Report Agorà 9 – marzo 2012

Il tema – Differenze, punti di contatto, possibili contaminazioni tra lavoro autonomo (professionale) lavoro dipendente e lavoro intermittente – viene introdotto da Anna che, partendo dall’esperienza di Acta (Associazione Consulenti Terziario Avanzato), focalizza i problemi di un lavoro “invisibile” e privo di tutele: «Il lavoro autonomo (lav. aut.) è una parte del mondo del lavoro, ma il lavoratore non è riconosciuto come tale. Siamo fuori dal diritto del lavoro e perciò mancano diritti di base, come tempi di pagamento certi e il diritto a diventare creditori “privilegiati” in caso di fallimento del committente. Il rapporto con il welfare è molto critico: paghiamo, tra contributi e imposte, quanto un dipendente (incredibile, ma il reddito netto è più basso del reddito di un dipendente!), ma le tutele non sono paragonabili: malattia irrisoria, no disoccupazione, no infortunio, maternità con minori diritti. Cosa vorremmo? Alcuni vorrebbero pagare meno e gestire in autonomia il proprio welfare, altri accettano di pagare come ora ma in cambio di vere tutele. Ciò che è insostenibile è pagare tanto per avere molto poco, anche perché così non possiamo creare un sistema di assicurazioni/tutele private. Questa situazione assurda si è creata perché non siamo visibili e non siamo rappresentati. Chi dice di rappresentarci (sindacati o associazioni di imprese) ci riconduce allo schema lavoro dipendente/impresa. Vorremmo invece che fosse riconosciuta la nostra specificità di lavoratori autonomi e pensare a riforme che possano costruire nuovi meccanismi di tutela (anche volontaristici).»
Silvia (partita Iva dal 1986) racconta gli aspetti preziosi della sua scelta: auto-organizzazione/tempo; lavoro per risultati; sottrarsi all’organizzazione piramidale-gerarchica aziendale; mettere in gioco le proprie passioni. In pratica però: bisogna scendere a patti con il committente/azienda e allora i tempi diventano una tortura; bastano pochi mesi di assenza (maternità) per ritrovarsi fuori dal mercato; il prezzo del tuo lavoro lo decide il cliente e se non sei un nome ti ritrovi sottopagato. Insomma, c’è un nuovo mercato ma i parametri con cui lo si studia, sono ancorati al paradigma generale, quello del lavoro dipendente. E conclude: «L’invisibilità del lav. aut., l’aleatorietà del pagamento, la difficoltà di dare un valore misurabile secondo i parametri consolidati, mi hanno fatto pensare al lavoro di cura.»
Invece Lilli ha sempre lavorato come dipendente, e nel lav. aut., quando ci si è trovata, era a disagio: ha bisogno di momenti ben distinti. E non vede perché si voglia mettere le cose in contrapposizione. Ma non c’è contrapposizione, ribatte Anna P., che sottolinea come, del lavorare in autonomia, le piaccia proprio la sovrapposizione tra lavoro e cura detta da Silvia. È un peccato che la riforma del lavoro non veda tutti gli ibridi interessanti che stanno nascendo tra lav. dipendente e aut.
Per Vita invece – una lunga storia nella scuola – l’aspetto più importante del lavoro è la socializzazione, la continuità di progetto e di relazioni con altre/i. Il lav. dipendente ha voluto dire ritrovarsi tutti giorni nello stesso posto con le stesse persone: è stato bellissimo, erano tempi in cui si faceva tutto insieme. Non sarebbe stato possibile se ognuno avesse lavorato per conto suo.
Anche per Gabriella, di Brescia, lavorare nel pubblico è stata una scelta, e non per una questione di tutele. Il problema è un altro: un welfare di tipo lavoristico che penalizza pubblico, privato e lav. aut. «Mi sento doppiamente sfruttata ed è difficile oggi trovare soluzioni per tenere insieme le parti della tua vita.»
Due sono i problemi sollevati, senza contrapposizioni, da Anna e Silvia, puntualizza Lia. 1, le misure sono sempre riferite al lav. dipendente che rimane modello unico di riferimento. Ma allora non conta il desiderio, la scelta? 2, il lav. aut. professionale è invisibile, non ha nome. Si parla di false partite Iva, dei professionisti degli ordini o dei commercianti, ma quel lavoro non ha nome. Ci vuole un’invenzione linguistica!
Le zone di contaminazione accennate da Silvia sono quelle che interessano Maria Grazia. È perplessa sugli esperimenti di telelavoro per l’effetto di invasività nella vita: lavorare portando il figlio al campo giochi?! Al contrario ha visto all’opera l’importanza delle relazioni: anche tra chi lavora in situazioni coatte (catena di montaggio) si crea uno spazio di autoorganizzazione, di libertà personali, anche come capacità di contrattare in famiglia. Oggi poi bisogna stare attente a non farsi sommergere: lavoriamo per darci obiettivi comuni contro le prepotenze. Quindi diritti e reddito di cittadinanza. Capacità di negoziare: il sindacato, oggi come ieri, manifesta incapacità a rappresentare e tutelare adeguatamente le donne. C’è bisogno di imparare ad autorappresentarsi e a contrattare, altrimenti non si va da nessuna parte.
