Una storia di paternità: quando gli uomini lasciano fare carriera anche alle loro compagne

Voglio accennare alla storia di paternità di un mio collega per avvalorare la tesi che anche agli uomini può piacere la cura dei figli e che il livello di responsabilità che assumono può essere simile a quello delle madri. Ho mostrato quello che avevo scritto al collega e alla moglie che pure conosco  ed ho ricevuto qualche correzione e qualche commento. Descrivevo lei come spesso lontana da Milano per lavorare in un’altra città e lui perfettamente in grado di occuparsi del figlio, da quando il bambino aveva un anno e mezzo e ancora oggi che ne ha nove, ma non potevo conoscere i sentimenti che li hanno accompagnati in questa avventura a tre, sui fronti delle reciproche relazioni, della fatica personale e dell’impegno verso la carriera, su quello del confronto di ciascuno con i suoi propri desideri e con i giudizi su se, e questo rende le cose molto più complicate di come le posso descrivere. Abbiamo concertato che facessi un racconto liberamente.

I miei amici si preoccuparono dell’esperienza che avrebbe fato un figlio nel caso in cui uno di loro avesse dovuto allontanarsi sovente da casa, dal momento che entrambi avevano una carriera da affermare in ambito universitario. il che vuol dire andare ad abitare dove ti capita di ricevere un posto. Lui: “ Ne parlammo con il nostro medico antroposofo, ci disse che l’importante era che ci fosse un genitore sempre presente, il fato ha deciso che fosse la mamma a spostarsi e sono stato io a restare a casa, in effetti è raro che sia una donna a viaggiare per lavoro e un uomo ad essere sempre vicino al figlio. ”

Lui: “ Quando i treni ci mettevano 4 ore e mezza per andare a Roma, lei stava via 2-3 giorni una settimana si e una no, ma Il periodo più brutto è febbraio, marzo, aprile e maggio, perchè tiene i corsi e quindi deve andare tutte le settimane a Roma.E’ l’unico periodo così intenso; poi la sua presenza (grazie anche a  internet) non è così pressante. Ora con l’alta velocità ci mette solo 3 ore, a volte (con grandi sacrifici personali) riesce ad andare e venire in giornata…”.

Lei:   “Cercavo di concentrare tutto il lavoro a Roma in uno o due giorni ed essere poi a casa, alzandomi spesso all’alba e rientrando con i treni a sera tardissima. Facevo i salti mortali per essere presente in università ma anche a casa, sentendomi spesso in colpa in entrambe le posizioni. In altri termini, quando ero a Roma pensavo a mio figlio e quando ero con lui pensavo a tutto quello che dovevo fare per l’università. Poi ho imparato ad essere più presente a me stessa, al bambino e alla vita …  “. Ci eravamo parlate a Roma anni fa, dopo il Convegno, come sempre, tutti scappavamo a casa nelle nostre città, il suo bambino era piccolo e lei restava, io ero impressionata dalle sue sere lontana dalla famiglia.

All’università vedevo il marito: ad una cert’ora se ne andava, a volte tornava, a volte no, ma non c’era mai nella seconda metà del pomeriggio in cui molti, specie i giovani, si attardano; allo stesso modo arrivava al mattino ben prima che gli uffici si animassero. “ Ho un riferimento teorico di cui posso sempre approfittare, se il bambino non è malato, abbiamo una colf dalle 13 alle 17 ma ho sempre cercato di stare vicino a mio figlio, facevo di tutto per andarlo a prendere alle 13, quando usciva dall’asilo e ora da scuola”. Mi diceva che lo accompagnava a giocare con gli altri bambini nel pomeriggio, che alle feste restava lì, sempre tra le madri degli altri…”. Il lavoro universitario permette di recuperare a casa la sera, il mio amico le passava tutte a lavorare in questi anni, dalle 20 alle 24, quando il figlio dorme.

Qualche emergenza l’ho vista, qualche volta il bambino era in ufficio, dal corridoio si sentiva la voce, l’impressione che ho discusso con una o due colleghe era che venisse sfidato un tabù in entrambi i suoi comportamenti. La vita familiare, il lavoro di cura, entravano nel luogo pubblico, tempio della produttività e della maschilità, ed era proprio un uomo a sfidare la abituale censura di ciò che li sostiene. Penso che altri spazi accademici lontani, come i convegni e le corrispondenze telematiche abbiano permesso una carriera non facile da perseguire dove la personalità del collega era più visibile. “Questa è una cosa più milanese… a Roma scene come quelle che tu hai descritto se ne vedono di più… quella dell’Italia centrale è una società più aperta e tollerante su queste incursioni. Certo la telematica ha aiutato anche mia moglie: pur stando a casa lei riesce ad essere presente con le mail, con le telefonate, ecc.”.

