Report Agorà 8 – febbraio 2012

Introducendo il tema dell’incontro – “Negoziando si impara (e si può vincere)” – Anna Maria sottolinea che i molti racconti di giovani madri della precedente Agorà illuminano le contraddizioni del mercato del lavoro. Colpiva la varietà delle loro storie/soluzioni. Difficile rappresentare desideri e bisogni così diversificati. E dunque, cosa vuol dire negoziare? Centrale è l’organizzazione del lavoro, come si vede anche dai molti spunti del blog. Ma per negoziare l’organizzazione del lavoro ci vuole consapevolezza di che cosa vogliamo e trovare la forza. Questo è il punto: dove troviamo la forza individuale e collettiva?
Antonella osserva che il lavoro richiesto per vivere è tantissimo (assistenza malattia e anziani). Un carico così deve essere contemplato nei tempi di lavoro. Avere riconoscimento economico e contributi validi per la pensione. Francesca distingue: le giovani rispondono al proprio desiderio e dunque non possono fare altro che negoziare individualmente. Se invece si parla di assistere anziani è difficile immaginare il desiderio, e quindi si può pensare una contrattazione collettiva.
Prende la parola Sandra per raccontarci la sua storia. Lei, che aveva fatto un buon negoziato individuale, ha deciso di fare sindacato appena il figlio ha cominciato a crescere e si è resa conto che le condizioni di lavoro erano peggiorate e per le donne più giovani di lei era più difficile contrattare condizioni di lavoro soddisfacenti. E ci invita: « Sporchiamoci le mani. Non è così scontato che il sindacato non sia in grado di rappresentare la diversità. Dipende da chi fa sindacato nelle singole situazioni. Ci sono persone non illuminate, brave a contrattare sui soldi ma ottuse sul resto. E ci sono persone illuminate, per le quali è evidente che l’organizzazione di lavoro è importantissima oggi per donne e uomini.»
Quanto alle soluzioni: part-time, telelavoro ecc, sono risorse che vanno chieste alle aziende. Se ci sono, le puoi usare o no. Non possono essere lasciate alla richiesta individuale, perché così restano concessioni che possono essere revocate, anche se una con grande professionalità è convinta di poter vincere sempre. L’azienda è sempre più forte. La contrattazione collettiva ha il valore aggiunto di trasformare le concessioni in diritti sempre esigibili. Il rapporto tra l’azienda e il dipendente non è paritario anche se adesso vogliono convincerci del contrario. La contrattazione collettiva riequilibra i rapporti. La conciliazione deve entrare nella cultura sindacale. Inoltre, Sandra ritiene che il congedo di paternità obbligatorio sarebbe assai utile per cambiare la cultura di donne, uomini e aziende.
Anche Marisa ha fatto molta contrattazione nel sindacato quando era giovane, ma: «l’ho fatto per altri, portavo un punto di vista collettivo, io lì non c’ero, c’era la collettività. Quando ho contrattato per la mia uscita, ho contrattato al ribasso perché non mi legittimavo.» Poi ha incominciato a lavorare con le donne e lì ha capito la differenza, lì lei c’era. Quanto al fare oggi sindacato: ribaltare il discorso della maternità – da vincolo a risorsa per tutte/i – è prima di tutto un discorso di relazioni con colleghi/e. In conclusione: negoziare è diverso da contrattare e ci vuole una legittimazione molto forte, di sé per sé.
Giordana invita a non cristallizzare questa distinzione: contrattare = collettivo, staccato da consapevolezza e desideri individuali; negoziare = soggettività e consapevolezza di sé. Nell’intervento di Sandra c’è un punto forte: un negoziato anche felice, che resta totalmente individuale, che non contamina, non sposta i termini della questione. Come trasformare la propria negoziazione in forza che contamina i rapporti in casa e al lavoro, l’organizzazione stessa del lavoro? Ricorda l’esperienza della Zucchi raccontata nel Doppio sì, l’invenzione di una contrattazione collettiva-individuale. Possiamo trovare altri esempi? Senza dare etichette, perché oggi non si può più prescindere dai singoli soggetti consapevoli di quello che vogliono.
