Per me la direzione è giusta: parliamo di libertà femminile…

Durante l’ultima agorà ho sentito che accadevano scambi reali, altre volte avevo ascoltato con emozione esperienze diverse ma questa volte c’era qualcosa di più “politico”, che mi suggeriva prospettive nuove. Spero dunque che il dibattito continui in questa direzione, scavando nei temi portati alla luce attraverso la contrapposizione/contaminazione tra i mondi del lavoro autonomo/dipendente (posso benissimo tenere insieme differenze e nessi senza farmi intimorire dalle parole!) e cercando di superare le incomprensioni che rendono difficile un’elaborazione condivisa, pur nel rispetto della pluralità delle voci.

Capisco bene, per esempio, la perplessità espressa da Luisa Pogliana: come si fa a parlare di lavoro dipendente mettendo insieme le metalmeccaniche e le manager? Ma credo che questa dicotomia, questa ovvia lontananza si possa superare se teniamo fermi i nostri “punti di vista”, aggiungendo la grande spinta della “libertà femminile”. Noi abbiamo l’ultima volta espresso parole-chiave, punti problematici (tempo/organizzazione del lavoro, reddito, tutele, gerarchie, contrattazione…), attorno ai quali si è andato precisando soprattutto il senso del disagio, dell’inadeguatezza, della mancanza. Ma durante l’incontro è emerso fortemente anche il tema (che attraversa tutti questi punti) della “libertà femminile”. E da qui ripartirei, coniugando questo desiderio con le differenti modalità del lavoro dipendente/autonomo. Desiderio di libertà (spesso poi negato o contraddetto dall’evidente subordinazione al mercato così com’è), alla radice della “preziosità” del lavoro autonomo messa in luce da Silvia Motta, libertà come possibilità (moderata) di auto organizzarsi, come minore subordinazione a capi incombenti, infine come maggiore passione che si può riversare in un lavoro scelto, dove i risultati contano di più della quantità di tempo necessaria per realizzarli. E qui faccio un piccolo inciso, non comprendo le perplessità rispetto all’assunzione da parte di alcune aziende di quest’ultima modalità… Forse è vista come l’anticamera alla cosiddetta esternalizzazione (che parolaccia!)?

E la voglia di “libertà” espressa dalle donne (finalmente) manager, forse va meglio indagata… Magari è soprattutto desiderio di emancipazione, forse era lo stesso desiderio (essere brava come gli uomini, muovermi con agio in un mondo “maschile”) alla radice della mia scelta di fare la giornalista. Insieme alla voglia di socializzare, di lavorare con altri da contrapporre alla solitudine relativa del lavoro autonomo. Salvo poi scoprire l’altra faccia di questo “vantaggio” in una gerarchia dove i “gradi” (si dice proprio così) compensano l’assenza di qualità di capi spesso prevaricatori o più sottilmente “capi chioccia” che devono avere i pulcini sempre sotto controllo altrimenti “vanno in ansia”. E qui torna il problema di tutto il tempo passato in ufficio…

Giovanna Pezzuoli

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