Adriana sottolinea l’importanza di dare una rappresentazione adeguata del lavoro prima di parlare della rappresentanza. E l’Agorà è il luogo adatto per farlo senza contrapposizioni: qui possiamo avere uno sguardo adeguato per il lavoro dell’altra. Lei ha scelto 20 anni fa il lav. aut. perché le permetteva più vicinanza al contenuto del lavoro, alla qualità e all’apprendimento. Non certo per la variabile tempo: che infatti è anche più imperiosa rispetto al dipendente. Ma molto è cambiato, come nel lav. dipendente. Meno apprendimento più funzioni segretariali, invisibili ma rilevantissime. E poi il commerciale: procacciare clienti sicuri e promuoversi anche in concorrenza con le colleghe. Svilente, inquietante.
Luisa M. le suggerisce di mettersi insieme a un’altra e formare una coppia di lavoratrici autonome. Lei lo ha fatto con Clara che ama fare cose che Luisa trova orripilanti, e vanno d’incanto. È proprio quello che è accaduto a Elisabeth: «Io ho fatto squadra con un’altra e per me funziona benissimo. Da 25 anni faccio la libera professione perché amo la libertà, e non sopporto i capi. Da quando lavoro con lei il mio reddito è raddoppiato, lavoriamo bene insieme, perché ognuna fa le cose che ama fare e auguro a tutte le donne di trovare una squadra di due o tre in cui ognuna può mettere il suo talento
Interviene Michela, della Fiom di Brescia: le tutele che ho sono date dalla legislazione (leggi maternità, anni ‘40) dallo statuto dei lavoratori (1970), dal contratto nazionale, dalla contrattazione aziendale: questi sono i quattro pilastri. Quelle tutele sono state il frutto della capacità di coniugare la contrattazione sindacale con l’iniziativa legislativa. Il sindacato nasce industriale, nelle fabbriche. Tutto questo enorme patrimonio nasce da questa storia e fa rabbia sentirsi dire che siamo quelli garantiti. Conosco anche il sindacato del pubblico impiego e so la differenza: la differenza che c’è tra la conquista e lo scambio, anche politico, per essere chiara. La stretta sui tempi: i tempi sono cambiati per tutti, anche in fabbrica, i programmi sono a breve scadenza, Marchionne non lo fa solo per ideologia. Ma lo stanno riproponendo con violenza e i tempi stretti vengono imposti anche per correggere gli errori degli incapaci che programmano male. La prepotenza si manifesta a tutti i livelli, anche con lav aut che ha meno forza contrattuale. Ma il ricatto c’è per tutti. Adesso c’è solitudine totale, la politica non ci ascolta. Il nostro essere garantiti viene usato come una clava per portare via maternità, statuto, ecc. E conclude: difficile chiedere a un sindacato con questa storia di distinguere: chi arriva al sindacato non è lav aut ma finte partite Iva.
Ribatte Anna: «Noi non chiediamo al sindacato di rappresentarci, noi chiediamo al sindacato di non rappresentarci e lasciarci costruire la nostra rappresentanza. Invece negli ultimi anni tutti i sindacati hanno costruito sezioni per il lav. aut. professionale, benché abbiano target di riferimento diversi e prioritari. Non intendono rappresentarci davvero, perché ci assimilano alle imprese o al lav dipendente. Ma partecipano ai tavoli arrogandosi il diritto di rappresentarci. Noi vorremmo continuare a fare i freelance. E non essere “le finte partite Iva”. Ostinazione nel volerci ignorare, soprattutto a sinistra. Perché non rientriamo nella classica contraddizione capitale/lavoro. Ma siamo nel postfordismo!»
Ricorda una dipendente metalmeccanica informatica dal 71: «Il sindacato non ha seguito l’evoluzione del mio lavoro: scioperavo per operai e impiegati, ma mai per il mio lavoro perché era informatico. Molti colleghi hanno dovuto esternalizzarsi senza strumenti negoziali.»
Silvia S., Cgil Brescia, rivendica la forza e la specificità della storia sindacale: «Certo che la scomposizione del lavoro porta a dover affrontare temi che fino a un po’ di anni fa non eravamo costretti ad affrontare (ad es. autisti esternalizzati con bassa professionalità). Si aprono tante contraddizioni che esplodono forte ora che c’è poco lavoro. Di garantito non c’è più nessuno neppure il pubblico, esternalizzato in cooperative. C’è un problema di rappresentanza del lavoro nel suo insieme. C’è una sinistra in arretrato sull’insieme dei problemi. Il sindacato a Brescia c’è da 150 anni e non abbiamo mai preteso di rappresentare il lav. aut. Limiti nostri ma questa è la nostra storia.»
