Non cancelliamo il discorso delle donne sul lavoro

Quando avevo 25/30 anni c’era un’idea che mi frullava per la testa: la pensione bisognava averla da giovani, non da vecchi, così si potevano coltivare in libertà esperienze e conoscenza del mondo negli anni giusti. Sarebbe bastata una modesta pensione, tanto da giovani si può vivere con poco se si è davvero curiosi. L’ipotesi mi sembrava semplice e risolutiva e mi colpiva che nessuno, ai tempi,  ne parlasse. Ancora oggi qualcosa del genere mi parrebbe auspicabile all’interno di una revisione dei piani di studio e di formazione. Così come è difficile non essere d’accordo con salari minimi e con tutti gli strumenti antipovertà. Tutte cose però che hanno poco a che fare con l’uso che viene oggi fatto del discorso del basic income.

L’obiettivo del reddito di cittadinanza apre a mio avviso un rischio politico altissimo. Oggi le donne hanno incominciato a elaborare un pensiero autonomo su che cosa è lavoro, sul suo senso e sulle priorità, hanno messo in discussione non solo la divisione sessuale del lavoro, ma anche i tempi del lavoro per il mercato, che cosa si produce, come, per chi, ecc. Se noi spostiamo l’asse del discorso politico dal lavoro al reddito, di fatto noi cancelliamo questo sapere e la possibilità per le donne di esserci come soggetti politici che vogliono rimettere in discussione il lavoro per tutti in tutte le sue configurazioni.

Con lo spostamento sul reddito, di fatto si crea una svalutazione del lavoro totale come luogo di contrattazione e di conflitto. Dove si sposta il conflitto? In un secondo tempo? Prima prendiamo il reddito poi potremo ripensare il tutto per tutti? “Partire dalle soggettività” vuol dire anche tenere conto dei luoghi e dei rapporti in cui prendono corpo quelle soggettività e si manifestano politicamente: altrimenti c’è cancellazione. Non possiamo dire “mettiamo al centro il lavoro totale”, e poi abbandonare il terreno e spostare il conflitto sul reddito di cittadinanza.

Giordana Masotto

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3 risposte a Non cancelliamo il discorso delle donne sul lavoro

  1. tiziana ha detto:

    Ci sono paesi dove continua ad esistere un welfare che comprende anche forme di reddito di cittadinanza, Scandinavia, Olanda, se non sbaglio Germania, ecc. Non mi pare che in questi paesi le donne siano, più che in Italia, relegate a svolgere esclusivamente lavoro di cura od escluse da forme di contrattazione e conflitto. Penso che l’essere un pochino sollevati dal bisogno renda più semplice l’indipendenza e la voglia di libertà.

  2. andrea franchi ha detto:

    Il reddito d’esistenza – come preferisco chiamarlo – si dovrebbe presentare quale orizzonte conflittuale nell’attuale situazione caratterizzata dall’uso generalizzato a livello mondiale del debito pubblico e privato come principale forma di governance. Lungi dallo svalorizzare il lavoro nella complessa articolazione delle sue forme, mi pare che, al contrario, consentirebbe di fare emergere le forme meno considerate, informali, invisibili, avvicinando il lavoro stesso ad attività creativa di relazioni.
    Andrea Franchi

  3. Interessante a questo proposito leggere quanto dice Lidia Menapace, 86 anni, partigiana della Resistenza in una recentissima intervista rilasciata a Cristina Obber “:….E’ un segno di arretratezza pericoloso della nostra società perché se passa la politica del governo che tutto sommato si preferisce che le donne stiano a casa così si risparmia sui servizi sociali, questo si traduce in un freno alle lotte: una casalinga che ha una famiglia dove lavora soltanto il marito per forza gli dirà di stare attento a non farsi licenziare. Cercherà di mantenere l’ordine così com’é……”

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