report Agorà 10 – aprile 2012

Il tema dell’Agorà 10 è La crisi e la ribellione politica. Ci ritroviamo per discutere su come “armarsi della propria soggettività, togliersi dalla solitudine, forzare i confini” come modi per affrontare il presente. E anche su come utilizzare al meglio l’Agorà.

Introduce GIORDANA MASOTTO: il lavoro è tornato al centro della politica e dell’economia (come si vede dalla questione dell’art.18), è tornato ad essere la posta in gioco. Però non riprende i nostri contenuti, che sono: 1) Negoziazione /contrattazione di tempi, modi e senso (l’abbiamo visto, per esempio, nell’incontro con le mamme); 2) Cosa vuol dire auto-rappresentarsi e cosa se ne deduce sul piano della rappresentanza e della contrattazione (l’abbiamo visto col confronto tra lavoro autonomo e dipendente); 3) Che le donne non debbano portare il lutto perché il monumento novecentesco al lavoro è finito; 3) Che sia viva l’esigenza di contaminarsi, impollinare, il desiderio di dare corpo alle parole. Le fa eco MARIA GRAZIA CAMPARI che resta convinta che parte del “lutto” spetti anche a noi ma che vede che il monolite di oggi è la precarietà: 46 tipi di contratto! Come si fa a resistere all’attuale controriforma? Con il pareggio di bilancio che è reso un dogma costituzionale… Prima della ribellione occorre la conoscenza, ma come si può trovare la forza di un impatto? Di fronte a questa carenza, a partire dal recinto delle sue competenze, vede la necessità di contestualizzare Agorà dentro la città di Milano: dal bilancio di genere alla revisione della spesa per ottenere il basic income, collegandoci ai tavoli del Comune, questa è la base per trovare forza collettiva. E PINUCCIA BARBIERI porta le storie di tre giovani che ha interpellato: propongono di boicottare il sistema con scelte e stili di vita anti-consumistici e anti-denaro ma non vogliono impegnarsi nella politica, sono troppo concentrati nel lavoro. Per il futuro dell’Agorà, propone di lavorare in piccoli gruppi, dove sia più facile approfondire le relazioni.

Dopo i questi primi interventi introduttivi, SANDRA BONFIGLIOLI risponde a Maria Grazia. Il passo giusto per rapportarci alla Fornero? Passare all’azione è complicato. Ma un’indicazione per agire l’abbiamo: far breccia per sfondare sulla separazione vita-lavoro. La posta in gioco è il tempo. Non tanto basic income ma ricomposizione dei tempi vita/lavoro dalla parte della vita. E cura per le generazioni. No a piccole mosse, facciamo qualcosa in grande (può interessare anche la Fornero..)! Mentre LEA MELANDRI è d’accordo che non basta rincorrere vecchi diritti, oggi la crisi dei modelli di sviluppo e di civiltà richiede grande inventiva. Si è visto anche dalla trasmissione di Gabanelli: modi diversi di organizzare una banca, di gestire un’impresa sono possibili. Mettere al centro la persona, cambiare l’ordine delle priorità. Occorre essere audaci, le micro-soluzioni vanno bene ma bisogna pensare in grande. Andiamo oltre la conciliazione e il doppio-sì e risolviamo la dicotomia pubblico/privato. Senza pensare che sia una questione solo femminile. ANTONELLA NAPPI condivide l’idea di Campari del reddito minimo garantito e insiste: nell’agorà dobbiamo raccontare il mondo… LIDIA CIRILLO teme che puntare sulla forza delle donne diventi nascondimento della realtà. Non dimentichiamo la denuncia. Non a caso, Marx e Fanon ci parlano della debolezza  ma anche della forza che viene dalla soggettivazione. Anche LUISA POGLIANA dice di sentire molta angoscia: non per me ma per le persone in difficoltà che ho intorno, le nipoti, i giovani… Dove trovo la speranza? Penso che un’altra economia sia possibile e vedo anche le mie amiche donne manager, che cercano di cambiare l’organizzazione dall’interno…

