Report Agorà 6. Bilanci e prospettive per l’anno che viene

Agorà 6. 19 dicembre 2011. Il brindisi era promesso nell’invito. E infatti le bottiglie – ottimo spumante gentilmente offerto da Milly Moratti, tramite l’operoso impegno di Pinuccia – ci aspettano sul tavolo imbandito con mandarini panettone e pandoro.
In apertura, Giordana riprende i temi dell’invito e formula il suo brindisi per riassumere qs anno denso di accadimenti: brinda alle differenze, alla pluralità di voci che si è fatta sentire intorno alle manifestazioni di Snoq (più la prima, con un dibattito interessante, che quest’ultima) e sottolinea come la varietà di voci che si autorizza a esserci senza spegnersi l’un l’altra sia entusiasmante. Molte le cose accadute sotto qs segno: voci che si levano nonostante i discorsi correnti che vogliono normalizzare, riportare all’ordine. È stato così per i referendum, le elezioni qui a Milano, la consapevole ribellione contro la crisi. E anche per l’avvio della nostra Agorà che è nata proprio dal desiderio mi mettere insieme voci diverse. Per il prossimo anno l’augurio è che queste soggettività possano crescere e far sentire con forza la loro voce. E quindi che il partire da sé, che è il segno forte dell’esperienza politica delle donne, trovi nuove forme che tengano conto del mutato contesto (la banalizzazione di una narrazione che non fa nascere consapevolezza, la facile esternazione di emozioni). Questa è la scommessa politica più interessante: recuperare la forza irriducibile del desiderio, contro l’appiattimento del piacere e del consumo di sé.
Lorenza fa un discorso complementare a quello sulle differenze e, focalizzando la sua attenzione sull’Agorà, brinda all’embrione di senso comune che si sta formando. Sono qui, dice, non solo perché ci sono discorsi affini ma perché qui mi vengono idee su ciò che io in prima persona potrei fare nel mio lavoro/vita. Senso comune su tre elementi: la diagnosi su questa fase vista come smantellamento di un edificio teorico sul lavoro e come possibilità di una costruzione diversa; l’atteggiamento di fondo che non vuole accomodarsi nella posizione di vittime ma dare credito a ciò che ci fa stare meglio (non solo reddito e contratti ma anche modi e relazioni); il metodo in cui stiamo qui, con ascolto attento ma anche impegnandoci a portare le esperienze vere di chi nel suo lavoro sperimenta aperture e nuove possibilità (come i codici di autoregolamentazione di cui parlava Chiara M.) e interagendo con ciò che accade fuori da qui, come chiedeva Liliana, in particolare a livello istituzionale (Milano). Su qs due ultimi punti – portare esperienze e interloquire con politica istituzionale cittadina – dovremmo fare molto di più. Passando invece ai limiti da correggere nell’Agorà, Lorenza elenca: scarsità di persone nel pieno dell’età lavorativa, problema della riservatezza e dell’anonimato, capitalizzare i contenuti, oltre il blog, per poterli restituire in modo allargato.
Prende la parola Fabiola per aggiornarci sulle pratiche di mobbing di cui ci aveva parlato anche sul blog. Poi Stefano, facendo riferimento in particolare al libro di Ina Praetorius Penelope a Davos e alla discussione fattane dal Gruppo lavoro della Libreria (Via Dogana n.99) ci mette a parte delle aperture di orizzonte prodotte per lui dal pensiero delle donne su lavoro/economia. E si augura che l’Agorà possa essere anche motore di imprese alternative.
È Chiara a riportarci sul filo del tema di apertura. Precisa che è la prima volta che viene all’Agorà, ma ne ha discusso spesso con la mamma, Silvia, seduta accanto a lei. Pluralità: vede bene come sia un tema centrale oggi, imprescindibile, ma non le pare un punto di forza, bensì di debolezza. È fantastico che ci sia tutto questo movimento parallelo ma è difficile arrivare a un punto comune, tirare le fila. Le piazze hanno avuto il grande merito di rendere pubblici, “popolari” argomenti, come l’economia, che sembravano riservati a pochi, ma cosa è rimasto? Bisogna concentrarsi proprio su come gestire la pluralità. Le reti sociali su questo punto non aiutano, perché non nascono da pensiero politico profondo, come era l’autocoscienza. Nascono come reazione momentanea. Quindi il proposito per il futuro, anche qui nell’Agorà, è: focalizzare, tenere il filo dei discorsi. E poi abbassare, semplificare un po’ il livello: per le/i più giovani le parole non hanno tutti quei significati che per le donne più mature si sono accumulati in anni e anni di esperienza politica. Sul lavoro, infine, bisogna incominciare a cambiare l’idea che ne abbiamo: lei ha lasciato un lavoro fisso ed è stata una rivoluzione, di cui è convinta, benché consapevole del prezzo e dei rischi. E allora perché la guardano come se fosse sul punto di morire? Il lavoro fisso è l’aspirazione di tutti, ma è anche tanto rigido e lasciarlo può essere l’inizio del cambiamento.
