ma come un’attività umana irrinunciabile su cui si fonda ogni teoria etica della cittadinanza. Lavoro di donne e di uomini. Il modello che l’Europa ci proponeva (prima della crisi) era basato sull’assunto che donne e uomini fossero entrambi a full time nel mercato del lavoro. Noi abbiamo sempre proposto che donne e uomini fossero entrambi anche nel lavoro di cura. Non come costrizione ma come risposta a un desiderio. L’Italia, nella retorica discorsiva ufficiale si è adeguata a parole al modello europeo, nei fatti il lavoro di cura è sempre rimasto invisibile, non nominato, non riconosciuto. Un mondo a parte: di donne.  Un welfare familistico sottinteso. Adesso, con la crisi, anche nei media ridiventa visibile, è salvifico.  Le donne vengono riconosciute finalmente come il centro del funzionamento strategico della società? O è questo un modo raffinato (e ipocrita) per “rimetterle al loro posto” riconfinandole a casa, servendosi dei tagli “necessari” ai servizi?

Io credo che ridare forza al desiderio delle donne di rifiutare, come dice Lorenza Zanuso “la cesura insensata tra la voglia di essere nel mondo e la voglia e la responsabilità di prendersene cura” sia in questa fase una sfida forte per noi, che potrebbe contaminare anche le modalità del lavoro per il mercato. Una sfida anche linguistica per sfuggire alla trappola che stanno preparando, una rinominazione di ciò che significa essere attente alla vita, nella sua concretezza e quotidianità.

Marina Piazza

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