Io, orientatrice, e le storie di chi cerca lavoro

Sono un’ orientatrice professionale di un Centro Impiego e da pochissimo tempo “vi ho scoperte”, non potendo essere presente al vostro incontro, ho pensato di inviarvi un piccolo resoconto concreto della mia attività a contatto con le persone. Fare politica, per me, vuol dire fare anche queste cose… io “faccio politica” ogni giorno, parlando con tutte e tutti, cercando di comprendere e far comprendere il mio punto di vista sul complesso intreccio della “polis”: lavoro, economia, vita, salute sono interconnessi e interagenti attraverso le relazioni tra generi, generazioni, classi… Da quando, alla fine anni ’90, nei servizi pubblici per l’impiego sono state introdotte le P.A.L. (Politiche Attive del Lavoro), spesso si sente dire che “cercare lavoro è un lavoro”. Niente di più vero. Leggere giornali in cui cercare annunci, stendere un curriculum, sostenere colloqui… La ricerca di un impiego innesca meccanismi psicologici differenti: un licenziamento inaspettato, ad esempio, rappresenta un trauma che spesso genera depressione, ansia, paura. Chi perde l’impiego dopo aver lavorato continuativamente negli ultimi 25-30 anni si trova in uno stato di fragilità emotiva, provocato dalla rottura improvvisa di schemi mentali e abitudini, e dalla mancanza di denaro… Chi, invece, cerca lavoro da “disoccupato di lunga durata” (secondo la definizione, da oltre 24 mesi), risente meno delle nevrosi da assenza d’impiego. Si mostra più fatalista. Presso i servizi pubblici cercano impiego donne, uomini, stranieri, giovani, over 40, over 50, persone in Mobilità, Cassaintegrazione, disabili, etc. Tutti diversi, ma alla fine tutti uguali. Perché persone. Per un utente in cerca di impiego parlare con una sconosciuta non è semplice. Ma alla fine parlano tutti… o meglio, parlo e parliamo. C’è reciprocità. Il colloquio è un spaccato di vita reale, complessa e dolorosa per alcuni aspetti. Se la persona capisce di essere ascoltata e non giudicata si abbandona ai ricordi legati al lavoro e alla famiglia, alle proprie rappresentazioni sociali, spesso stereotipate… A me il compito di seguire, sostenere e alcune volte correggere tali rappresentazioni. Compito non sempre facile. Ecco qualche esempio. Elisabetta dice “Mi sembra di essere in una giungla. Le persone sono diverse da quelle che immaginavo. Forse perché ho lavorato in un ambiente piccolo in cui, in fondo in fondo, eravamo una grande famiglia”. Ora Elisabetta si trova ad avere esperienze negative in cui vi sono state colleghe che le hanno fatto del mobbing (perché lei è più anziana, più esperta, loro temono per il proprio lavoro) e società che sembravano essere sul punto di assumerla per poi svanire nel nulla. E lei si sente sola, non riesce a verbalizzare con gli altri i propri sentimenti di frustrazione. Con me, invece, è un fiume in piena. Riversa il proprio vissuto, esperienze, timori. Ed io, di rimando, la invito a leggere queste esperienze con lenti diverse da quelle utilizzate fino ad oggi. La invito a collegare i pezzi del puzzle di una realtà complessa… Valeria, 50 anni, era commessa in una catena di negozi che vendono gioielli. Dice: “Non sono mai stata disoccupata. Ho lavorato per quasi 30 anni ininterrottamente nella stessa azienda. Mio marito, lavora in una società di trasporti, vive nel suo mondo. Non capisce che ora devo gestire non solo la famiglia ma anche lo stress della ricerca del lavoro. Non capisce il mio stato d’animo e non mi aiuta neanche nelle faccende domestiche. Il mio carico di lavoro, in questa situazione, è raddoppiato e io sono stanca. Invio curricula, sostengo colloqui ma non voglio tornare a casa e pensare che ancora per qualche mese avrò l’indennità di disoccupazione. Ero abituata a decidere io come e quando acquistare beni di cui abbiamo bisogno. Non so se andrò avanti con mio marito. Lo faccio solo per i figli”. Valeria è depressa. Vede “nero” e si sente sola. Non trova nel marito un atteggiamento di comprensione e di vicinanza al proprio stato d’animo…

Alessandra Gallo

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Una risposta a Io, orientatrice, e le storie di chi cerca lavoro

  1. silvia motta ha detto:

    Cara Alessandra,
    con il tuo racconto mi hai dato un quadro vivo delle persone che incontri con il tuo lavoro e del tuo impegno nel fornire loro sostegno e strumenti (anche critici).E sono d’accordo con te che quello che fai è già un fare politica.
    Colgo così l’occasione per dirti qualcosa di più sull’Agorà perchè sarebbe bello che tu potessi partecipare direttamente, oltre che tramite il blog (il prossimo incontro sarà il 28 novembre, tra poco girerà l’invito).
    L’Agorà è un’iniziativa che ha l’ambizione di farci uscire dalla solitudine dei nostri sforzi individuali per darci più forza, più coraggio e anche più argomenti per portare avanti la nostra lotta di tutti i giorni e per fare sì che ciò che noi donne abbiamo da dire sul lavoro (non solo quello da cui traiamo il reddito, ma tutto il lavoro che facciamo per vivere) prenda corpo nella società, diventi pensiero condiviso, produca cambiamento.
    E’ una piazza pubblica’ (aperta anche agli uomini) dove ognuna/ognuno può prendere la parola e dove vorremmo che pensieri e esprienze si connettano per produrre pensieri nuovi e nuove iniziative.
    Ci siamo già viste 4 volte, non è una cosa facile parlare e ascoltarsi quando si è in tante/i… ma ci stiamo provando.
    Spero di incontrarti alla prossimo Agorà

    Silvia Motta

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