Certo che l’incontro politico delle differenze è un fatto importantissimo – concorda Lea. Ma per ora i diversi percorsi, anche qui nell’Agorà, si limitano ad affiancarsi senza quella commistione che produce nuove strade. Esitiamo a confrontarci davvero per timore dei conflitti. Quindi affronta una di qs divergenze emersa la volta scorsa e ripresa nel blog (vedi post di Anna Maria: Cura come terreno di conflitto: ma con chi?). Anna Maria diceva che il conflitto è con il mercato e con lo stato non tra i sessi, perché non si può obbligare un uomo a fare il lavoro di cura. Per Lea non dobbiamo dimenticare che Stato e mercato hanno un tratto strutturalmente maschile, non sono neutri, quindi cambiare l’organizzazione del lavoro vuol dire aprire un conflitto tra i sessi. Cosa vuol dire che non si può obbligarli? Che se si ammala il loro padre, madre o un figlio non sono tenuti ad assisterli? Non considero il conflitto una guerra. E se vogliamo mettere al centro la vita e lo sviluppo umano troveremo conflitti anche in noi stesse, per attaccamento ai ruoli che hanno anche rappresentato un potere sostitutivo, quello affettivo e dell’indispensabilità.
Lia precisa che in Spagna è già stata presentata da una ministra una legge che obbligherebbe alla spartizione domestica dei lavori: non farli diventerebbe così un reato.
Antonella confessa che gli obblighi le piacciono: se potesse obbligherebbe tutti a lavorare a mezzo tempo e a lavorare per le relazioni e la cura l’altro mezzo tempo.
Anche Maria Grazia vede come sia difficile far intersecare percorsi diversi per creare un percorso innovativo. Ma per procedere raccoglie l’invito a partire dai dati personali, ricordando Amartya Sen quando dice che noi siamo molte cose contemporaneamente. Nel lavoro lei ha sempre fatto scelte molto libere, senza cercare la sicurezza economica. Felice di qs scelta. È giusto perseguire l’equilibrio instabile che ti fa fare passi avanti. Ma lei se lo poteva permettere. I suoi clienti no perché ha scelto di difendere i miseri, ex garantiti e precari. Lì non poteva che ricercare i diritti novecenteschi, quelli che garantiscono la possibilità di vivere degnamente. Su questa base pensa che un obiettivo pratico e condiviso sarebbe tenere d’occhio le situazioni di svantaggio per cambiarne il segno con un reddito universale di base (lei ne ha parlato anche al tavolo del Comune). Per consentire a tutte le persone di fare quelle scommesse che lei ha potuto fare per collocazione familiare. Sono cose presenti in altri paesi europei che pure hanno Costituzioni inferiori ma che sono meno familisti.
Sandra, dopo aver apprezzato le focalizzazioni degli interventi di apertura, continua nella sua metafora dello “smantellamento del monumento” per osservare la ferocia che si manifesta con le donne, come era feroce il sistema di welfare nato nel dopoguerra, che aveva sì vantaggi ma che ha distrutto l’ambiente domestico. Ora la scelta del lavoro per le donne ha dentro sempre più necessità oltre che libertà. E per di più nella disoccupazione. Dunque dovremmo focalizzarci non sul lavoro ma sulla qualità del lavoro. E per essere costruttive dobbiamo mettere a confronto le pratiche globali della nostra vita non solo del lavoro.
Il quesito che appassiona Marina è: come si fa a trovare aggancio tra esperienza delle singole e agire politico? Prova a partire da sé e racconta la decisione – sconvolgente e anche illuminante – di chiudere la partita Iva. Mi interrogavo su cosa potevo fare in tempo di crisi per non abbassare la mia qualità della vita. Mettiamo insieme questo per costruire un pensiero e anche un fare. Il cuore del nostro discorso è lavoro/vita lavoro/cura: ma qs cosa ci porta a dire per esempio al tavolo del lavoro del Comune? Mettiamo in relazione le due politiche.
