Da pensionata dico: lavorare tutti, lavorare meno

La mia esperienza di lavoro è rimasta nell’ambito dello studio e l’attenzione a me stessa, agli altri e alla società, dalla politica sono proseguite nell’insegnamento universitario come ricercatrice di sociologia. Ho cominciato con 5 anni di politecnico, alle otto e quindici iniziava la lezione, la politica mi mandava a letto alle due di notte, ho vinto molte borse di studio, ho fatto lavori a tempo per guadagnare il minimo indispensabile e non perdere tempo per il denaro. Ho insegnato gratis la sera tre anni all’università mentre insegnavo alle medie superiori il giorno. Il lavoro fisso è arrivato che avevo 42 anni. E’ stata una grande fortuna riuscire a cavarmela e oggi con 43 anni di contributi ricevo una pensione. Ho davanti trent’anni di vita.

E’ una fantasia pensare che il bisogno di attività e relazioni, la voglia di contare, tacciano se si è vivi, c’è bisogno di tutto! Come gli altri, come tutti! La “sostituzione generazionale” avviene con la morte effettiva, cinquant’anni dopo che nel secolo scorso;  “lo svecchiamento della società” è un pensiero inconsapevolmente assassino, figlio del consumismo forse, bisogna prendere atto che convivono cinque generazioni e abituarsi a condividere: soldi, tempo e impegno. A sessantotto anni sto elaborando il lutto d’aver perso il lavoro che avevo imparato a fare e ad amare, ho perso una parte importante della mia identità. Ho perso lo spazio dell’ufficio e il luogo della casa non ricrea come quando si torna da quello del lavoro.  Non si ripulisce più la testa ogni giorno, quando l’obbligo di rispondere ad altre attività ti distacca dalle preoccupazioni del privato. Ho perso la relazione di stimolo che danno gli studenti a studiare, a ragionare, a mitigare il proprio punto di vista per cercare l’essenziale e il sostanziale da discutere con loro. Ho perso l’obbligo di fare fatica, di concentrarmi a comando, profondamente, come impongono le attività che hanno destinazioni certe. La libertà alla mia età ho paura mi deluda, il ricordo dei privilegi perduti mi fa venir voglia di dimenticare quello che so fare, la pigrizia diventa una tentazione. Il piacere di avere più ambiti e attività diviene una ricerca volontaria, di nuovo, richiede una disciplina ed una motivazione che cercano una giustificazione, di nuovo.

Distruggere la vita alle persone che se la sono costruita in tanti anni è un aspetto del ritiro dal lavoro molto conosciuto nel mondo moderno e anche molto riflettuto negli studi dei diversi paesi. Solo in Italia la sorpresa di non essere più mondo contadino né somma di aziende familiari lascia interdetti di fronte al repentino proseguimento della vita media di trent’anni. Mi preme , proprio in Italia, denunciare e contrastare la cultura “arraffona” che di ogni differenza fa occasione di sopraffazione, così i vecchi dovrebbero lasciare il posto ai giovani come le donne dovevano lasciarlo agli uomini, nell’affermazione costante del desiderio di eliminare qualcuno per farsi spazio, e magari farsi anche servire, invece di abbracciare il fatto che si può condividere tutto, che esistono gli altri.

Richiamarsi alla condivisione mi sembra utile, indirizza a darsi un limite e una misura rispetto al denaro, al tempo di lavoro necessario per la vita e quello per il reddito. Abitua soprattutto ad osservare quali ricadute collettive ci vengono dal comportamento di ciascuno, siamo, come la natura intera, organismi che rispondono dell’organismo collettivo. Leggo nell’agorà di “inutile confronto tra teorie e pratiche diverse” , di non interesse a creare omogeneità, eppure il pensiero del futuro viene assunto anche nell’agorà in modo collettivo: sento dare per scontato: “il lavoro che cambia”, “la pensione che non ci sarà” , “il posto fisso che sparisce”. Il potere confronta le sue teorie a pratiche a fondo, ma anche la comunità può creare volontà comuni, a me interessa. Lo slogan “ lavorare meno, lavorare tutti” come “lavorare tutti, lavorare meno” mi sembra dia corpo ad un bel confronto su molti e diversi aspetti, dal guadagnare meno ma tutti, all’avere più tempo per i lavori necessari e o relazionali e liberi. Dal produrre meno inquinanti al godere di diverse ricchezze da quelle rappresentate dai consumi e dagli oggetti. Allo stesso modo mettere a tema la riduzione di un’ora dell’orario di lavoro esistente si presenta come un proseguimento di conquiste civili e di consapevolezza civile proprio in rapporto al lavoro necessario per vivere e sopravvivere che mi sembra molte donne vogliano valorizzare. Il fatto che si desideri di più e libertà diverse non è in contraddizione con l’alleggerimento normativo di ciò che normato è di già. E che viene ri-normato e sconvolto in modo sempre più disumano.