Mi ricordo Laura Balbo negli anni ’70 fece una lotta feroce perché le riunioni obbligatorie tra professori avvenissero in orario scolastico, vinse dopo anni e per uno o due anni soltanto, i colleghi trovarono il modo di rimetterle verso sera oppure all’ora di pranzo.  Poco tempo fa una professoressa straniera si era candidata ad un insegnamento nella nostra facoltà, pur avendo casa nel suo paese, aveva tre figli (grandi), fu dato per scontato da chi doveva decidere che la candidatura non fosse credibile, per quell’esatto motivo.

E ancora: il mio innamorato, anni fa, aveva portato il suo bambino di cinque anni ad una riunione di lavoro perché l’aveva in consegna, come succedeva molti pomeriggi alla settimana, gli si dissero di non fare mai più una cosa del genere! Credo la salvaguardia del “tra uomini” e del “ fuori casa” sia il baluardo che rende difficile rendere pubblica la doppia presenza delle donne, deve essere esplicitata come volontà anche degli uomini. “ Infatti io ho diversi esempi di colleghi maschi che hanno impedito di far carriera alle loro donne, che avrebbero dovuto fare la vitaccia della mia (ad es. insegnare all’università di Bari ecc.), oppure alcuni colleghi mi hanno detto che per loro sarebbe impensabile la nostra situazione (non ho mai capito se dicessero in modo elogiativo oppure considerandomi un coglione).”

Lui: “Comunque c’è un aspetto trascurato: se è vero che gli uomini che lasciano far carriera ANCHE alle loro donne (perché io non ho rinunciato alla mia, infatti anche se con un po’ di ritardo sono comunque diventato ordinario) è un fatto nuovo, non dobbiamo dimenticare i costi che pagano le donne che decidono di far carriera: sono malviste dalle donne che carriera non hanno voluto/potuto farla e si portano dentro un forte senso di colpa per non essere vicini ai loro figli) come vorrebbero in un’età per loro molto delicata. Bisognerebbe aiutare maggiormente le donne a non sentirsi in colpa…”

Lei: Ringrazio molto il mio compagno per quello che ha scritto. E’ vero c’è stato un impegno personale altissimo da parte di entrambi.  Io ho fatto la mia parte con grande gioia, comunque.

Ti ringrazio molto per il tuo lavoro e il tuo impegno nel proporre nuovi stili famigliari. E questo io lo giro all’agorà.

Antonella Nappi

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2 risposte a Una storia di paternità: quando gli uomini lasciano fare carriera anche alle loro compagne

  1. Maria Grazia Campari ha detto:

    Una storia molto interessante, tanto più significativa dopo l’ubriacatura rampante degli anni ottanta e novanta del Novecento.
    Nella riunione del 30 gennaio scorso mi ha molto colpita la narrazione di esperienza di una giovane donna, impiegata in una cooperativa sociale, che ha ottenuto tempo per sé e per i propri interessi lavorativi e sindacali attraverso una dura contrattazione, anche conflittuale con il padre dei suoi due figli.
    Una partecipazione alla genitorialità non spontanea, ma ottenuta avendo il coraggio di aprire un conflitto diretto non a sconfiggere l’altro, ma a renderlo partecipe di valori da lui misconosciuti.
    Una indicazione, secondo me, importante per un nuovo stile di vita e un nuovo modo di intendere la cura
    Maria Grazia Campari

  2. Paternità Oggi ha detto:

    In questa storia non vedo un uomo che “ha lasciato fare carriera alla propria compagna”. Io ci vedo una famiglia che ha scelto la soluzione più conveniente dal punto di vista economico ed organizzativo. Se anche altre famiglie fossero nella possibilità di scegliere, credo che tutti ci accorgeremmo che un cambiamento culturale è già avvenuto. Qui non siamo di fronte ad una battaglia culturale (praticamente già vinta). Qui si tratta di incidere sulle leggi sul lavoro. Spesso leggo che ci si lamenta della scarsa percentuale di padri che chiedono di usufruire del congedo parentale, ma poi si fa finta di non sapere che il congedo del padre è retribuito al 30% dello stipendio. Quale famiglia può fare a meno del 70% dello stipendio di uno dei genitori? Questa che ho letto è una bellissima storia. Complimenti ai protagonisti😉 che hanno saputo “intercambiarsi” nella loro figura di genitori.
    Ora ci sarebbe da discutere sul concetto di ruoli da genitore.
    Ormai i tempi e la cultura sono maturi e un padre può svolgere anche il ruolo della madre, ma possiamo dire che è valido anche il contrario? Ha senso parlare di paternità e del ruolo del padre in una società come la nostra, oggi?
    Secondo noi di Paternità Oggi sì😉
    http://www.paternitaoggi.it

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