Tutto quello che volevate sapere sulla quinta agorà

 28 novembre: quinta agorà. Un sessantina di donne, qualche faccia nuova, qualche uomo. Grissini e taralli, uva e mandarini per tutte. Questa volta c’era una traccia: il lavoro ai tempi della crisi (e della ribellione a questa crisi).

Interviene Silvia: “Potrei lanciare un urlo di dolore – dice – ma cerco di trovare what’s good about it”. Nello squarcio che produce la crisi rimbalzano discorsi e analisi che nessuno prima voleva sentire. È il momento del possibile: per esempio orari più elastici per donne e uomini (non più conciliazione – gran brutta parola! – come problema femminile) come il progetto “orari della città” messo in cantiere dall’assessora Bisconti. Altro esempio: ripensare la pratica politica. Soprattutto ribadisce l’importanza di non stare nella posizione di vittime, un ruolo anche confortevole perché non spinge a cambiare.

Pinuccia parla di passioni forti (lei ne aveva tre, amore lavoro politica, che ha sempre cercato di coltivare mescolandole) e come ne riconosca le tracce nelle/nei giovani, anche attraverso le difficoltà.

Anche Mariangela segue il filo della passione e del cambiamento, pur in un lavoro molto amato, fino a immaginare la possibilità di “anticipare la pensione in anni sabbatici” da scaglionare nel corso della vita per seguire desideri e progetti.

Laura, giudice del lavoro, torna all’oggi e descrive ciò che vede lei: una situazione pesante di precarietà per giovani, che pure la vivono in maniera diversa, e per over 50, con contratti a termine di 3 anni al max e l’angosciosa attesa della proroga. È così che si lavora oggi a Milano, e in tutta Italia. Solo contratti a tempo determinato: solo su questo c’è il contenzioso. Si ricorre al giudice perché, se non ci sono le condizioni previste dalla normativa, si spera di ottenere almeno un risarcimento. Gli altri contenziosi (straordinari, Tfr, ecc) sono scomparsi. Il lavoro è cambiato perché i tempi si sono affinati e dilatati a dismisura senza alcuna relazione con i compensi infimi. Bisogna forse davvero pensare al reddito di cittadinanza, il minimo garantito.

Liliana rispetto alla crisi non si sente vittima, però è attraversata da estraneità impotente. Non è questione di buona volontà soggettiva: è dall’agorà che può nascere qualcosa, da un percorso tra noi per intercettare e valutare in modo puntuale che cosa sta capitando. Per esempio: meglio o no avere meno tipologie di contratti? Diciamo la nostra a partire dalla nostra esperienza: questo sì, questo no.

Milena puntualizza che la legislazione contrattuale, fin dagli anni ’70, risponde alle esigenze delle imprese, all’aumento della produttività e ben poco alle esigenze del lavoratore.

Per Sandra ora possiamo osare e lanciare qualche idea in avanti. Crede che la crisi sia un’opportunità perché sta smantellando 150 anni di costruzione di un monumento di parole, leggi, regole, desideri in materia di lavoro. Proprio lo smantellamento di questo monumento permette di ascoltare meglio le nostre parole, qualcosa di totalmente nuovo che riguarda il codice stesso del lavoro. Sul lavoro abbiamo detto molto, cose bellissime. Lo spostamento fondamentale è stato sostituire quella brutta parola funzionalista “conciliazione” con il geniale “doppio sì”. Guardare il lavoro a partire dalla vita: questo è totalmente nuovo. Il lavoro perde la centralità del monumento. Non dobbiamo più cadere dentro l’analitico “lavoro di cura” / “lavoro per il mercato”. E nella crisi si possono aprire nuove domande: è possibile immaginare un lavoro che si concili con le nuove esigenze di sobrietà? Che non viva solo di consumi come chiede il mercato? (Totalmente d’accordo sui tempi della città cui si è dedicata per 20 anni).

Nello stesso filone di ragionamento, Anna Maria cita Ina Pretorius e Karl Polanyi e Amartya Sen per sognare un’economia dove l’obiettivo non sia lo sviluppo della ricchezza ma lo sviluppo umano. E ricorda che quando aveva figli piccoli e lavorava, si sentiva in dovere di non parlare mai della sua vita privata (della cura) mentre ora crede che sia stato uno sbaglio e che proprio da qui si potrebbe ricominciare: fare diventare visibile tutto il lavoro di cura, mettere al centro l’economia della cura e attorno a questa ridisegnare il ruolo delle economie del mercato e dello stato (non il contrario come avviene ora).

Rosa è colpita dall’effetto di disvelamento della crisi: ora davvero “il re è nudo”, è visibile tutto il marcio del sistema. In questo affondo sono colpiti i servizi e le donne: questi i punti su cui fare leva. Comunicare all’esterno.