Antonella Nappi

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4 risposte a Da pensionata dico: lavorare tutti, lavorare meno

  1. giovanna pezzuoli ha detto:

    Cara Antonella, sono prepensionata da quasi un anno e sono piuttosto felice del mio nuovo status. E vorrei spiegarti come mai questo per me c’entra con il senso del lavoro, di tutto il lavoro necessario per vivere, quello che ci immerge nelle relazioni, anche di cura, quello che ci fa crescere e alimenta il nostro stare al mondo con agio. Chi ha deciso che le relazioni svaniscono quando nessuno ti ordina più il compito da svolgere in quel giorno? Perché mai lo spazio della casa dovrebbe essere meno piacevole di quello di un anonimo ufficio? Dove sta scritto che la creatività, l’espressione dei tuoi bisogni profondi dipendono da una retribuzione? Per me il lavoro di giornalista è stato tutto e il contrario di tutto, soddisfazione, riconoscimenti, privilegi, denaro, emozione, ma anche competizione, disagio, rinuncia parziale alla mia identità, costrizione, rabbia, conflitti… Alti e bassi, in balia di capi maschi, perlopiù. E soprattutto contraddizione fra la voglia di successo e il bisogno di esserci davvero, lotta continua con il tempo, e non solo quello che mi costringeva a scrivere in pochi minuti un articolo, ma soprattutto quello che sottraevo a me stessa, ai miei desideri, a mia figlia, alle mie amiche…
    Una lotta che negli ultimi anni al Corriere, mentre peggioravano le condizioni di lavoro (meno persone, più carico, più routine), era diventata quasi un incubo. E adesso? Sono di nuovo padrona del tempo, il mio tempo che scelgo, coccolo, decido come utilizzare. Posso scrivere (ho accumulato competenze, no?), posso farlo per il mio quasi ex giornale (con cui collaboro liberamente) o anche per riviste che mi rispecchiano di più, posso aiutare mia figlia nei suoi progetti, posso fare compagnia a mia mamma che si sente sola, posso partecipare alle riunioni dell’agoradellavoro, posso viaggiare, andare al cinema.
    Chissà, forse questo benessere dipende dal fatto che ho scelto il distacco dal lavoro, ma non credo… Soprattutto sento che è stato relativamente facile rinunciare a potere, visibilità, soldi, avendone in cambio cose che per me valgono di più.
    Giovanna Pezzuoli

    • antonella Nappi ha detto:

      Interessante quello che dici, ti ringrazio della partecipazione al tema. Io comunque non ho parlato di soldi, insegno ancora gratis il poco che mi permettono di fare e di potere, da ricercatrice tra gli ordinari, non ne ho certo avuto. Anche le frustrazioni sono state tali da farmi riscattare 7 anni per la paura di non potermene andare quando non ne avessi potuto più! Oggi se mi fossi risparmiata qualche anno avrei potuto essere ancora al lavoro e restarci felice fino a settanta anni, per dire della casualità e dell’impotenza che accompagnano tante scelte. Tu hai collaborazioni, non è cosa da poco nel dare senso di valore, io non mi so muovere, chissà che impari! La personalità e il come ce la siamo fatta contano: la casa è stata il mio nascondiglio di bambina senza madre che non riusciva neanche ad andare a scuola, vedevo il padre un’ora al giorno; oggi 70 mq in due mi assilllano rispetto ai libri che ho messo in cantina. Il contesto personale vale in politica almeno la metà rispetto al valore che possono avere le affermazioni verbali.

  2. forse bisognerebbe tenere conto che Antonella ha fatto un lavoro diverso dal tuo, Giovanna. Inoltre la storia personale e il sentire di ciascuna di noi sono diversi. Proprio per questo io sarei favorevole ad eliminare il pensionamento. Ciascuno vada in pensione quando lo desidera (ovviamente con la pensione proporzionata ai contributi versati) e facciamo in modo che i datori di lavoro siano disposti a negoziare uscite dal lavoro graduali.
    Questa mia opinione si basa su quanto ricordo della storia che Giori ha proposto un bel po’ di anni fa dell’istituto ‘pensione’, introdotto all’inizio del ’900, per favorire investimenti tecnologici nelle industrie mandando fuori i vecchi per fare entrare i giovani. Se così fosse, allora la pensione sarebbe anche un prodotto liberista, nel senso che risponde ai bisogni del mercato, più che ai bisogni delle persone, con i loro personali ritmi e fasi di vita. I miei sono solo cenni di un discorso che andrebbe approfondito.
    Vorrei aggiungere a quanto dice Antonella circa il legame tra pensionamenti e lavoro per i giovani, che ci si dovrebbe battere per creare posti di lavoro. E non pensare che i posti di lavoro sono un bacino chiuso. Ovunque mi giri io vedo lavori da fare e che nessuno fa. Ci sarebbe un sacco di lavoro da fare: dal pulire gli spazi pubblici al fare ricerca su temi che nessuno tocca, tanto per dire. Perchè non riusciamo a creare posti di lavoro? questa è la domanda che interessa a me.

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