Parlo da donna e manager: rompere le regole è possibile

Ho accolto e sostenuto con interesse la proposta dell’Agorà, perché oggi il lavoro è il nuovo punto d’incontro delle donne. Perché è una scelta imprescindibile nella vita di molte, ed è anche un ambito costruito dagli uomini storicamente a loro misura, in cui spesso le donne non stanno bene, e vogliono adattarlo a sé. A me l’Agorà è sembrato il luogo dove si può manifestare e costruire questo punto di vista delle donne sul lavoro. In modo ampio, sapendo che molti e molto diversi sono i lavori, e anche i punti di vista.

Così, a ogni incontro, io avrei voluto parlare della mia esperienza: io, con altre donne, mi occupo della specificità di essere donna e manager. Perché molte donne in queste posizioni oggi non si appiattiscono sui modelli maschili dominanti, e mettono in atto tentativi di rottura delle regole aziendali, mettendo in questione gli obiettivi e le modalità di funzionamento dell’azienda. E sono convinta che questo possa riguardare anche il lavoro di altre donne.

Finora però non sono riuscita a parlarne, perché mi sembrava che fosse più importante lasciare spazio a chi ha a che fare con lavori che comportano condizioni e problemi molto duri.

Ne parlo ora -per il momento senza entrare più nel merito- perché penso che invece bisogna fare proprio questo: Agorà è il posto dove si possono portare le nostre differenze nel lavoro, e metterle insieme. Perché ognuna è un cono di luce che illumina una parte del lavoro, e su questa articolazione possiamo sviluppare di più un discorso su cos’è il lavoro oggi, come vogliamo e possiamo cambiarlo. Lasciando esprimere le diversità di ottica, non limitandoci all’area sicura delle cose che ci possono accomunare.

Lo scopo, il senso dell’Agorà per me è un’elaborazione più ampia e approfondita di pensiero.  Non per fermarsi alla teoria, ma perché le pratiche possono nascere solo così, alimentandosi di una maggiore consapevolezza, di una visione che può orientarci. Non possiamo pensare di risolvere i problemi di ogni situazione che qui trova voce. Questo lo può fare solo chi questa situazione la vive. Ma possiamo essere il luogo da cui ognuna esce più attrezzata e sostenuta, nello scambio di pensiero e di pratiche con le altre. Vedendo cosa e come altre donne stanno facendo nel lavoro.

Alcune questioni hanno cominciato a emergere, e ogni volta che arriveremo ad avere qualcosa che ci pare importante far circolare e far discutere in altri ambiti, troveremo i modi.

Luisa Pogliana

About these ads
Questa voce è stata pubblicata in contributi e discussioni e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Parlo da donna e manager: rompere le regole è possibile

  1. Alessandra ha detto:

    …rompere le regole è possibile (necessario direi) se si ha il potere di farlo accompagnato alla consapevolezza di un nuovo sistema di valori da introdurre. Non sempre questi due elementi si accompagnano. Spesso, quando il primo si realizza non include il secondo perchè in ambito aziendale, i ruoli di potere sono asserviti a scopi produttivi più quantitativi che qualitativi ( termine che andrebbe ulteriormente specificato). Allora si dovrebbe ragionare sul processo che porta le donne in ruoli di responsabilità, prima di parlare dell’uso che se ne può fare. Immaginare di rompere le regole dopo averne tratto benefici, alimenta l’ambiguità e l’impotenza di quelle stesse donne che pur ne avvertono la necessità.

  2. Giuditta ha detto:

    È tardi per dire la mia?
    Mi è piaciuto questo intervento di Luisa Pogliana che entra in punta di piedi in un dibattito che presumo duro e complesso, come sicuramente duro e complesso è il suo ruolo di manager. Si può (si deve?) rompere regole magari non scritte ma assai ferree in un mondo che più maschile non si può: chi assurge a ruoli –e poteri- manageriali è nella condizione –se vuole- di poterlo fare e pure a tutto vantaggio dell’azienda che dirige. Non mi piace questo commento di Alessandra e ne provo disagio per più motivazioni. Non vedo perché potere e desiderio di cambiamento non possano accompagnare il cambiamento di sé e delle altre (ed altri) a cui ci si rivolge. Le strade che le donne percorrono per arrivare a ruoli di responsabilità sono irte di sassi e sgambetti dei colleghi maschi ai quali si aggiungono quelli (assai più dolorosi) delle colleghe… Strade che si percorrono quasi sempre da sole, con una fatica che raddoppia se non si vogliono prendere scorciatoie di qualsiasi tipo. Cosa vorremmo da una donna che definiamo ‘’arrivata’’ e che dall’alto della sua autorevolezza si pone (o continua a porsi in maggior misura) il problema di come investire risorse per valorizzare le lavoratrici? E’ così disdicevole trarre benefici dal proprio lavoro? E quale sarebbe di queste donne che dall’alto del proprio ruolo avvertono (o continuano ad avvertire) la necessità di cambiarle regole del gioco?
    Temo che siano sguardi eccessivamente ideologizzati quelli che osservano le donne che ‘’hanno fatto carriera’’. Se ne può parlare.

    • Alessandra Valle ha detto:

      Cara Giuditta,
      accolgo la tua critica e dico subito che ho grande rispetto per le donne che,senza perdere la consapevolezza dei propri valori, riescono ad assumere ruoli di responsabilità in organizzazioni culturalmente maschili. Per esperienza personale ne conosco i travagli tanto più se cerca di porsi come agente di cambiamento. Può accadere però che quel ruolo di responsabilità sia raggiunto attraverso la condivisione di quelle regole maschili che informano l’organizzazione e che una volta raggiunto il famoso “tetto di cristallo” ci si senta finalmente in grado di agire il cambiamento in favore di una maggiore equità di diritti. Quando parlo della necessità di ragionare sul processo che conduce le donne a ruoli di responsabilità,intendo dire che lo sforzo compiuto nell’ introiettare regole che non ci appartengono spesso finisce per rendere vano il desiderio di cambiamento che ha accompagnato il processo stesso. Perchè? Perchè penso che i costi umani siano talmente alti da determinare poi, scarti minimi rispetto all’esistente. La mia, dunque, non è una critica alle donne manager ma un invito a porre la necessaria attenzione ai passaggi cruciali del processo per non rimanere assorbite in una forma inadatta ai talenti femminili. Spero di essermi spiegata in una forma non troppo “ideologica” anche se non attribuisco a questo termine un valore negativo. Hai ragione, parliamone.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...