Chiara concorda che la crisi serva a demistificare la retorica sul lavoro e a far saltare definitivamente l’equazione lavoro = reddito = identità. La nostra strategia è mettere al centro il tempo presente, la vita e il corpo e il lavoro di cura. Oggi che emerge una precarietà collettiva, permanente ed esistenziale, guardiamo alle pratiche, diamoci codici di comportamento, nominiamoli: questa è la connessione che può avvenire nell’agorà tra le diverse pratiche.

Letizia accenna al dibattito sulla cura del vivere fatto a Roma e sottolinea che anche gli indignados hanno scoperto l’importanza delle relazioni. Crisi: è sì opportunità ma anche ondata che ci sommerge. Dobbiamo tenere insieme negativo e positivo. Interessa tutto ciò che sfugge al lavoro produttivo, le piccole esperienze da portare alla luce come quella raccontata da una giornalista greca sulla rivista Vita: una rete brulicante di iniziative di persone che non si fanno distruggere da questa ondata.

Vita mette in guardia: non sottovalutiamo che la crisi è una grande disgrazia ma anche un momento che ci permette di essere radicali e ripensare tutto. Tenere quindi fermo l’ascolto della sofferenza soggettiva ma coglierne il senso politico (esempio maestre bimbi rom di via Rubattino), vedere che c’è più attenzione per la politica in prima persona, la politica delle relazioni.

Adriana dice: mettiamo in comune il nostro immaginario sulla crisi. Come cambia il nostro lavoro? Cosa significa passione per il lavoro in tempo di crisi? I lavori di qualità diminuiscono per tutti, mentre aumentano quelli dove ci sono solo esigenze di reddito. No al vittimismo, ma come possiamo costruire forme di mutualità che ci consentano lavori di qualità e di reddito? La cura non mi basta, il lavoro è anche conoscere di più, un mondo più grande, quello di Ulisse e di Dante. Ai tempi della crisi, al contrario, ci si dice: accontentati di un mondo più piccolo, non desiderare di più. Non ci sto.

Giordana prova a sintetizzare: il pensiero di trent’anni di movimento delle donne ha definitivamente superato l’idea di conciliazione come problema delle donne e l’idea delle donne come una categoria del lavoro. Il doppio sì esprime in sintesi questo pensiero cambiato. Adesso possiamo avere una immaginazione più libera e vedere cosa sta sotto al doppio sì (esempio, sobrietà, cura ecc.) ma tutto questo non ci deve ricadere addosso come compito femminile. Non facciamo che diventi un discorso delle donne, che tocca a noi. Vale per donne e uomini. Il conflitto oggi è sottrarci al confinamento nel compito di mettere al mondo il mondo. Attenzione a rispolverare l’idea del materno e del prendersi cura. Siamo qui a parlare di lavoro e di economia in generale, a partire dalla nostra esperienza di soggetti politici: è su questo che dobbiamo portare il conflitto.

Clelia: il nostro pensiero contro questo lavoro senza vita e senza passione è iniziato prima della crisi e superare questo modello consumista che ci ha portato alla crisi è compito di tutti, uomini e donne. Diamo valore ai nostri discorsi, allarghiamo gli orizzonti.

Maria Grazia si riaggancia a Giordana, alla necessità, opportunità e urgenza di aprire un conflitto di sesso che non vuol dire ovviamente farsi la guerra. Ma se non si apre il conflitto, non si trovano mediazioni e si finisce nell’insignificanza. Vedi le licenziate solo donne di Inzago. L’altro punto è, come diceva Liliana, capire quale percorso comune possiamo fare qui nell’agorà, tra donne e uomini, tra situazioni e analisi diverse. Dobbiamo parlarci fino in fondo prima di arrivare a degli obiettivi condivisi. Quelli minimi sono contrastare leggi del lavoro e chiedere il reddito di esistenza. Ma soprattutto riconosciamoci e raccontiamoci per ricreare il tessuto connettivo frantumato.

Carmen: prima di confliggere con gli uomini, ci dobbiamo costruire una nostra idea per confliggere fino in fondo. Sono interessata al nostro percorso. Riprende il pensare in grande, come sognavamo da bambine. Oggi ha scoperto la grandezza anche delle piccole cose ed è un punto di vista che aiuta.

Per Lea il rischio è voler ribaltare: oggi la cura è il fine (i talenti femminili da mettere a profitto), la tentazione è capovolgere i termini, ma questo non basta, perché la divisione pubblico/privato si è costruita sulla complementarietà (complicità, vissuti). La tentazione è il valore D, spostare nella vita pubblica le prerogative femminili… è una valorizzazione della marginalizzazione delle donne, è l’elemento salvifico del materno che torna, invece il problema della cura deve essere assunto come responsabilità collettiva. La Lud ha lavorato sul tema della cura, ma è difficile/complesso sradicare questa forma di potere sostitutivo (complicità?) delle donne. Dobbiamo andare più a fondo.

