La mia esperienza concreta è questa

Una premessa. Penso che parlare di esperienze lavorative senza tenere conto di quello che viene spesso occultato nella realtà delle aziende sia riduttivo. Bisogna parlarne concretamente per confrontarsi e per evidenziare le storture dei modelli su cui si basa il mondo del lavoro attuale. La ricerca di pensiero e comportamento alternativo, e forme di resistenza là dove i tempi non sono ancora maturi per accogliere alternative, lo trovo fondamentale per arricchire le illuminanti analisi fatte finora all’agorà.

Il mio caso è particolare perché appartengo a una categoria protetta, ma osservo con attenzione anche che cosa succede alle altre lavoratrici e lavoratori nella multinazionale in cui lavoro come centralinista. Sono inserita in un ufficio denominato “delle risorse umane” che nel nostro specifico comprende ufficio posta, centralino e reception, economato, segreteria, per un totale di 11 persone, 4 part time, 5 categorie protette più due non dichiarate (una collega che definisce il suo trasferimento “degradazione” e l’altra che farebbe bene a rimettersi in cura ai servizi psichiatrici, un’altra che nascondeva alla sera la cornetta del telefono per non farsela contaminare!). Ovviamente, data l’alta percentuale di categorie protette e di persone problematiche, ci sono difficoltà relazionali e di gestione dell’ufficio che l’azienda, nella persona della responsabile, cerca di “controllare” con esiti alquanto raffazzonati. Inoltre il luogo di lavoro di noi centraliniste è in una reception, ostacolato dal rumore di fax e stampanti e gruppi di persone del commerciale. Il malessere è sentito da tutti ma contestato da pochi. La direzione rifiuta di far seguire le categorie protette agli uffici preposti dallo Stato. Il sindacato non prende posizione e non si espone.

Io in particolare vengo considerata una scansafatiche. E infatti, se posso, scanso altre fatiche oltre i miei compiti di centralinista: faccio volentieri a meno di altri stress visto che ho il già 60% di invalidità.

In azienda si praticano campagne diffamatorie nei confronti di persone prese di mira: un clima di derisione, lesivo della dignità personale (osservazioni su aspetto fisico, terrorismo psicologico, psicodrammi organizzati ad hoc). Capri espiatori dell’aggressività aziendale? Frammentazione della solidarietà tra lavoratori? I rapporti instaurati dalla direzione si basano su timore, ricatto, lusinghe, sfrenata valorizzazione delle ambizioni personali, soggiogamento. Una sorta di controllo sociale: ho fatto volontariato in una cooperativa che si occupa di mobbing ed è risaputo che ci sono persone specializzate e qualificate per questo ruolo.  A suo tempo chiesi al medico competente di proporre all’azienda corsi sullo stress correlato al lavoro e mi aveva detto che ci avrebbe provato.

Mi sembra giusto che le categorie protette possano accedere alla pensione in modo preferenziale perché, se lavorare in un ambiente malsano come quello che ho descritto è pesante per le persone sane, immaginatevi per chi arriva al lavoro con un bagaglio pesante di problemi di salute. Invoco però il diritto per tutti di poter lavorare in un ambiente che si basi su criteri di eticità, perché si ha il dovere di essere buoni lavoratori ma anche il diritto di essere felici o almeno sereni al lavoro (il lavoro non come seconda famiglia, ma come luogo di opportunità sociale). Una bella sfida sarebbe agire perché il lavoro fosse più a misura umana, in orizzonti davvero più ampi, che abbia senso tra le varie attività umane in una visione condivisa di armonia.

A rivedervi il 19/12/11

Fabiola

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Una risposta a La mia esperienza concreta è questa

  1. stefaniacavallo ha detto:

    Il tuo scritto mi ha molto emozionata e ti ringrazio moltissimo per questa esperienza e per il coraggio nel raccontarti . Nei due mesi di esperienza accumulata col progetto Lavoratori Acrobati , di cui forse avrai letto qualcosa , ho raccolto la storia di una signora ex-lavoratrice non per scelta , con un’invalidità al 100% ( a seguito di un cancro al seno e con inizio di metastasi ai polmoni , bloccata) , con tre figli (8, 10 e 15 anni) e un marito con lavoro precario ; non ne ho ancora scritto , ma presto riporterò il suo racconto in maniera che possa essere letto da tutti anche se lo si può ascoltare in una mia breve intervista registrata e rintracciabile su Fb sulla bacheca di LAVORATORI ACROBATI . Questa donna racconta che nonostante faccia parte delle categorie protette non riesca a trovare lavoro e nell’intervista spiega di come si sia data sempre da fare con un’energia umana e morale non comuni eppure ad un certo punto mi ha rivelato che non crede più di trovare un lavoro , ha gettato la spugna nonostante abbia inviato moltissimi CV ……..questa è la drammatica realtà con cui fare i conti . A presto Fabiola .

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