Ma i bisogni diversi non sono una novità dei nostri tempi, osserva Lidia: «Io ho attraversato tempi in cui c’era un’organizzazione solidale che consentiva alle storie individuali di connettersi e avere più spazio. Oggi il sindacato ha un grosso problema di rapporto con la sua base sociale, con i bisogni e desideri di uomini e donne. Ci dobbiamo invece chiedere se oggi come donne, che hanno consuetudine con i rapporti orizzontali, possiamo ricostruire quel rapporto solidale, non contro il sindacato ma in un’altra ottica.»
Luisa porta l’esperienza sua e di altre manager con cui è in relazione politica. Un negoziato individuale (per forza, trattandosi di manager) può far partire un processo che si può estendere. Purché sia chiaro che cosa si vuole e si conosca bene il proprio lavoro. Dunque portare proposte e non richieste. Avere chiaro il valore del proprio lavoro: questa consapevolezza ci dice cosa è negoziabile e cosa no. Mette in una posizione di forza.
Altro punto: l’organizzazione del lavoro non è funzionale e razionale, ma è una struttura di potere che esprime la concezione del lavoro che hanno i vertici, oggi maschili. Importante dunque stringere alleanze con donne che possono influire sulle politiche aziendali. Ma attenzione a non metterla sul piano di una debolezza comune: “chiedo la tua comprensione perché abbiamo gli stessi problemi”. Invece: pongo il valore della mia professionalità e riconosco in te la capacità di trovare la soluzione e imporla all’azienda. Darsi valore e forza reciproca che si trasforma in un cambiamento permanente in azienda. Focus di queste politiche: mettere nelle politiche aziendali la maternità, per le donne e come valore sociale per l’azienda + il valore del lavoro delle donne.
Non esiste una sola via per attuare cambiamenti radicali, ribadisce Maria Grazia, che apprezza l’impostazione di Luisa. Bisogna tentare molte strade valutando caso per caso. Rispetto all’ipotesi di Sandra di essere sindacato, ha visto nella sua esperienza molte situazioni in cui è stata fatta con capacità e successo: sindacaliste che attraverso le loro relazioni con le donne riuscivano ad articolare le diverse esigenze in una proposta. Ma le donne hanno perso nel conflitto con la dirigenza sindacale maschile. Oggi le donne devono trovare strumenti di autorappresentanza che possono cambiare anche a livello simbolico la rappresentazione che hanno di se stesse. L’altra cosa è un reddito di base che consenta un minimo di vita dignitosa per non essere merce svilita.
Lia riporta l’attenzione al nostro essere riunite nell’Agorà: «Trovo curioso che non si sia pensato all’Agorà come strumento di negoziazione: è stata concepita proprio come luogo in cui si può condensare l’esperienza e il sapere delle donne sul lavoro. In cui, stabilendo delle relazioni, si può dare forza a desideri e necessità per sovvertire l’organizzazione del lavoro che sembra fatta apposta perché le donne rinuncino a pezzi della loro esperienza.» L’Agorà può essere un luogo che supporta, che dà forza e consapevolezza, purché si attraggano esperienze che vanno aldilà del perimetro del femminismo. Senza contrapporre individuale a collettivo: il 30 febbraio abbiamo visto che le donne contrattano. La forza delle donne è nata. E poi se una come Sandra diventa sindacato, siamo contentissime, ce ne fossero tante come Sandra.
Paola: non sottovalutiamo la forza delle idee. Il nostro obiettivo è ricomporre il lavoro e la vita: un sovvertimento di valori pari a quello che ha portato Occupy Wall Street sulle prime pagine dei giornali. È questo sovvertimento pubblico che dà forza anche alle piccole contrattazioni. Altrimenti  rimangono nella nicchia del cambio di cultura aziendale.