Poi la discussione si sposta di più sull’Agorà e la sua politica. VITA COSENTINO dice che quello che ha apprezzato di più, di Agorà, è che ha visto gruppi diversi di femministe che hanno cominciato a parlarsi. Forse avere “un tema” per ogni incontro non è così necessario, ci basta questa nuova interlocuzione. Pone però il problema degli uomini, che non ci sono. DARIA, che viene per la prima volta, racconta di come con altre amiche ha messo in piedi un Gruppo di lavoratrici dell’Arte: stiamo facendo la nostra ribellione e le parole che sento qui – ribellione, presenza (corpi in uno spazio), pensare insieme, pensare in grande – sono importanti, già essere qui è fare politica. E sente la felicità di vedere tante differenze, perché differenza e conflitto sono dei valori. SILVIA MOTTA è d’accordo con Daria che, quando tutto crolla, l’immaginazione può svolgere un buon lavoro e che l’Agorà debba chiedere la collaborazione di chi fa arte: credo nel pensare in grande per agire anche nel piccolo. Il lavoro è al centro ma è sulla crescita che non siamo d’accordo. Per esempio, i giovani ascoltati da Pinuccia di fatto stanno contrattando il loro modello di sviluppo: vogliono vivere meglio, consumare di meno.. Anche se non hanno tempo e capacità per riflettere su questo. LIA CIGARINI pensa che questa Agorà dovrebbe dire qualcosa sulla sofferenza di chi lavora. Quello che la preoccupa è il rimpicciolirsi della presenza all’Agorà, che non si allarghi a macchia d’olio come speravamo.. Quelle che sono qui sono quelle già consapevoli. E constata che le donne vogliono essere loro stesse, individualmente, la soluzione dei loro problemi: fare carriera, pensare ai figli. BIANCA RADINO racconta che è stata femminista negli anni Settanta ma poi ha voluto rinchiudersi un po’ per concentrarsi su alcune cose. Sente che c’è una distanza abissale tra le mie riflessioni su sessualità e lavoro -  tra donne e uomini c’è un baratro – e quello che si dice qui. Le piacerebbe che ci fossero dei gruppi dove si discute di economia nuova e vorrebbe approfondire i circuiti e le forme dell’economia alternativa. Qualcuna(SCONOSCIUTA)ripropone un problema del funzionamento dell’Agorà che ritorna periodicamente: è difficile discutere a partire da sé quando si è così in tante, dice, mi troverei meglio a lavorare in gruppi più piccoli… (e Lorenza Zanuso dice che è d’accordo, anche per lei è difficile parlare così in tante). Per MARISA GUARNERI, invece, questo luogo va bene ma vorrebbe che da qui si potesse fare una critica a questa Giunta – che non aiuta come dovrebbe le associazioni no-profit (io mi occupo di violenza)- e richiamare le Assessore alla loro differenza. Anche GIOVANNA PEZZUOLI è per un passaggio all’azione. Capire come renderci visibili. Magari proprio usare le competenze delle lavoratrici dell’arte, fare uno spettacolo  che potrebbe avere un format preciso, con un taglio ”divulgativo” ma coinvolgente (ci potremmo divertire anche noi!): penso ai “Monologhi della vagina” della Ensler, tanto per avere un riferimento, ovvero si potrebbero accostare testimonianze drammatizzate insieme a spunti più teorici resi provocatori e comprensibili a tutti. MICHELA SPERA, infine, ricorda – da sindacalista – che la mobilitazione è difficile quando c’è la crisi. Ma forse la ribellione c’è, anche se non qui: noi della Fiom di Brescia abbiamo fatto 105 accordi di solidarietà nelle aziende in crisi, per 16 mila lavoratori…. Una strategia non solo difensiva, ma la contrattazione se non c’è sapienza non vale.

(a cura di Anna M. Ponzellini)

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Una risposta a report Agorà 10 – aprile 2012

  1. Maria Grazia Campari ha detto:

    Mi è difficile comprendere la contrapposizione (esattamente riportata nel post sovrastante) fra la problematica della concreta attuazione di misure universalistiche di basic income, da me sostenuta e il “pensare in grande” proposto in alternativa da Sandra Bonfiglioli e Lea Melandri.
    Soprattuto è arduo comprendere perchè mai il tempo di vita dovrebbe ascriversi nella categoria del pensare in grande e il mezzo economico per liberare molte esistenze femminili dal bisogno invece no. Non è questo un modo per disporre di un tempo per sé?
    Non occorre essere seguaci di Sen e Nussbaum per constatare che siamo persone portatrici di una complessità di attitudini e desideri ma anche di bisogni e che dal soddisfacimento di ognuno di essi dipende la buona vita.
    Se invece ciò che fa problema è la rivendicazione rispetto ai poteri pubblici, quindi la contestualizzazione della piazza verso l’amministrazione milanese, non vedo perchè mai una piazza pensante non possa essere anche agente per conseguire scopi considerati degni che riguardano miglioramenti esistenziali, anche (ripeto) riferibili al tempo. E a molto altro.

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