Ogni differenza è illuminazione e insieme parzialità. Antonella torna al tema della pluralità per invitare a uno scambio vero, che riesca a prendere sul serio tutte le esperienze per vedere fin dove si possono capire. Perché tutte le esperienze danno qualcosa e nessuna è esaustiva. Scartare una cosa perché se ne pensa un’altra è proprio l’insopportabile della politica corrente.
Liliana cerca risposte e pensa che il reddito di base possa essere una parziale risposta alle differenze nelle opportunità di partenza. E risponda in qualche misura anche alla domanda di Sandra sulla qualità del lavoro, perché la qualità ha molto a che fare con la possibilità di scegliere, non subire. Altro discorso importante è quello di Chiara: cosa facciamo con tutta qs pluralità dei soggetti? Le piazze non sono tutte uguali, le reti sono reattive, dobbiamo trovare un orientamento che corrisponda a ciò che noi desideriamo. Non è tutto sulla stesso piano.
En passant Giordana ricorda di aver dato riconoscimento alla pluralità augurandosi che emergano i desideri: è qs il passaggio che manca oggi, i desideri delle donne e uomini che in questo momento sono al centro della vita lavorativa.
Anche Maria, come Sandra, è contenta della minor dispersione di qs incontro. Concorda con Chiara che dobbiamo parlare più semplicemente e non dare per scontate un sacco di cose. Il patto di fiducia di cui parlava Lorenza è uno dei nodi del partire da sé: chi lavora in azienda deve essere sicura che ql che dice qua non andrà fuori e non verrà pubblicato in automatico sul blog. Due desideri: come Lorenza, impegnarsi sugli exempla e sulla massima varietà di condizioni di lavoro rappresentate; come Lea non aver timore di confrontarci e scontrarci liberamente. Sul tema fondamentale della cura come terreno di conflitto, lei, per la sua esperienza, è sulla posizione di Anna: condivide alla pari con marito la cura delle bambine, adesso che hanno 10 anni. Invece nell’organizzazione del lavoro vede più maschi con cui confliggere ma si chiede se non sia l’organizzazione del lavoro che si è incarnata tradizionalmente in corpi maschili, insomma uno stereotipo:
Chiara M concorda sul “senso comune” delineato da Lorenza. Aggiunge tre cose pratiche, i suoi desideri rispetto alle trasformazioni del lavoro. Ripensare un sistema di welfare che tenga conto delle diverse fasi di vita delle persone. Affrontare la questione finanziario/previdenziale: non ha la partita Iva perché preferisce vivere, l’Iva strangola le persone nella sua situazione, ma quello che versa in ritenuta d’acconto va a fondo perduto. Infine il codice di autoregolamentazione: mettere in discussione gli stereotipi di efficienza e di efficacia del lavoro. Questo ha a che fare con la qualità del lavoro di cui parlava Sandra. Parole chiave per questo codice: trasparenza, correttezza, cooperazione, attenzione alla qualità del lavoro (che interessa sempre poco ai committenti).
Ed ecco l’esperienza di Loretta, trentenne contenta con partita Iva vera. Mi trovo stretta nelle contrapposizioni generazionali (vedi discorso sulle pensioni) e non mi sento in conflitto con i genitori. Tante persone ce l’hanno con i genitori perché si trovano nella posizione frustrante di dover chiedere, ce l’hai con chi ti mantiene. Io quando ho avuto un contratto da dipendente e mi trovavo male, in realtà avevo fatto la scelta di non vivere, quella più facile, quella che credevo dovuta; mia madre invece mi diceva: nella vita a tutto c’è rimedio tranne che la morte. Lei mi spingeva a vivere. Per questo non mi ritrovo nel conflitto generazionale. E neppure nella rivendicazione in cui si è trasformato SanPrecario: se chiedo allo Stato un reddito, mi ritrovo in una situazione che mi mantiene nel precariato, una situazione in cui tutti i miei desideri sono morti? Oppure mi spinge a vivere, a cercare qualcosa di più? Non lo so. Manca un immaginario che vada oltre il lavoro dipendente, oltre ora c’è il vuoto, non c’è costruzione di desideri.
