Non neghiamo la sconfitta e la svalorizzazione del lavoro

Ho l’impressione di non capire. O, per meglio dire, capisco ma non credo alle mie orecchie. Ciò che mi sembra di capire è una stupefacente idealizzazione dello stato di cose presente. Lo smantellamento del “monumento al lavoro” è stato l’effetto di una durissima sconfitta e la causa di una complessiva svalorizzazione del lavoro, femminile e maschile.

L’impianto fordista delle relazioni sociali era tra l’altro il prodotto di una forte organizzazione sindacale e politica del lavoro salariato e stipendiato, che consentiva una contrattazione in condizioni di relativo vantaggio.

Non ha senso naturalmente proporsi di ricostruire quell’impianto perché non rappresentava certo il migliore dei mondi possibile, soprattutto per le donne e perché la vicenda storica non è circolare e non torna ogni volta ai punti di partenza. Ma, se non si ricostruiscono almeno alcune condizioni che invertano le tendenze alla dispersione, alla frammentazione e alla disorganizzazione, le cose continueranno a peggiorare.

Una sconfitta non può essere tout court la leva per una vittoria, se non c’è la riconquista almeno di alcune delle postazioni perdute.

Inoltre mi pare che si sottovalutino la crisi del debito e i suoi effetti sul lavoro delle donne, nel senso complessivo di lavoro retribuito e lavoro di cura. È vero che le donne hanno retto meglio l’impatto della prima fase della crisi (2007-2010), in modo particolare per quel che riguarda i livelli dell’occupazione. Ma è anche vero che ci sono in Europa segnali di un’inversione di tendenza per la semplice ragione che sono colpiti adesso i settori in cui è concentrata la forza lavoro femminile e i servizi sociali, di cui le donne usufruiscono per ampliare i loro margini di libertà.

Naturalmente di queste cose si parla con dati statistici alla mano. Il “partire da sé” in questo caso è insufficiente: si rischia di scambiare un microcosmo per il mondo.

Infine qualcosa a proposito delle “misere” di cui si è parlato nell’ultima Agorà. Oggi misere o a rischio di miseria sono anche parti di popolazione femminile che un tempo potevano essere attribuite al ceto medio. Per le giovani la cosa è già evidente. Per le “vecchie carampane”, per usare la formula di Giordana, servirà una personale verifica dello stato della sanità pubblica e della perdita di potere d’acquisto delle pensioni.

La ricchezza delle relazioni personali e della vita intellettuale con questo discorso non hanno nulla a che fare.

Lidia Cirillo

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