Il lavoro che vogliamo ricostruire

Mi son chiesta a cosa brindare per il 2012, e mi son chiesta se e perché potevo brindare a questi primi mesi di esperienza di Agorà, una scommessa a cui ho molto creduto.

Io brindo al senso comune che mi pare si stia formando in questo luogo, quello che mi fa dire: vado lì perché lì c’è un modo di vedere le cose che mi è affine, e in cui intuisco delle potenzialità interessanti per me e per altre/i.

Tra i molti spunti che sono emersi in questi mesi, il primo e per me più importante riguarda la diagnosi della fase che stiamo attraversando, che non coincide con la fine del mondo, né tanto meno con la fine del lavoro.

Tutte/i continueremo a lavorare per vivere.

Quel che si sta sgretolando non è il lavoro, ma – come diceva Sandra Bonfiglioli l’altra sera – l’edificio di simboli, istituzioni e norme che (in quest’ordine) è stato costruito nel corso del novecento in materia di lavoro.

Un edificio per certi versi glorioso, costruito attraverso lotte straordinarie per guadagnare diritti, tutele e dignità al lavoro organizzato. Ma un edificio oggi pericolante, e fin dall’inizio costruito su fondamenta incerte, piene di buchi e di crepe. Un edificio che ha sempre respinto fuori della sua porta – spostandolo nella rimessa del welfare, dove si fanno le riparazioni – tutto il lavoro informale di riproduzione e di cura; che ha istituzionalizzato una divisione del lavoro tra i sessi e le diverse età della vita che oggi non ha più nessun senso; un edificio che, anche là dove tengono ancora sia i diritti che i contratti, sempre meno riesce a valorizzare il desiderio di eticità, di felicità, di equità e di relazioni decenti tra le persone che lo abitano.

La diagnosi, allora, è che forse lo smantellamento di questo edificio non è solo una perdita, ma può diventare anche una occasione per pensare a come ristrutturarlo e a come ricostruirne uno nuovo, con nuove fondamenta e nuove architetture, nuovi materiali e anche nuovi abitanti.

Da dove partire per farlo? Io penso che sia la vita dei soggetti (il primum vivere, l’esperienza della quotidianità, il mix vitale di produzione e riproduzione) il punto da cui ripartire, possibilmente insieme. Perché mi pare che “i diritti” non nascono, né si guadagnano né si cambiano nella sfera separata del diritto – non è il diritto che genera “i diritti” – ma prima ancora nella testa, nelle parole, nelle pratiche e nelle relazioni delle persone viventi.

Lorenza Zanuso

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