Partendo dal suo lavoro di ricercatrice (Mag Verona per regione Veneto, area cooperazione) Sandra D rileva che molte/i giovani hanno capito che non è più il tempo di spremersi sui curricula sperando in un’assunzione. E cominciano a mettersi insieme/in proprio, costruendo impresa dal proprio desiderio, dalle relazioni e dalle reti. Molte le realtà di sostegno, come banca etica e reti di cooperative. Da 20 anni qs esperienze stanno creando una propria qualità del lavoro. Ma ora l’Eu chiede l’adeguamento alle norme. Qs crea conflitto politico: c’è da salvare la qualità di qs esperienza. Chiedere certificazione del lavoro informale per avere migliore remunerazione sul mercato.
Riprende la parola Sandra per rispondere alle domande di Liliana. Reddito di base? Un aiuto lo può dare. Ma scettica su confezioni tecniche universali. Oggi si mette in discussione l’universalità degli stili e delle scelte di vita: ci sono molte differenze su cosa si considera qualitativo per sé e utile. Di fatto l’Eu sta andando in direzione contraria. Non si possono pensare soluzioni tecniche se non si fa il lavoro di smantellamento dei conformismi come facciamo qui. Siamo assediate dai conformismi. Il lavoro è il luogo per eccellenza dei conformismi. È nell’agorà, nella polis che va elaborato qs discorso generale in cui siamo noi a ripensare il welfare, all’interno del quale ci può stare anche ql del reddito di cittadinanza ma non con parole rivendicative. Non è vero che il lavoro è di qualità solo se te lo puoi scegliere (tanti paternalismi!): per molte è il tempo che fa la qualità, se ti permette di intersecare con i tempi e le stagioni della tua vita. Doppio sì, lavoro e pratiche di vita, cura sono temi più proficui da approfondire rispetto alle rivendicazioni.
Sbotta Liliana: all’improvviso per il desiderio delle donne si deve fare impresa? Io sono stata dipendente pubblica tutta la vita, e vedo che nell’area istruzione e salute corre moltissimo desiderio delle donne.
Sollecitata anche dal conformismo evocato da Sandra, Pinuccia rileva la quasi totale impermeabilità dei media per le pratiche politiche delle donne. Anche quando ci sono sprazzi di attenzione, riportano tutto dentro schemi banali e scontati. Vuole impegnarsi in qs amplificazione. Inoltre propone di far nascere l’Agorà anche in altre città e l’anno prossimo vuole impegnarsi con passione in questo progetto.
Lia rispondendo a Chiara sulla pluralità dice: credo che bisogna arrivare a dei baluginamenti teorici comuni. Credo nella pratica dell’agorà del continuare a parlarsi per capirsi. Qui continuiamo a parlarci e parlandosi si cambia. E puntualizza: io qui non mi sento in conflitto. Sandra l’altra volta ha detto: la crisi ha un punto positivo, ha fatto crollare qs mostro della costruzione simbolica e pratica maschile del lavoro. Oggi Maria Grazia ha detto: già, ma quel mostro aveva la garanzia per i miseri. Ecco: questa questione mi appassiona, io sono più d’accordo con Sandra, perché è un’occasione per le donne, per le loro pratiche, il loro pensiero, il loro simbolico. Ma mi interessa molto discutere, per andare avanti, perché i miseri sono sempre stati molto a cuore anche a me. Se io non mi sento misera è perché con il femminismo mi sono costruita una vita ricca di relazioni e di sapere. Concorda che quello che ci manca qui sono gli exempla di donne che singolarmente o in più riescono a cambiare il loro contesto di lavoro.
Questa però non è una debolezza dell’agorà puntualizza Luisa M. Quello che manca è forza e determinazione. Lea e Antonella hanno detto: obblighiamoli. Non è un problema di legge ma un problema di forza che manca. Le donne ce l’hanno la forza psicologica e morale, usiamola, in casa e sul posto di lavoro. Tante restano lì ammutolite, si tagliano le unghie. Cita Clarice Lispector: “io per non far male agli altri mi son tagliata le unghie e mi sono trovata senza forze”. Poi lei le ha tirate fuori le unghie, si è separata ed è diventata una grande scrittrice. All’università di Verona è stato difficilissimo tirar fuori qs forza, quando sarebbe bastato fronteggiarli un po’ certi uomini.
Conclude Lidia dicendosi d’accordo a brindare alle differenze ma invitando a tematizzare i punti teorici per riuscire a entrare nel merito, cosa che nell’immediato non può avvenire per mancanza di tempo (qs confronto si è trasferito sul blog, vedi i post del 21/22 dicembre di Lidia e altre )
L’incontro si chiude con spumante e panettone: tra auguri affettuosità e strascichi di discussione ci diamo appuntamento al 2012!