Lia, richiesta, precisa il suo pensiero. Per negoziare bisogna avere delle “figure dello scambio”: gli uomini nel corso dei secoli si sono dati figure anche a livello simbolico che permettono sia al singolo sia a gruppi, di sostenere le interlocuzioni. Le donne hanno carenza di figure dello scambio loro, e per questo sono in difficoltà. Anche quelle che con le migliori intenzioni vanno nei partiti e nei sindacati, non ce la fanno perché le figure simboliche universali che hanno a disposizione non sono le loro, non corrispondono alla loro sessualità, al loro desiderio. L’Agorà non è solo luogo di produzione di idee, ma anche di queste figure dello scambio che consentano alle donne di negoziare. Alcuni di questi paradigmi ci sono già: la “differenza” è una figura dello scambio, per alcune è stata importante la “genealogia”, come sottolineava Lidia, ricordando lotte significative che sono andate oltre e contro le rivendicazioni maschili. Questo luogo ha questa valenza simbolica. E infatti qui sono venute con facilità donne con differenti esperienze politiche. Certo bisogna attivarsi perché l’Agorà attragga esperienze che noi non conosciamo.
Marina sente la radicalità della situazione in cui ci troviamo oggi. Sovvertire la direzione dello sguardo: partire dalle donne e guardare il mondo del lavoro, non dal mondo del lavoro guardare le donne. Altrimenti sono solo piccole concessioni. Non è qualche tubatura da sistemare è tutto l’impianto da rifare. Dobbiamo mettere insieme la forza delle donne in una situazione che la nega.
Laura riconosce che le parole di Lia le hanno fatto capire dell’Agorà quello che non aveva ancora capito in tutti questi mesi. Ma bisogna che le donne vengano qui a portare le loro storie.
Le cose positive che accadono nascono da relazioni tra donne: è questa anche l’esperienza di Giovanna che con altre, al Corriere, ha creato il blog della 27esima ora. E racconta del progetto comune di un docuweb all’Aquila. Anche G.I.U.L.I.A, una nuova associazione di giornaliste, parte dal basso, da relazioni orizzontali. Lavori lunghi ma che ci danno visibilità e forza. «Invece il sindacato, che pure è forte, l’ho sempre sentito come altro da me.»
Intervenendo a partire dalla sua esperienza in Acta, Anna dice: se l’Agorà vuole essere un luogo di riferimento per contrattare/negoziare, si può partire da quelle/quelli che non partecipano alle contrattazioni. Chi inizia a lavorare oggi, è fuori dal lavoro dipendente, e dunque per loro la contrattazione è un’altra cosa, è parte del lavoro stesso, fondante. E il tempo dedicato a contrattare aumenta sempre. Ogni volta si ricontratta tutto. In un contesto di diritti che non esistono quasi, e qui la contrattazione diventa collettiva: Acta si occupa di ridefinire questi diritti. Per la malattia, sta tentando anche di fare ripartire lo strumento del Mutuo soccorso che era agli albori. Se vogliamo partire dall’Agora nel negoziare dobbiamo ripartire da alcuni diritti che dovrebbero diventare universali oppure quelli su cui si può contrattare a livello locale.
Clelia, autonoma e imprenditrice, concorda che la negoziazione sia parte del lavoro stesso. Ma denuncia che oggi questo avvenga in un contesto di ricatto crescente che soffoca. Come Silvia, imprenditrice di se stessa: con queste modalità ricattatorie il negoziato non ha più niente di produttivo.
Riprende brevemente la parola Sandra per invitare a non contrapporre lavoro subordinato e autonomo/atipico. Il lavoro subordinato sta diventando sempre meno tutelato (non ci sono più diritti insindacabili). Il capitalismo che gioca i rapporti di forza con gli uni e gli altri è lo stesso ed è altrettanto feroce. Vanno trovati i nessi, le basi di diritto comune.
In chiusura, pensando alla prossima Agorà, mentre Antonella esorta a trovare un discorso comune semplice generale, Anna Maria suggerisce di cercare pratiche negoziali emblematiche unificanti. E Maria, osservando che l’Agorà funziona se indichiamo temi e destinatari specifici, propone: con Anna lavoro atipico e autonomo e quali diritti di cittadinanza; con Sandra un incontro sul sindacato con sindacaliste illuminate come lei, e con Luisa un incontro con donne manager. «La volta scorsa le madri/lavoratrici hanno portato la forza individuale ma dobbiamo trovare la forza per contrattare insieme.»
In appendice, Marina invita tutte all’appuntamento di venerdì 9 marzo (17.00/19.30, Chiamamilano): il gruppo Maternità&Paternità presenta e discute i risultati della grande indagine online “Madre-nonMadre?”
(a cura di Giordana Masotto)
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