Cura come terreno di conflitto: ma con chi?

All’ultima Agorà, gli interventi mio e di Sandra Bonfiglioli chiedevano, anche se con parole in parte diverse, che l’uscita dalla crisi fosse segnata dal mettere al centro l’economia della vita e della cura. Si trattava di una esortazione-paradosso – ahimè, chi può pensare oggi di cestinare sui due piedi l’economia di mercato o la spesa pubblica? –  utile però a vedere finalmente la crisi, l’economia, il mondo con un altro sguardo. Negli interventi che sono seguiti ho avvertito, come mi capita spesso quando si parla di cura, il timore che un passo di questo tipo assegni alle donne un ennesimo “compito” o peggio le “confini nei vecchi ruoli”.  Vorrei allora chiarire meglio il mio pensiero. Per me è naturale pensare, come hanno detto Lea Melandri e Giordana Masotto, che la cura è responsabilità collettiva che vale per donne e uomini. Penso anche che su questa strada sia pure lentamente stia già andando il mondo, che non si possa proprio tornare indietro. Per questo non mi convince l’idea che la cura diventi un terreno di conflitto tra i sessi. A parte che sono confusa sul fatto che si possa obbligare qualcuno al lavoro di cura (noi donne al lavoro per il mercato ci siamo andate dietro al nostro desiderio, nessuno ci ha obbligate). E poi, nella mia esperienza, la cura – dei figli prima, dei vecchi ora – l’ho sempre condivisa: col padre dei miei figli, con i miei fratelli. Forse perché era grande il mio desiderio di condividere.

Se sento che c’è bisogno di conflitto sulla cura – e ce n’è bisogno – lo sento nei confronti del mercato e nei confronti dello Stato. Del mercato perché il perverso ciclo “lavorare-molto per produrre-molto per consumare-molto” ha relegato la vita e la cura in secondo piano, lasciandoci stanche/i, instupidite/i e infelici: confliggerei col mercato per un altro modello di lavoro, che lasci a ogni donna e a ogni uomo la possibilità di scegliere quanto lavoro dare al mercato (dal canto nostro potremmo magari accontentarci di qualche consumo in meno). Il conflitto con lo Stato lo sento quando mi rendo conto che gli aiuti alla cura, oltre ad essere scarsi, sono in gran parte concepiti al servizio del mercato (mettere al lavoro le donne per allargare la base produttiva e contributiva): la cura in sé non ha cittadinanza riconosciuta.

Credo che noi donne abbiamo lasciato che le cose andassero così perché il mercato, il lavoro retribuito e questo modello di welfare li abbiamo visti come un mezzo per l’emancipazione di tutte le donne. Adesso che questa si è realizzata, dobbiamo di nuovo rimboccarci le maniche ed elaborare un progetto per “ricentrare” l’economia, dare visibilità e cittadinanza alla cura. Noi e gli uomini che ci stanno.

Anna M. Ponzellini

 

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4 risposte a Cura come terreno di conflitto: ma con chi?

  1. Amalia Signorelli ha detto:

    Cara Anna Maria Ponzellini, vorrei chiederti quali sono le fonti (statistiche, economiche, sociologiche, storiche), a cui ti richiami quando affermi che il lavoro delle donne e in particolare il lavoro di cura sono praticati per scelta; quando affermi che l’emacipazione di tutte le donne si è realizzata; vorrei chiederti cosa intendi per cura; cosa intendi per scelta; cosa intendi per emancipazione. Penso che non sia utile discutere tra noi se non condividiamo prima di tutto il lessico. Se avrai voglia e tempo di rispondermi, te ne sarò grata. Amalia Signorelli

    • anna m. ponzellini ha detto:

      cara Amalia, mi stupisco di questo tono. Il tema della cura ha innegabilmente il suo alone di ambivalenza. Ho messo a disposizione il mio pensiero e anche – cosa non facile in uno spazio pubblico come è un blog – la mia viva esperienza (che certo non fa statistica). E’ questo il modo con cui ci confrontiamo nell’Agorà del lavoro a Milano (e nel suo blog), dove pure sulla cura e sul lavoro abbiamo pensieri, sensibilità ed esperienze diverse. In questo modo posso confrontarmi con te, quando vuoi. Anna