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4 risposte a Report Agorà 6. Bilanci e prospettive per l’anno che viene

  1. Maria Grazia Campari ha detto:

    A proposito della libertà di scelta e del problema del tempo che sembrerebbe indicato da Sandra quale “focus” per iniziare a liberarsi dai conformismi che ci hanno soffocate nell’impianto novecentesco.
    La scelta, secondo me, è libera -quindi può essere felice- solo se ti sei procurata un tempo per te libero dall’angoscia di una sopravvivenza precaria da costruire con un diuturno impegno della mente, dell’autorganizzazione, delle relazioni non volute ma imposte dalla necessità.
    La base di una sicurezza materiale minima serve a questo, a liberare tempo e fantasia di scelte vcine al proprio desiderio.
    Che senso ha considerare, come fa Sandra, questo pensiero di libertà frutto di paternalismo? Da quando il paternalismo si identifica con la libera disposizione di sé?
    Il suo pensiero sintetico necessita di spiegazione più ampia.

  2. Vi ho seguito, per ora, solo su blog, quindi ben poco conosco della ricchezza che si esprime nel contatto diretto, ma sono veramente contenta di come si sta sviluppando la vostra pratica.
    Seguo da mesi discorsi di studiose e studiosi di economia e politica e trovo solo pessimismo, prefigurazioni apocalittiche, analisi d-sperate.
    Siete una “tisana” contro questi sentimenti deprimenti, anche se mi rendo conto della difficoltà di tenere insieme le differenti soggettività e trasformare in immediate pratiche collettive collettive comportamenti individuali.
    Adriana Perrotta Rabissi

  3. Maria Cristina Migliore ha detto:

    Ho letto il resoconto dell’Agorà del 19 dicembre e gli ultimi post.
    Non riesco a partecipare ai vostri incontri ma vorrei provare a essere parte di questo ‘movimento’ dell’Agorà che riconosco come uno spazio in cui stiamo cercando di costruire un pensiero innovativo sul lavoro e nuove pratiche e proposte anche a livello della politica istituzionale e partitica, oltrechè nelle nostre vite.
    Sono d’accordo con chi dice che questa crisi apre degli spiragli per provare a cambiare.
    Condivido l’opinione che l’edificio novecentesco fatto di simboli, istituzioni e norme sul lavoro sia in crisi.
    Sono d’accordo che occorrerebbe introdurre il reddito minimo garantito, e il Governo Monti mi pare ne abbia parlato. Non so però con quali soldi. Bisognerebbe eliminare molti sprechi di denaro pubblico, tagliare sulle spese militari, e fare una lotta decisa all’evasione fiscale e alla corruzione. E non so se il Governo Monti sia in grado di fare ciò perché ho l’impressione che non sia consapevole del fatto che dietro ognuna di queste cose – escluse forse le spese militari – c’è un tratto culturale tipico del nostro paese.
    Da noi c’è sfiducia nei confronti della cosa pubblica. Da noi l’uso del potere è a fini personalistici, e non solo nello Stato e sue articolazioni, ma persino nelle imprese. Non ho dati alla mano, ma solo impressioni. Da noi in Italia si tende ad usare anche gli strumenti più innovativi per piegarli agli interessi di corto raggio. Da noi le tecnologie dell’informazione e comunicazione sono introdotte senza modificare i modelli organizzativi e così non producono aumenti di produttività (studi di Riccardo Leoni?). Da noi la flessibilizzazione del lavoro mi pare sia stata usata per abbassare il costo del lavoro ed essere competitivi con produzioni in paesi a basso costo del lavoro, mentre in altri paesi è usata per rispondere alla fluttuazione della domanda. Prima si usava la svalutazione della lira. Molti dei nostri imprenditori hanno un approccio padronale e il personale è considerato al pari dei macchinari. Sto semplificando, ma è per farmi capire. E arrivare al dunque.
    Io proporrei a noi donne dell’Agorà di dare peso agli aspetti culturali (in senso antropologico). Dovremmo segnalare una differenza anche in questo senso. Con questo voglio dire che secondo me il nostro paese ha bisogno di movimenti di opinione che contagino e diano legittimità e forza ad un discorso diverso, fatto di attenzioni alla libertà, alla singolarità, al lavoro di cura e riproduzione, ai tempi della vita (tutti aspetti emersi nei vari post), ma anche alla cura dei beni comuni, alla sostenibilità sociale e ecologica delle produzioni di beni e servizi. E noi siamo ben posizionate per fare questo discorso alternativo. Sono d’accordo con Lia Cigarini.
