Ogni tanto avvengono i miracoli

Ogni tanto avvengono i miracoli. Di che cosa parlo? Parlo di quel sottile e intenso scambio che c’è stato all’Agorà di lunedì scorso tra la giovane Loretta e alcune donne di età più avanzata.

Loretta ci ha raccontato come dopo anni di precariato aveva trovato un lavoro fisso, salvo poi concludere che per lei è insopportabile quella organizzazione del lavoro “grottesca”, dove c’è nulla o poco scambio, dove le persone diventano ingranaggi spersonalizzati, dove desideri del tutto legittimi – collaborare, far parte di un progetto di cui si conoscono scopi e finalità, lavorare con piacere – si infrangono. Quindi ha preferito di nuovo lanciarsi nell’avventura di un lavoro autonomo.

Altre, donne mature e con lunghi percorsi lavorativi alle spalle, osservavamo che, con tutta probabilità questa ricerca di felicità (anche) nel lavoro retribuito non solo è giusto e da rivendicare, ma è un seme lanciato dalla generazioni delle madri (con il ’68 e il femminismo) e che ora riemerge nelle figlie/nei figli.

E’ quel che vedo io ogni giorno nei miei figli, anche nel maschio, non solo nella femmina.

La vulgata corrente li definirebbe precari, e tali sono se si guardasse solo all’aspetto delle sicurezze lavorative. Ma non lo sono intimamente, non amano definirsi precari con quell’alone di vittimismo che circonda la parola. Guadagnano poco, ma si danno da fare perché vogliono fare qualcosa che per loro abbia senso e che si realizza in un ambito di relazioni “buone”. La figlia (che si trova in Spagna) ha lasciato una regolare assunzione perché il capo (maschio s’intende, con un’agenzia tutta femminile) “non riconosce mai il valore di quello che facciamo”.

E io come reagisco? Io stessa autonoma per scelta (ho lasciato un tranquillo lavoro di insegnante di ruolo prima di raggiungere i fatidici pochi anni che servivano per avere una pensione baby) li guardo con un po’ di apprensione, ma anche con una sostanziale condivisione. L’ho fatto anch’io quello di volere un lavoro che mi corrispondesse di più e, nonostante le difficoltà e le sfide che questo mi ha comportato, nonostante le pessime condizioni di lavoro che il più delle volte ho trovato nell’ambito che mi sono scelta (ricerche di marketing, consulenza), non me ne sono mai pentita.

Silvia Motta

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