Per Lidia è chiaro che l’unica strada è l’autorganizzazione. Ma le autonome hanno difficoltà oggettive dovute alla dispersione. Il sindacato rappresenta i lavoratori dipendenti che possono organizzarsi perché sono insieme, in relazione tra loro (anche nella scuola: che è diventata un luogo di lotta, non solo clientelare). Domanda alle autonome: ma vi basta l’autoorganizzazione, o volete anche diventare parte di un movimento complessivo? Perché i settori deboli hanno potuto avere dei diritti in quanto inseriti in un insieme più forte. Carmen, di Reggio Emilia, che ha sperimentato lav. aut. e dipendente, pubblico e privato, commenta: il lav. aut. mi portava autosfruttamento e isolamento. Nel pubblico più libertà, più spazio per i miei interessi, pluralità di voci. Ma conclude: è tutto il lavoro che deve riconquistare la centralità.
Pat pensa che nella scelta del lavoro autonomo ci sia un desiderio legato alla libertà femminile. Per lei è stato il desiderio di portare nel lavoro il “partire da sé” del femminismo. È una figura innovativa che ha una difficile collocazione simbolica non solo sindacale. Il sindacato ha altro cui pensare e la sinistra non sente, come non sente tante cose avvenute alle donne.
Ritornando sulle contrapposizioni, Silvia sottolinea che gli stereotipi ci sono e nascono dai fatti. Per esempio il fatto che nel lavoro dipendente le tasse siano trattenute alla fonte, mentre l’autonomo deve fare la dichiarazione dei redditi, determina distorsioni nel come ci si guarda: «Se la segretaria vede la mia fattura per due giorni di lavoro pensa che sia molto alta e mi guarda malissimo. Non sa i miei conti. Non sono cattiverie. Se potessi fare la rivoluzione oggi direi: ognuno vada a versarsi le sue tasse.»
Lia chiede ad Anna a che punto è questa ricerca di autorappresentazione che è qualcosa di più delle rivendicazioni. Altrimenti il lavoro autonomo rimane invisibile. Il nostro manifesto lo descrive, risponde Anna, ma ci manca il nome. Anche per gli operai c’è voluto tempo per nominarsi.eLavoro autonomo di seconda generazione ci rappresenta ma è troppo lungo, non si presta al marketing. Professionisti si pensa agli ordini, free lance
Antonia è stata insegnante, ora in pensione, e racconta il disagio di essere fuori dal mondo in cui ci si incontra, ci si sente produttivi. Ha sempre sentito il lavoro fondamentale per le donne. E il suo pensiero va a tutte quelle che oggi il lavoro non ce l’hanno. Solo dalle donne possono venire dei cambiamenti.
Non possiamo parlare di lavoro dipendente come se fosse un monolite, mettendo insieme manager e catena di montaggio, premette Luisa P. Il mondo del lavoro che conosciamo non ci sarà mai più. Tutto si sta muovendo. E parlando di scelte di libertà: «Ma tu sai che scelta di libertà è stata per tante di noi fare la donna manager, calpestare i confini, liberarti da quegli odiosi compiti domestici che ti prospettavano come inevitabili? Fare cose appassionate e far vedere chi eri. La socialità è un elemento irrinunciabile del lavoro, morirei a fare un telelavoro!» Infine invita a non confondere condizioni oggettive e motivazioni soggettive. Adriana riprende brevemente la parola per rilevare che quando si parla di lavoro autonomo non si può parlare solo di fiscalità, senza parlare dello specifico contenuto professionale: per questo trova riduttiva l’impostazione di Acta che non descrive il piacere o il dispiacere, la professionalità di uno specifico modo di lavorare.
In conclusione, Giordana ritorna sulla libertà femminile, su quel guizzo di libertà che si legge attraverso le contraddizioni. Riprendendo un concetto proposto da Federica Giardini nel recente convegno sul lavoro della IAPh (Roma, 21 marzo, http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=362&Itemid=170) osserva: di tutto quello che si è venuto sgretolando del lavoro novecentesco, anche con tutte le sue conquiste, gli uomini, che sono il cuore del lavoro fordista hanno anche un lutto da elaborare per poter pensare cose nuove. Le donne, che sono entrate nel mondo del lavoro con il postfordismo in modo dirompente, anche a partire dalla ricerca di libertà e di autonomia, non portano quel lutto, non è il loro. Invita dunque a tenere saldo il punto di partenza che ricerca, nel lav. aut. come in quello dipendente, un modo diverso di lavorare. La voglia di vivere in modi che non sono ancora dati, le cui parole stiamo qui cercando. Non siamo in lutto, stiamo cercando cose nuove.
(a cura di Giordana Masotto)
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Una risposta a Report Agorà 9 – marzo 2012

  1. gio ha detto:

    grazie per questo accurato lavoro di offrire – a chi come me non c’era – la possibilità di sapere

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