Che lavoro vogliamo fare? E per quale modello di sviluppo?

A me sembra che se il “discorso” nell’Agorà del Lavoro va avanti a fatica (o almeno a me sembra che sia così) è perché non c’è abbastanza progettualità, lo sguardo sul futuro è troppo corto. Parliamo (io non lo faccio ma acconsento e quindi sia chiaro che ora non scrivo per chiamarmi fuori) di cosa sia il lavoro oggi, quali difficoltà presenti e quali misure prendere per migliorare la nostra situazione pensando, senza alcun dubbio per generosità, che la nostra esperienza possa venir utile ad altri/e, ma non facciamo un passo avanti perché cerchiamo di risolvere problemi che ormai appartengono a ieri.
Si viene lì e si parla di contrattazione sindacale oppure individuale per risolvere il contingente, di part-time, di quanto facile o difficile sia, forse per paura o per mancanza di idee non so, nessuno si proietta fuori dal contingente anche se abbiamo tutti/e ben chiaro che il modello di sviluppo che ci ha condotti per due o trecento anni fino a qui, bello o brutto che fosse, ha esaurito la sua spinta vitale. Non c’è più nessuna relazione tra lavoro fornito e retribuzione perché è venuto a mancare il lavoro di produzione fatto dagli umani, lavoro che era misurato in ore e minuti e tempi uomo/macchina.
E’ pur vero che dobbiamo mangiare tutti i giorni, che i ragazzi devono essere vestiti e calzati, i trasporti pagati e anche gli studi e possibilmente le vacanze, ma è altrettanto vero che la disoccupazione è in continua crescita. Quel bisogno di lavoro che fino a ieri era sufficiente a dare un reddito sufficiente per risolvere i problemi quotidiani della maggior parte di noi, oggi non c’è più e quello che più ci importa è che i nostri figli non lo avranno. Perciò mi sono posto la domanda se abbia senso riunirci una volta al mese per presentare ognuno di noi un cahièr de doleance o del come siamo stati capaci di risolvere il problema dell’oggi o anche di denunciare sindacati inefficienti, quando il discorso si ferma lì e non porta più avanti.
E’ ora di pensare al domani: ci vuole un nuovo progetto e noi dobbiamo avere la convinzione di essere in grado di pensarlo.
Il mondo ha bisogno di cura: noi e ancora di più i nostri genitori e nonni hanno posto le basi perché la nostra Terra venga distrutta e con essa la vita. La nostra grande città, per parlare di una cosa che conosco, è sporca da far schifo e la sua aria irrespirabile: c’è poco da fare? Si vive sempre di più e i nostri cari sono sempre più anziani e sempre più bisognosi di cure ma i mezzi economici sempre più bassi. Per contro siamo inondati di merci a costi prossimi allo zero, merci per la stragrande maggioranza inutili e costruite da macchine, mal congegnate e a scadenza programmata.

Che lavoro vogliamo fare? produrre ancora? ma cosa? magari armi? e in quale quantità? chi cura chi? e con quali mezzi sopravvivremo? Di quale lavoro abbisognano la Terra ed i suoi abitanti?
Ci vuole un nuovo modello di sviluppo e non credo possibile che gli uomini che hanno pensato il precedente abbia voglia di disfarsene visto che pur di mantenerlo si è inventato il sistema dei derivati buttando a mare il valore del denaro. A risolvere questi problemi e gli altri ad esso collegati ci vogliono idee ed io credo che anche con questo problema l’Agorà del lavoro debba confrontarsi per trovare forza vitale.
Giovanni Lazzaretto

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