Non polarizzazione ma punto di partenza

Sono d’accordo su molte delle cose dette da Adriana Nannicini (v. post precedente) e sul fatto che dobbiamo trovare nuove parole e nuovi concetti. Se saranno nuovi paradigmi si vedrà. Per questo nell’incontro dell’Agorà di lunedì 26 ho usato l’espressione “il lavoro è molto di più”… Non intendevo polarizzare nulla: volevo solo dire che lavoro non è solo quello che comunemente chiamiamo lavoro, cioè quello che entra nel circuito del mercato (d’accordo, sempre più sfilacciato, precario, tendente al gratuito anche questo).
Fissare bene questo punto di partenza mi sembra essenziale per mettere in una nuova luce tantissime cose.
Ad esempio, nel mio intervento mi chiedevo: perché le aziende (specie quelle italiane) sono così sorde alle richieste/esigenze di un orario con qualche grado di flessibilità? Per me la risposta è che sono ostinatamente attaccate culturalmente e simbolicamente a un’idea di lavoro che esclude tutto il resto, come se fossimo esseri astratti che non hanno altra vita che quella che si manifesta in quel luogo di lavoro lì.
E’ un’idea di lavoro ‘ignorante’, cioè che vuole ignorare come siamo fatti, come funziona la vita.
E pensare che è dimostrato che persino dal punto di vista della produttività e del rendimento una certa flessibilità di orario sarebbe un vantaggio per le aziende e per l’economia!
Il disprezzo che investe molti dei lavori necessari per vivere – crescita e accudimento dei bambini, cura, assistenza, manutenzione, insegnamento, ricerca, approfondimento culturale, innovazione – spiega anche perché quando queste attività diventano ‘lavori’, cioè entrano nel circuito del mercato, sono così poco apprezzati (gli stipendi di insegnanti, infermiere/i, ricercatrici/tori, innovatrici/tori ecc. ne sono un segno inequivocabile). Che poi quest’area di lavori includa in grandissima parte le donne è lì da vedere. E’ il risultato storico di un processo che ha separato produzione e riproduzione, che si è modellato sul lavoro industriale…. le otto ore del maschio adulto bianco.
E anche quel che accade oggi ai giovani, se da un lato fa parte certamente di una crisi di sistema, dall’altro non è disgiunto da questa erronea concezione di che cos’è “lavoro” che – e su questo sono molto d’accordo con Nannicini – oggi ha la possibilità di essere messa in discussione.

Silvia Motta

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