  2. Amalia Signorelli ha detto:

    Cara Anna mi dispiace di essermi spiegata male. Forse per una sorta di deformazione professionale, ho sempre qualche perplessità a proposito delle affermazioni che nascono dall’esperienza, dal vissuto personale e poi vengono messe in forma come affermazioni relative a una condizione generale. Ho grandissimo rispetto per i vissuti e le esperienze individuali, ma il bello dei vissuti personali è che non valgono per tutte. Possono servire come termine di confronto per tutte, non come sintesi di esperienze collettive. E allora ti chiedo: che ci fanno le decine di migliaia di ‘badanti’ che lavorano in Italia, se è vero che le donne italiane scelgono il lavoro di cura e che gli uomini italiani si assumono fino in fondo la responsabilità almeno della quota di lavoro di cura che spetterebbe loro? E ti chiedo ancora: quando parli di cura, includi nel concetto anche le ore e ore e ore del lavoro materiale, lavoro di pulizia, manutenzione, rimessa in uso, insomma del lavoro richiesto dalla parte materiale del processo di riproduzione ? Personalmente, ho allevato tre figli, ho accudito un suocero, una madre e una zia anziane accompagnadoli fino alla morte e mi sono presa cura di qualche migliaio di studenti nei quaranta e più anni di insegnamento che hanno riempito la mia vita. Mi sembra di poter dire che ho sperimentato due lavori di cura: per adottare una terminologia che non mi appartiene, ma che spero risulti chiara, dirò che mi sono presa la cura di stare in rapporto con le loro menti, lavoro quanto mai bello e appagante anche se si tratta di farlo con un anziano malato terminale; e mi sono presa cura non solo dei loro corpi, ma dei luoghi in cui i corpi stanno e devono stare: e questo è un lavoro di cui si può dire che quando va bene è ripetitivo, monotono e misconosciuto (un po’ meno se ti occupi di bambini) e quando va male è anche massacrante e spesso disgustoso. Sarebbe bello se potessimo vivere i due lavori di cura come fossero fusi in uno solo, se non ci fosse il dualismo menti/corpi, parole/sporcizia, se…Ma mi pare che in questa società siamo ancora abbastanza lontani da questa desiderabilissima condizione; e gli uomini, quei pochi che ho incontrato io, si responsabilizzano ben volentieri per la cura delle menti, ma continuano a evitare come la peste un lavello di cucina unto da lavare. Fatte salve, anche qui, le lodevoli eccezioni. Infine: a quali donne ti riferisci quando dici che noi donne siamo entrate volontariamente nel mercato del lavoro? Quali di noi?
    Spero che questa volta il mio ‘tono’ non risulti indisponente. Desidero sinceramente confrontarmi con voi, donne più giovani di me e che riflettete un’esperienza di vita che sicuramente è diversa dalla mia. Non credo, però, che le distanze siano tali da rendere la comunicazione impossibile. Per parte mia, ci provo. Cordialmente, Amalia Signorelli

  3. agoradellavoro ha detto:

    cara Amalia, grazie di avere scritto di nuovo. Personalmente mi ritrovo molto nelle cose che scrivi. La mia esperienza del curare sta davvero a cavallo tra scelta e necessità. Espressione di me, piacere, “rapporto con le menti” (come dici tu), ma anche fatica, responsabilità, solitudine… Anch’io mi interrogo (e resto confusa): sulle badanti, sugli uomini, persino sul pezzetto di verità nell’uscita provocatoria di Libero a proposito del “lavoro che gli italiani non vogliono più fare” (i genitori). Per definire il modo con cui le donne stanno tra lavoro di cura e lavoro per il mercato, il Gruppo Lavoro della Libreria delle donne di Milano ha coniato il termine “Doppio-Sì”: due desideri (in luogo di due condanne). Provocazione? Forse. Ma il capovolgimento dello sguardo aiuta. E comunque sono certa che sarai d’accordo con me che l’economia deve occuparsi del vivere. Anna

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