L’accesso ai propri bisogni e desideri (prima riflessione)

Vorrei condividere con voi del blog dell’agorà del lavoro tre riflessioni che ho fatto sabato scorso al convegno “La rivoluzione possibile. Cura/lavoro: piacere e responsabilità del vivere” (Libera università delle donne, Libreria delle donne, Leggendaria/Gruppo del mercoledì, Unione femminile, Milano), sperando siano utili per i lavori della prossima agorà di lunedì 27.

L’accesso ai propri bisogni e desideri (prima riflessione)

All’agorà del 30 gennaio, è emersa chiaramente l’insensatezza di questa organizzazione del lavoro, perlomeno rispetto ai c.d. lavori della conoscenza.

Per come la vedo io, il cammino politico dovrebbe proseguire contemporaneamente su due versanti.

Il primo è quello di continuare nel lavoro di allargamento della consapevolezza. L’obiettivo è che ciascuna possa davvero avere accesso ai propri bisogni e desideri più profondi, sia rispetto alla propria identità professionale, sia rispetto a quella materna, in modo tale da capire quale è il mix di cura e di lavoro per il mercato che le restituisca la migliore integrità, la maggiore fedeltà a sè stessa. Mix che probabilmente varierà nel corso della sua vita. All’agorà del 30, Annalisa, una psicoterapeuta quasi quarantenne, ha detto: “Mi sembra che nella nostra società non ci siano i supporti che consentano il riconoscimento della maternità come istinto e come bisogno”.

Certo, non è che il primo passo: una volta compreso quale è questo mix, il lavoro su di sé, di presa di coscienza, ha bisogno di un ulteriore passaggio per arrivare a potersi dire: “un’altra organizzazione del lavoro è davvero possibile”.

Mi/vi chiedo: come possiamo aiutarci in questo cammino di presa di coscienza dei nostri desideri e bisogni rispetto al  lavoro di cura e al lavoro retribuito?

Maria Benvenuti

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3 risposte a L’accesso ai propri bisogni e desideri (prima riflessione)

  1. Donatella Proietti Cerquoni ha detto:

    Per quanto mi riguarda, Maria, credo che se di supporti abbiamo bisogno per comprendere in quale rapporto sta o può stare la maternità nella nostra vita, la prima cosa che mi viene di affermare è che la maternità non è un istinto, forse un bisogno e forse un bisogno della società, prima che delle donne. Per me la maternità è semplicemente una scelta. Ne consegue che prendere coscienza riguardo al mio desiderio e ai miei desideri nel lavoro di cura per me ha voluto dire – parlo al passato perché tutto quanto è avvenuto ormai da tempo – vigilare costantemente sulla mia (non) adesione a modelli precostituiti per regolarmi in base alle necessità concrete, soprattutto per quanto attiene alle attività di accudimento che sono fra i miei doveri e anche fra i miei diritti.
    Il lavoro retribuito è stato e non è più un grande desiderio. Lo è stato per i miei bisogni di autonomia economica e di realizzazione personale ma da quando ho capito che la realizzazione di sé passa attraverso una molteplicità di dimensioni e a fronte di condizioni organizzative inumane, quali sono oramai nel pubblico impiego dove ancora lavoro e lavorerò per molti, troppi anni, quello che mi resta e che vale è il senso e lo spirito di servizio con il quale opero, unica dimensione interna ed esterna dalla quale ricavo la mia motivazione al lavoro. Non avrei parlato così solo dieci anni fa.

  2. Alessandra Valle ha detto:

    …il lavoro retribuito deve com-prendere il lavoro di cura. Indipendentemente da chi lo pratica.

  3. lauraming. ha detto:

    Riflessione al ritorno da un viaggio, lontano dai consueti orizzonti e paesaggi.
    Mi è venuta in mente una connessione fra valore attribuito al tirare sù una creatura e valore attribuito al tirare su una pianta, In parole pavore la maternità è misconosciuta tanto quanto l’agricoltura. Lavori necessari per vivere che riguardano la categoria della crescita non quella della accumulazione, capitalizzazione, astrazione. Cioè rientrano nel primum vivere. Ho pensato a questo ripercorrendo la mia storia familiare. Sono figlia di contadini che con dolore hanno dovuto lasciare la campagna, il lavoro dei campi perché negli anni sessanta, anni cruciali per l’industrializzazione forzata dell’Italia, l’agricoltura, parente povera, fu distrutta senza pietà..Ma io avevo anche altri desideri .. la città era più attraente della campagna, ricca di relazioni e di libertà. E’ lì che è nato il femminismo, con le mie amiche cercavamo la libertà.. Una bella e ricca contraddizione!
    A presto lauraMing.

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