La mia “flessibilità per scelta” e quella di oggi

Ho 65 anni. La mia è sempre stata una esistenza di vita-lavoro vissuta integralmente all’insegna della flessibilità per scelta, sapendo i rischi di vivere senza tutele e nessuna garanzia di reddito per vivere. Restaurare i dipinti è stata una vera vocazione. Tra gelate invernali, e caldi estivi, correnti d’aria, polveri e solventi tossici, ero felice perché vivevo nella bellezza. Un vero privilegio.

Dopo la laurea in Sociologia nel ‘72, attraversata completamente da quella vertigine meravigliosa del ‘68, facevo l’anima bella che non voleva sporcarsi le mani, lavorando da sociologa o giù di lì, in seno a una società radicalmente contestata e ho praticato per 15 anni il rifiuto del lavoro (allora la sconfitta operaia del ‘69 aveva prodotto un vasto rifiuto del lavoro salariato stabile). Io potevo permettermelo: era un periodo glorioso di conquiste di diritti civili, di opulenza, di benessere diffuso e stabile, che garantiva la salute, le pensioni piene, occupazione a tempo indeterminato, accesso ai consumi e alle risorse. Ben diverso dall’attuale situazione di instabilità e incertezza. Nessun timore del futuro e nutrivo un senso di onnipotenza per aver capito i meccanismi perversi del potere, sicura di poterli raggirare.

Negli anni ‘80 la prima crisi del petrolio, della produzione, dell’occupazione e inflazione. I ricatti dell’esistenza, manipolati dal mercato e dalla politica neoliberista senza regole e che chiedevano allo Stato di farsi da parte, mi trasformarono in una Ditta individuale, lavoratrice autonoma. Mai, una libertaria situazionista come me avrebbe potuto fare un lavoro fisso. E potevo permettermi di pensarlo ‘monotono’ e scappare lontano dalla casa di ‘mamma e papà’. Ma nuotare controcorrente è anche faticoso, prima o poi arriva il conto: con la crisi, quattro mesi fa ho chiuso l’attività precipitando sotto la soglia di povertà. E so che sono tante le donne della mia generazione che si ritrovano in questa emarginazione. Quindi so cosa significhi cercare un nuovo lavoro ogni due-tre-sei mesi, soprattutto se si è single con figli a carico e privati delle garanzie dello Stato sociale dei genitori.

Oggi, se il posto fisso è ancora sperato, è solo perché garantisce (?) nel futuro il reddito per vivere,  metter su famiglia ed evitare le dimissioni in bianco. Ma credo che ormai la maggior parte dei giovani rifiuti la logica di routine del lavoro a tempo indeterminato perché la considerano peggiore di quella legata alla flessiblità. E talvolta viene pure abbandonato se non realizza ambizioni sperate (Chiara). Col rischio di un giudizio sociale negativo.

Soprattutto le donne precarie, investite da un processo di soggettivazione senza precedenti, vedono i limiti delle istituzioni stabili e non ambiscono a quelle sicurezze di cui godevano le loro madri: matrimonio, famiglia, lavoro a tempo indeterminato non interessano più, e preferiscono vivere l’ambiguità della paura e del fascino dell’incertezza perché le stimola creativamente. Il futuro diventa una sfida, un percorso che la cultura individualistica invita a percorrere. Un corpo a corpo tra il nuovo soggetto libero, deregolamentato, proprietario di se stesso, e le nuove difficoltà dell’esistere.

Le giovani mamme invitate a parlare all’Agorà del 30 gennaio 2012 apprezzano il contratto individuale, lo percepiscono come un’opportunità di autorealizzazione, affermazione delle proprie capacità. Lo credono pure favorevole per negoziare gli orari, come afferma una giovane psicoterapeuta, o realizzare il doppio sì come afferma Vanna. Però non sempre va bene il part-time quando significa stipendio ridotto e magari con un carico di lavoro a tempo pieno. Sono comunque consapevoli che il problema sta nell’assenza di tutele, diritti civili e di garanzie di reddito che possano colmare i periodi di non-lavoro. Non pensano al doppio sì come le loro mamme, per stare di più in casa coi figli ma per avere più tempo libero per fare quel che a loro piace e hanno le idee più chiare sulla necessità della condivisione coi loro partner, alcuni dei quali scoprono il piacere di occuparsi dei figli, ma qualcuno è ancora riluttante, per cui, dicono, ci vorrebbe una rivoluzione culturale.

In ogni caso nessuna mamma mi sembra abbia espresso il senso di onnipotenza e insostituibilità che ha caratterezzato le mamme della mia generazione. Che mi sembra ancora ben presente in molte, anche se mascherato dall’affermazione che non si possono obbligare i compagni a condividere il lavoro di cura. Si interrogano sul senso del lavoro, sulla sua “naturalità”, se può essere un piacere.

Mi sono resa conto però che stenta una presa di coscienza collettiva che rivendichi una flessibilità adattata alla vita più che al lavoro. È a questa generazione che spetta il compito di ribaltare il rapporto lavoro-vita e pretendere un reddito più alto commisurato alla vita, perché è tutta l’esistenza con i saperi e la creatività del tempo libero che entra in produzione (C. Morini-A.Fumagalli). Bene ha fatto Lea a dire che il doppio sì dovrebbe servire per la vita più che per la maternità.

Penso che la forza trainante per un sovvertimento dello stato di cose attuale sarà femminile. L’autocoscienza rivoluzionaria femminista continua a contagiare. Le donne hanno il coraggio di declinare ancora al futuro i loro desideri, (è anche un accorato invito della nostra Agorà), che non sono stati travolti dal “grande freddo” come è successo ad altri movimenti del passato, con i quali hanno condiviso esperienze irripetibili.

Questa non è la vita che desideriamo. Riprendiamocela

Ornella Bolzani

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