Genere e precarietà: dove ci portano le contraddizioni che donne e uomini vivono?

(stralcio dell’intervento presentato da Sveva Magaraggia al convegno MADRI SENZA TEMPO? Dialogo tra generazioni, organizzato a Milano dalla Fondazione Badaracco il 19 novembre 2011)

Se c’è un aspetto che il femminismo mi ha insegnato è il partir da me per guardare al mondo. Il partir da sé come metodologia per abitare le contraddizioni della vita quotidiana contemporanea e per accorgersi delle trappole di questo sistema neoliberista e patriarcale. Trappole dentro di noi (ad esempio retoriche o immaginari che abbiamo introiettato) e trappole che sono fuori di noi (come ad esempio le diseguaglianze economiche e di tutele).

Il partir da sé al contempo può essere anche – e paradossalmente – il tassello che blocca la trasmissione intergenerazionale. L’esperienza, di per sé non riproducibile, è anche in un certo senso non trasmissibile: ognuna di noi – e ogni generazione – deve fare la sua esperienza, rispetto alla quale le altre sono tutto sommato estranee. Credo tuttavia che il dialogo fra diverse generazioni si possa rafforzare proprio sulla base di una volontà di condivisione di un agire nel presente, di una pratica e di riflessioni che partono da esperienze diverse, ma sono accomunate da un orizzonte di sguardo.

Qui voglio provare a tracciare alcune vignette, a raccontarvi alcune immagini capaci di mettere in luce –lo spero – le contraddizioni che le giovani donne precarie e le donne adulte precarie vivono in relazione alla maternità. Badate bene, ci tengo a sottolinearlo, sono nodi che investono anche le vite delle donne adulte precarie. Io ho 35 anni, non ho figli, e mi ritrovo a destreggiarmi nelle ambivalenze e nelle contraddizioni di cui ora vi parlerò.

Premessa alle 2 vignette:

1. il mio non vuole essere uno sguardo ingenuo. È importante mettere in luce sin da subito che, dal punto di vista generazionale, la precarietà lavorativa rappresenta la nuova forma di sfruttamento e di erosione dei diritti sociali, contro la quale si devono trovare nuove strategie di resistenza. La precarietà è tratto neoliberista per eccellenza, e senza tutele ad hoc inasprisce le differenze di classe e le disuguaglianze economiche. Aumenta, in altre parole, le disparità nei diritti di cittadinanza.

2. Oggi la condizione precaria sta filtrando oltre le tipologie contrattuali, diventando «una condizione in primo luogo esistenziale che accomuna molteplici condizioni di lavoro, dal lavoro migrante a quello di cura, dal lavoro manuale a quello cognitivo» (Fumagalli e Morini 2011). Come mettiamo in luce nelle riflessioni del collettivo femminista ‘Sconvegno’, la precarietà oggi è permanente, collettiva ed esistenziale. Permanente perché incarna la condizione del lavoro moderno, individualizzato e deregolamentato; collettiva perché sempre più riguarda anche quei contratti che sino a pochi anni fa offrivano garanzie reali; esistenziale, perché oggi la differenza tra vita e lavoro va assottigliandosi.

Se, insieme a queste premesse, si pensa alla precarietà anche in senso più ampio, il termine può essere associato alla creatività, cosa che permette una risignificazione, un riutilizzo della precarietà come condizione potenzialmente critica rispetto ai valori e alle norme di genere tradizionali. Provo quindi a leggere la precarietà non solo come condizione, ma anche come lente capace di rendere visibili sia i meccanismi che perpetuano tradizionali disuguaglianze sia innovative strategie di resistenza: proviamo quindi a muoverci su questo terreno ambivalente.

1. Flash/istantanea: La precarietà e la sindrome della madre mancata ovvero La condizione precaria rischia di omologare le donne?

Prendo spunto da un dibattito avvenuto al Feminist blog Camp di Torino (http://feministblogcamp.noblogs.org/), dal blog femminista malafemmina, e dal testo Genere e Precarietà (Fantone 2011):

Spesso quando la politica istituzionale o i sindacati parlano di precarietà, la associano immediatamente alla maternità in questi termini: nei termini di “le giovani donne soffrono la precarietà perché non permette loro di formare una famiglia e di avere dei figli”. Sembrerebbe quindi che l’unico obiettivo possibile o addirittura desiderabile da noi donne sia quello della maternità e della famiglia.

Molti gruppi femministi leggono con crescente scetticismo le idee di sicurezza e di stabilità come fondamento di un modello di vita famigliare, matrimoniale ed economica, che addossa alle donne molteplici responsabilità senza ripagarle in termini di riconoscimento sociale (Fantone 2011).

Il rischio, secondo alcuni collettivi femministi, è che vengano imposte le parole d’ordine ad una rivendicazione che dovrebbe fondarsi sulle nostre esigenze e sui nostri desideri, e non su quelli imposti.

“Allora mi viene in mente che certi politici e sindacalisti forse sollevano il problema della precarietà solo per rimetterci in riga, per propinarci gli stessi argomenti che ci impone la chiesa, per correggere i nostri desideri, per farci dire quello che altrimenti non diremmo mai” (Malafemmina, 9 giugno 2011).

La precarietà invece può essere un termine utile per opporsi ai ruoli tradizionali femminili ancora fortemente presenti nel nostro contesto nazionale. È fondamentale sottolineare, ancora una volta, che “molte donne precarie affermano di non aspirare necessariamente a quella sicurezza che avevano le madri, constatando i limiti delle istituzioni stabili come il matrimonio, la famiglia, e il lavoro fisso” (Fantone 2011: 10).

Alcune donne e uomini precari approfittano del caos generato dalla precarietà e sfuggono ai ruoli che normalmente avrebbero l’obbligo di adempiere. Si prendono la libertà di vivere come preferiscono, di amare chi preferiscono. Così facendo, forse, finiscono per determinare anche una crisi del quadro sociale, divenendo, come dice Tiziana Terranova, parte fondamentale di quel sistema di innovazione capace di sfruttare incertezza, moltitudini acentriche e complessità per estrarne valore (Terranova 2004).

Sveva Magaraggia (alicissima@gmail.com)

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