Riconquistare “postazioni perdute”? Sì se lo vogliono le donne

Quando parlo di “monumento sul lavoro” io intendo, e penso anche Sandra,  l’insieme di dottrine e organizzazioni che si sono stabilizzate nel secolo scorso. Monumento dottrinario, quindi, e istituzionale. Tutto di stampo maschile. Ritenuto però dagli uomini universale.
Il lavoro è sempre stato al centro del mio interesse sia in gioventù nelle gloriose lotte operaie, sia quando, pur operando un taglio netto con quella mia storia, ho impostato il mio modo di lavorare secondo la pratica di relazione.
Però ho sempre tenuto un occhio attento sulle vicende della politica sindacale e partitica del lavoro. Ti posso quindi dire che non è la crisi che sta massacrando le/i lavoratori: il lavoro è stato massacrato durante il corso degli ultimi 25 anni, in particolare dagli accordi sindacali 1992/1993 che hanno bloccato i salari (ho scritto un articolo di critica a Bruno Trentin su via Dogana) e poi dalle leggi Treu, Biagi, ecc. Insipienza del sindacato – per non dire altro – e da parte dei partiti della sinistra abbandono della questione alle leggi del mercato.
I lavoratori e le lavoratrici con i loro interessi e desideri sono usciti di scena: il lavoro è diventato un oggetto da regolamentare in funzione degli interessi dell’impresa e del capitale. In contro tendenza radicale i gruppi lavoro delle donne hanno messo l’accento sull’esperienza soggettiva di chi lavora.
Certo la crisi aggrava il tutto.
Però per contrastarne gli effetti io e altre intravediamo una possibilità: il procedere nello spazio politico sociale simbolico, pur attraverso una strada ancora molto stretta, del sapere e della pratica politica delle donne,  in conflitto con quell’apparato dottrinario e con quelle modalità di agire politico così rispondenti alla sessualità, al desiderio, al simbolico maschile ma che non mordono più la realtà sociale. Per esercitare egemonia.
Non idealizzo affatto la crisi, dico solo che apre una possibilità. Ovviamente se c’è determinazione e coraggio intellettuale come dice Luisa M.
Tu puoi obbiettare: che titoli abbiamo per tentare di dare indicazioni nella grave crisi sociale in cui ci si trova? Alcuni titoli ci sono: con il femminismo ci siamo liberate da tutta la zavorra politica maschile; i vari gruppi hanno messo al centro della riflessione la libertà e la singolarità che sono due forme socio-simboliche a portata di ciascuna nella quotidianità, a differenza dell’uguaglianza che riguarda la legge e lo stato; gli stessi gruppi hanno rimesso in discussione alla radice il concetto di lavoro e tutti i suoi paradigmi cognitivi allargandone i confini perché fosse a misura di donna (e di giovani?); abbiamo una pratica politica (di relazione, di associazione ecc.) più rispondente all’attuale frammentazione del lavoro: la piazza che si riunisce a Wall Street comprende tutte le figure sociali, ha cura del linguaggio e rifiuta perfino i portavoce. Non ti sembra che abbia molti punti di contatto con il progetto dell’Agorà?
Mi fermo. Ho fatto questo elenco un po’ esaltante della nostra pratica al solo fine di dire che si riconquisteranno “postazioni perdute”, (spero migliori per le donne di quelle passate e qualche cosa di più), se lo vogliono le donne. La verifica si farà nell’Agora e in altri incontri.
Penso infine che la ricchezza delle relazioni c’entri molto con quello che stiamo discutendo.
Lia Cigarini
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