Alleanze e conflitti

Per rispondere alla domanda che ponevo ieri forse è meglio rovesciarla e chiedersi: chi non vuole che venga modificata l’organizzazione del lavoro? Chi sono i resistenti al cambiamento?

Vedo due categorie di resistenti, accomunati dal fatto di non avere a cuore la cura (mi piace immaginare come vera la poetica derivazione di cura dalla parola “cuore”, rintracciata in un dizionario etimologico on-line). Una prima categoria di resistenti è costituita da quelli che, prevalentemente maschi, non praticano attivamente la cura. Nel senso che, se pure hanno figli, o genitori bisognosi di cure, cercano di delegarla -totalmente (o quasi)- e quindi sono capaci di immaginare solo un modello di lavoro retribuito e familiare basato su una rigida e dicotomica suddivisione dei ruoli. Ma c’è anche un altro significato di assenza di cura, che è proprio di una seconda categoria di resistenti ai cambiamenti. Sono i fautori di un individualismo esasperato, che, come ha scritto Letizia Paolozzi, vuol dire assenza di cura. L’idea di organizzazione del lavoro che ne deriva è quella basata su una competizione feroce, tale per cui l’esserci in azienda, per difenderti da eventuali colpi bassi, conta moltissimo anche a prescindere dalle effettive necessità lavorative; un’organizzazione del lavoro dove le regole sono opache, i criteri di valutazione non controllabili; dove conta l’incondizionata fedeltà al capo e all’azienda. Ovviamente, quelli che fanno parte della prima categoria possono anche far parte della seconda, con un evidente aumento della loro dannosità.

Spiego con un esempio il collegamento dei due significati di cura: dei part time dettati da esigenze di cura possono determinare una riorganizzazione del lavoro che porta l’instaurarsi di un modo di lavorare con spirito collaborativo e che fa star bene le persone, modo di lavorare che evidentemente contrasta con il modello “individualismo esasperato”.

Mary Catherine Batteson, (citata nel supplemento a Leggendaria sulla cura, settembre 2011) scrive che occorre modificare i rapporti famigliari perché la vita famigliare produce le metafore che utilizziamo per riflettere sulle relazioni etiche in senso ampio. Ecco, io credo che oggi, perlomeno al nord e in contesti di media-alta istruzione, il fronte di cambiamento più urgente sia quello delle relazioni e dell’organizzazione all’interno delle aziende, cercando di stabilire delle alleanze tra tutte e tutti coloro che desiderano più cura fuori e dentro i luoghi di lavoro. Solo per questa via si può trasformare le forze delle singole in forza collettiva.

Voi cosa ne pensate? Mi piacerebbe ne parlassimo alla prossima agorà.

Maria Benvenuti

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3 risposte a Alleanze e conflitti

  1. Nicoletta Bortolotti ha detto:

    Mi piace molto l’idea della “cura” fuori e dentro i luoghi di lavoro. E’ vero, alcune scelte lavorative apparentemente in contrasto con la logica del profitto aziendale, perché dettate da esigenze di cura “fuori (come per esempio il part time), si traducono spesso in una maggiore cura “dentro” l’ufficio e in un maggior benessere “lavorativo”. Mi piace anche pensare che la cura sia dentro e fuori, senza separazione di ambiti, perché ci si prende “cura” degli esseri umani in qualunque situazione o spazio si trovino.

  2. Manuela Baldi ha detto:

    Alleanze e conflitti 
    chi non vuole che venga modificata l’organizzazione del lavoro? Chi sono i resistenti al cambiamento?

    Cerco di rispondere al quesito e vi propongo qualche riflessione.

    Concordo, non vogliono quelli per I quali cura è un concetto vago, ed in ogni caso delegato ad altri.
    Ci vedo anche e sopratutto difficoltà progettuale e chiusura mentale. Cambiare significa sempre mettersi in gioco in prima persona, pensare che il lavoro possa essere organizzato in maniera diversa, significa avere curiosità, capacità progettuale, empatia, significa avere a cuore il proprio lavoro, quello altrui ma sopratutto avere a cuore il benessere delle persone.
    Difficilmente, quando pensiamo agli altri, in ambito lavorativo ma anche relazionale, riusciamo a vedere l’altro uguale e diverso da noi, con I suoi bisogni, le sue debolezze, le sue forze. Ci portiamo dietro la fastidiosa vocina interna che ci fa sempre stare in guardia, l’altro non si relaziona con noi senza secondi fini, per simpatia o semplicmente perchè siamo animali sociali, no, sicuramente da qualche parte ci sta la fregatura. Ed è proprio a partire da questo che dobbiamo lavorare, quando riconosci nell’altro le tue necessità, le tue fragilità, le tue aspirazioni, solo allora capisci che non ha senso la competizione esasperata, farsi e fare del male. Sul lavoro lo spirito collaborativo, nei rapporti relazionali la condivisione, fanno bene a tutti.
    Proprio per questo ognuna di noi dovrebbe riflettere bene su quanto le è necessario per vivere bene e poi collettivamente farne scaturire una proposta che permetta a tutti di avere una vita degna di tale nome.
    Per tutto questo credo sia importante la consapevolezza dei tempi.
    Il pensiero imperante è l’orario 9.00-18.00. La stragrande maggioranza fa così e quindi perchè cambiare?
    Io credo che sia possibile pensare a tempi di lavoro diversi a seconda delle necessità personali. Non tutti i lavori hanno orari tassativi, all’interno di ogni ufficio o realtà lavorativa, coivolgendo i collaboratori, si potrebbe pensare ed attuare un orario diverso a seconda delle mansioni e delle necessità aziendali. Certo, comporterebbe uno sforzo organizzativo e mentale notevole all’inizio, ma consentirebbe a regime, un aumento di produttività, tanto caro alle aziende, ma sopratutto un clima all’interno dei propri luoghi di lavoro più rilassato, meno competitivo e infine renderebbe il luogo di lavoro un posto piacevole in cui stare perchè si avrebbe anche la consapevolezza che le proprie necessità sono comprese, che non si conta come numero ma come persona.
    Si parla pochissimo di telelavoro, che sarebbe possibile in moltissimi casi, consentirebbe ai datori di lavoro risparmi di spazi, e di tutti i costi relativi ed ai lavoratori risparmi, tempi liberati, meno stress da pendolarismo.
    Per tutti, sopratutto nelle città assediate dallo smog, significherebbe riduzione del traffico.

    Mi piacerebbe avere le vostre opinioni.

    Manuela Baldi

  3. elvira celotto ha detto:

    Riflettevo a quanto siamo indietro rispetto all’Europa del Nord, a quanto dobbiamo ancora faticare per far non dico condividere ma comprendere modi di pensare e di stare al mondo che altrove non necessitano di alcuna postilla, perché appartengono al sentire comune.
    Una puntata di “Presa diretta” di parecchio tempo fa esemplificava benissimo la naturalezza con cui i padri facevano i padri al nord Europa, dando per scontato che le madri esistessero anzitutto come persone, con interessi, esigenze, impegni indipendenti dall’esere madri, e che questo patrimonio dovesse essere adeguatamente rispettato come parte integrante delle donne.

    Questo concetto è estraneo non solo al 90% degli italiani, ma anche al 90% delle italiane, secondo la mia, approssimativa per difetto, valutazione.
    elvira celotto

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