Dire tutte insieme dei no che pesino

Care amiche, non ho partecipato all’ultima riunione di Agorà perché ero al Tavolo sugli spazi in via Marino, che si svolgeva in contemporanea.

Però ho ricevuto i post di Agorà che mi hanno sollecitato alcune riflessioni.

Ha iniziato a emergere una dimensione “autobiografica” secondo me interessante, perché illumina il modo  articolato e problematico di vivere il lavoro che le donne di diverse generazioni hanno espresso. Non è cosa da poco riuscire a collocare il lavoro nella sua giusta misura: una delle cose della vita, non la sola cosa della vita. Uno dei modi di realizzarsi, non il solo modo.

Tuttavia viviamo una realtà altamente paradossale. Dal momento che in una società fondata sul denaro la possibilità di vivere viene permessa soltanto dalla possibilità di avere un reddito da lavoro (eccetto che per i rentiers, coloro che vivono di rendite ereditate o in qualche modo rapinate), la trasformazione del lavoro in una irraggiungibile chimera per un numero sempre più alto di persone diventa una sorta di selezione sociale anticipata per gran parte delle future generazioni, se non addirittura di simbolica condanna a morte (senza futuro non c’è vita). In tal modo, oggettivamente, si fa del lavoro una sorta di pauroso totem cui sacrificare tutto pur di ottenerlo, l’essenza stessa della vita e il motivo per cui si sta al mondo.

Il rischio di identificare il senso della vita con il lavoro (che manca) nel tempo della biopolitica si sta rivelando sempre più inquietante. Potremmo finire senza nemmeno rendercene conto nei nuovi recinti che i grandi poteri ci stanno preparando con il terrore della crisi, della miseria, del cosiddetto default e così via… Cose che ricordano molto da vicino i falsi allarmi di epidemie epocali che ci hanno ammannito più volte negli ultimi anni, scomparsi poi come neve al sole. Una specie di test per misurare quanto sia facile manipolare le menti?

Insomma, siamo di fronte alla necessità di garantirci il diritto primario all’esistenza, senza cadere nella trappola che renderebbe di nuovo schiava gran parte dell’umanità, perché impossibilitata a fare altro se non la ricerca disperata di un lavoro trasformatosi in un terno al lotto che pochi vinceranno, con inimmaginabili lotte per accaparrarselo, mentre gli altri ritorneranno indietro di anni luce, a una condizione di scarsità (attenzione, non di sobrietà, che è ben altra cosa cui dovremmo invece puntare), in un mondo che però ai piani alti godrà di ipertecnologie e iperprivilegi.

Accadrà come nelle splendide saghe di Ursula Le Guin, che profetizzava intere masse di “superflui” trasferiti su un altro pianeta?

Lasciando da parte la fantascienza, ecco la domanda: a questa gabbia possiamo cercare di sfuggire? Possiamo influire su questi minacciosi trend per invertirne il senso? E come usare a questo scopo spazi di incontro come quello dell’Agorà ?

Forse dovremmo reciprocamente aiutarci a decodificare tutte le false narrazioni propinateci dalla politica ufficiale, per capire dove nascono i perversi meccanismi messi in atto dalla finanza mondializzata e come agiscono, conoscere i nomi dei responsabili (dietro le decisioni ci sono persone in carne e ossa) e cominciare a dire tutte insieme dei no che pesino. Potremmo cominciare a mettere in discussione il disastroso modello di sviluppo neoliberista che sta letteralmente uccidendo il pianeta e gli esseri viventi di qualsiasi specie, con le politiche e con le guerre.

Questo è un patto da fare anche con la parte maschile del mondo, naturalmente, ma l’impulso determinante potrebbe venire proprio  dalle donne consapevoli e capaci di  riconsiderare tutte le gerarchie di valori veri e finti su cui si fondano le società, ricomponendo un quadro diverso in cui gli aspetti affettivi, emotivi, relazionali e corporei, ossia gli aspetti personali, conquistino lo spazio pubblico con lo stesso peso degli aspetti economico-politici senza esservi sacrificati come finora è avvenuto, o peggio usati come risorse utili da vampirizzare per nascondere il fallimento dell’organizzazione sociale neoliberista e tenerla artificialmente in vita.

Non si potranno cambiare le cose senza rovesciare radicalmente l’ordine delle priorità e senza ri-orientare totalmente le scelte secondo un’ottica sessuata e ispirata al bene comune, individuale e collettivo. Si può iniziare dal luogo in cui viviamo, perché nella polis che è un microcosmo si rispecchiano comunque in varie forme gli stessi meccanismi tossici dell’economia-mondo. Li si può individuare, perché certo abbiamo fra noi donne esperte di queste cose, e cominciare a metterli in discussione.

Si possono pensare altri tipi di economia, e sarebbe tempo di avere finalmente sovranità sul proprio lavoro, sul proprio corpo, sul proprio tempo e sulla propria vita. Le persone, non i profitti. Le relazioni, non i listini di borsa. L’economia reale, non la mortifera finanza di carta.

Floriana Lipparini

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3 risposte a Dire tutte insieme dei no che pesino

  1. Annamaria Vicini ha detto:

    La tua analisi, pur interessante, è però a mio avviso lacunosa. E’ vero che il lavoro è innanzitutto fonte di reddito, ma non è solo questo. Il lavoro è anche un modo, anzi oserei dire il modo privilegiato, in cui si esprimono la nostra intelligenza e le nostre capacità, il modo in cui intelligenza e capacità personali possono avere un riconoscimento sociale. Personalmente è l’essere privata di questo riconoscimento sociale che mi genera più sofferenza.

    • Floriana ha detto:

      Capisco quel che vuoi dire, e ti ringrazio del commento, però se rileggi proprio all’inizio ho scritto che il lavoro “è” un modo di realizzarsi, anche se non il solo modo. Concretamente, penso che il lavoro debba essere ri-contestualizzato in una differente organizzazione sociale fondata su nuove basi, e a quel punto potrà essere vissuto con l’autonomia e la libertà oggi spesso negate soprattutto alle donne, come del resto dichiara la tua giusta sofferenza. Secondo me, tuttavia, esistono tante forme di intelligenza, tanti saperi e capacità che si esplicano in mille modi, anche al di fuori di quel ristretto recinto che comunemente s’identifica con il lavoro come oggi viene inteso.

  2. Maria Grazia Campari ha detto:

    Come molte donne della mia generazione ho fatto esperienza di un lavoro professionale che ha contribuito in modo decisivo a dare forma al mio percorso esistenziale. Ho anche visto da vicino come l’attuale assetto sociale renda questo un traguardo per molte/i non raggiungibile. Resto però ferma nella convinzione che il lavoro debba essere soprattutto questo.
    E’ il motivo che mi spinge a sostenere la scommessa dell’AGORA’, un luogo di scambio e approfondimento dei dati di esperienza che riguardano il lavoro nelle nostre vite. L’esperienza che qui si fa giocare è quella di due o tre generazioni di donne, che prendono la parola per raccontarsi creando anche uno spazio pubblico di connessione. La conoscenza soggettiva e oggettiva che sviluppiamo insieme, serve a creare nessi che ci permettono di pensare e tentare collettivamente il cambiamento possibile degli assetti esistenti: rompere la gabbia della globalizzazione costrittiva partendo dalle modifiche sulla realtà che ci è più vicina, nel territorio che abitiamo.

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