Giordana sottolinea che certo si può andare avanti nella consapevolezza nostra, ma di sapere ne abbiamo già messo lì tanto e con una valenza generale, nello spazio pubblico, nel lavoro, nella politica. Ce n’è abbastanza per pretendere un confronto forte.

A Maria ha allargato il cuore il discorso di Sandra e di Anna Maria, mentre trova improduttiva la contrapposizione che si ripropone sempre tra doppio sì e precarietà. E si chiede: è l’agorà il luogo giusto per parlare di precarietà in termini contrattuali? Non è in contrasto con quello che ci diciamo sempre, del partire da sé? In realtà c’è una difficoltà a partire da sé, a dare valore alle proprie esperienze (per esempio il part time ha modificato la sua idea di competizione). Se deve essere una piazza pensante, perché facciamo così fatica a partire dall’esperienza?

Anche Liliana aggiunge la sua domanda: perché l’agorà non è mai un luogo di racconto di conflitti vinti o persi?

Alberto nota che la vera opportunità della crisi è che si cambia idea più in fretta. E adesso sembra che ci sia più rivolta. Fa sua la domanda di Liliana e vorrebbe che fossero portate nell’agorà più esperienze sia positive sia negative. Ma bisogna attivarsi per cercarle. Racconta sua esperienza recente: seminario Cgil Roma sullo stress nel lavoro per operatori/trici di area salute. Ha verificato una grande diffusione di un discorso sessuato su questo tema (è diverso lo stress dell’uomo e lo stress della donna). Conclusioni “in Cgil dovremmo parlare non solo di diritti, ma anche di felicità di lavoratori e lavoratrici”.

Giovanna che fa l’avvocata giuslavorista, riprende il tema della debolezza nel contenzioso del lavoro attuale e in particolare della posizione delle donne: il rifiuto di leggi di tutela che pure sarebbero efficaci e la tendenza a riproporre una attitudine sacrificale che salvaguardi perfino la controparte.

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3 risposte a Tutto quello che volevate sapere sulla quinta agorà

  1. stefaniacavallo ha detto:

    Con l’occasione vi invio un link sulla mia storia (in parte ) se può interessare per dare un senso ai tanti pensieri e parole sul tema :

    http://stefaniacavallo.wordpress.com/2011/11/11/la-mia-storia-iperoccupate-e-sottopagate/

  2. Grazie per questo resoconto dell’Agorà della scorsa settimana. Grazie anche a Stefania Cavallo per il suo link. Concordo con chi di voi/noi dice che occorre raccontarci la nostra esperienza. Solo che è difficile raccontare quando si è lavoratrici dipendenti. Eppure sarebbe davvero utile raccontare le nostre aziende, non solo la nostra posizione e esperienza personale, ma appunto la nostra esperienza e ciò che vediamo nelle nostre aziende e in quelle che ‘frequentiamo’ dall’angolatura di osservazione che abbiamo e attraverso le nostre pratiche lavorative.
    Io penso che ancora troppo spesso le nostre aziende ed enti siano organizzate sul modello dell’organizzazione fordista e taylorista: gerarchie, linee di comando, separazione tra manager e chi esegue. Inoltre si producono cose per un mondo consumistico. Insomma un modello maschile.

    Un’idea potrebbe essere quella di raccogliere storie di aziende, sia tradizionali sia innovative, le nostre aziende, da cui far emergere che cosa si produce, come si produce, come è organizzato il lavoro, come circolano i saperi, che rapporto tra concezione ed esecuzione del lavoro, il senso che troviamo nei lavori che svolgiamo, e poi pubblicizzare la nostra riflessione su queste nostre esperienze (e altre), e promuovere attraverso queste nostre riflessioni un pensiero nuovo e uno sguardo femminile su come lavorare e su cosa produrre. Mi piacerebbero racconti che tenessero conto degli aspetti di parità di bilancio. Ma come superare il problema dell’anonimato delle nostre narrazioni? E come raccogliere narrazioni che contengano gli elementi che ci serviranno per fare un’analisi?
    Lo confesso: sono una ricercatrice e penso come una ricercatrice …
    E se pensassimo ad un progetto di ricerca da condurre insieme sulle nostre aziende?

  3. stefaniacavallo ha detto:

    Ciao Maria Cristina , perchè no ? Possiamo parlarne . Ci sarai il 19 dicembre a Milano alla prossima Agorà ? Ci aggiorniamo . Stefania

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