    Non credo che questo cambiamento culturale si ottenga con gli obblighi, come qualcuna di noi propone con riferimento al lavoro di cura. Si ottiene con l’educazione, con i dibattiti pubblici in cui si confrontano le ragioni.
    Avremmo forse persino bisogno di inventarci attività culturali specifiche per abbinare alla lotta all’evasione fiscale un’educazione alla fiscalità, sostenuta dalla destinazione di parte delle evasioni recuperate alla riduzione delle tasse, per rendere visibile l’effetto del pagare tutti le tasse affinchè queste diminuiscano.
    Avremmo bisogno di studi accurati su dove ci sono gli sprechi di denaro pubblico. Quanto lavoro ci sarebbe! Lavoro che ha senso, lavoro che serve per crescere come comunità e società.
    Io non credo nel creare lavoro solo per avere un reddito o tempo adeguato per altro. Il lavoro dovrebbe tornare alla sua funzione originaria: essere utile per produrre beni e servizi che ci servono per stare meglio. Così avrebbe un senso.

  4. lea melandri ha detto:

    Riporto qui alcune considerazioni che ho fatto all’ultima riunione di Agorà, riferendomi a un intervento precedente di Anna Ponzellini.
    D’accordo con Anna che si tratta di mettere al centro “l’economia della vita e della cura” (ma potremmo dire anche dello “svuluppo umano”, per raccogliere l’osservazione di Adriana Nannicini: abbiamo bisogno anche di un allargamento della conoscenza. Io direi: di una moltep’licità di manifestazioni di vita umana). D’accordo anche sul fatto che non ci si liberarà dell’economia di mercato da un giorno all’altro, e sul fatto che, quando parliamo di cura non intendiamo il ricalco di vecchi ruoli ma la responsabilità collettiva di uomini e donne.
    Mi lascia invece perplessa l’affermazione che questo sguardo diverso non comporterebbe “conflitto tra i sessi”, ma conflitto con lo Stato e il mercato. Anna fa poi altre due osservazioni: che non si possono obbligare gli uomini al lavoro di cura, e che le donne sarebbero andate al lavoro per il mercato seguendo un loro desiderio.
    Ora: 1) l’organizzazione del lavoro e lo Stato non sono neutri; portano l’impronta della cultura maschile che ha dominato in modo presoché esclusivo la vitas pubblica per secoli. Non vedo come si possa evitare il conflitto nel momento in cui si tenta di cambiarne le regole, in particolare la divisione tra privato e pubblico che ne costituisce l’impianto d’origine. A meno che non ci si limiti a chiedere che vengano riconosciute e valorizzate le doti tradizionalmente attribuite al femminile, come complemento necessario o “valore aggiunto”. Una “risorsa” che oggi è il sistema stesso in crisi a richiedere. 2) se è vero che ci sono donne che hanno effettivamente potuto scegliere il lavoro per il mercato, molte altre lo hanno fatto per necessità. Penso a mia madre e alle altre donne della mia famiglia contadina, che lavoravano nei campi e a volte di notte anche in fabbrica per ragioni di sopravvivenza, non certo per rispondere a un loro desiderio. 3) Infine: cosa significa che non si può costringere un uomo a prendersi cura di figli, anziani genitori, di una casa e così via? Vuol dire che se si ammala uno suocero è come spesso accade la nuora a occuparsene esautorando il marito? Oppure che, quando si hanno due figli di sesso diverso si impone solo alla figlia di riodinare la propria stanza?
    Perchè si possa effettivamente avviare un’alternativa così radicale, è necessario che con la stessa radicalità si interroghi la resistenza delle donne ad abbandonare ruoli che hanno dato loro un qualche riconoscimento e soprattutto quel potere di indispensabilità all’altro, sostitutivo di altri poteri o possibilità di vita propria. Nel momento in cui, nei rapporti privati come in quelli pubblici si rompe la complicità che gli uomini si aspettano, è difficile evitare conflitti.
    La mia impressione è che oggi, sull’onda della ‘femminilizzazione’ della sfera pubblica, si sia attenuata la forza combattiva delle donne, l’idea che per cambiare davvero le cose occorre essere disposte a dissentire, disobbedire, contestare, ribellarsi, rischiare anche rotture, perdita di vantaggi immediati.
    Lea Melandri

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