Basic income: un’idea pratica(bile)

Penso che il lavoro retribuito (e il suo salario) come mezzo di redistribuzione della ricchezza non funzioni: c’è visibilmente troppa iniquità sia nella distribuzione del lavoro che nella distribuzione del salario. Ritengo quindi che si debba pensare se vi sia un modo diverso di distribuire la ricchezza prodotta (parlo qui di quella “mercantile” o monetizzabile, nel senso che è eccedente rispetto alla ricchezza che, soprattutto ma non solo, noi donne produciamo attraverso lavoro domestico, cura e relazioni, ed eventuale autoproduzione). In questo senso sono d’accordo con l’idea di un reddito minimo garantito ma credo, con Ina Praetorius, che vada visto come un “progetto”. Penso ad una politica di piccoli passi che sperimenti man mano anche i possibili tranelli – soprattutto per le donne – nascosti in certe soluzioni (tra cui quello, sottolineato nel post di Giordana Masotto, di svalorizzare il lavoro proprio ora che le donne ci sono arrivate).
Intanto è evidente che qualcuno dovrà pur produrre i beni e i servizi necessari. Quindi, una volta superato il mercato del lavoro come regolatore, a meno che si pensi che ognuno spontaneamente coopererà ad una economia che ormai è globale, sarà comunque necessario imporre qualche forma di regolazione del lavoro.
E qui c’è un primo problema: lo Stato sarà più equo e meno impositivo del mercato a garantire libertà ed imporre obblighi? Non a caso Lia Cigarini parla del rischio che il reddito di cittadinanza diventi un “reddito di sudditanza”. E la economia non di mercato più nota non ha prodotto grande libertà.
Quindi, per intanto, penso che sia praticabile un processo che si ponga l’obiettivo di svincolare progressivamente dal mercato parti del reddito: spostare ricchezza verso lo Stato (le tasse servono) e ridistribuirla più equamente. Partiamo dal fatto che esistono già redditi non salariali: le pensioni (di vecchiaia e di invalidità), la cassaintegrazione, l’indennità di disoccupazione, etc. Si tratta di redditi che hanno il limite di essere (quasi) tutti legati al lavoro e anche non estesi a tutti i lavoratori.
Alcuni passaggi di questo processo mi sembrano facili, non fosse che perché esistono già in altri Paesi e appaiono abbastanza sostenibili per le finanze pubbliche:
1) Per primi metterei i redditi di sostegno alla cura. Per evitare che si trasformino in sistemi ghettizzanti per donne, va adottato il principio del “caregiver universale” – ovvero “chiunque pratichi la cura” – come propone il Gruppo Maternità&Paternità. Quali redditi? Innanzitutto una ”indennità universale di maternità”, per tutte le madri indipendentemente dal tipo di lavoro e anche dal fatto che lavorino o no: è la cosa più facile da accertare ed esiste quasi in tutti i Paesi.
Poi dei “congedi di cura” pagati in modo decente, per madri e padri ma anche per tutti quelli occupati nella cura degli anziani non autosufficienti: anche questi esistono già in misure diverse in tutti i Paesi (anche se ci sarà sempre qualche padre in congedo che va a caccia di renne…). Infine dei “crediti di cura” per integrare le pensioni di chi ha lavorato discontinuamente per ragioni di cura. Vedo invece più problematico un “reddito per il lavoro domestico” (ex salario per le casalinghe), che in questa fase storica presenta ancora rischi di ghettizzazione e passivizzazione: ma in futuro, chissà, lo vedo come una frontiera da esplorare.
2) Contemporaneamente, penserei ai redditi di sostegno alla mancanza di lavoro. Si potrebbe cominciare a stabilire una “indennità di disoccupazione universale” che copra lavoratori dipendenti di tutte le forme di lavoro, di tutti i settori, di tutte le dimensioni d’impresa. Ma che copra anche, a condizioni che siano sul mercato del lavoro, chi non ha mai lavorato ma è disposto a farlo (giovani e altri/e). L’indennità di disoccupazione esiste dovunque, con varie regole mentre la sua estensione al primo lavoro è meno frequente, perché è più dispendiosa. Va accompagnata da forme di controllo che evitino opportunismi (dei lavoratori ma anche delle imprese che potrebbero pagare in nero).
Come secondo passaggio, ritengo che una forma di “reddito minimo garantito” dovrebbe essere riconosciuta a professionisti, autonomi, microimprenditori quando il loro reddito cade sotto una certa soglia, come propone Acta: qui il problema dei controlli è ancora più complesso perché in Italia finora l’accertamento dei redditi appare problematico (non so se esiste in altri Paesi e come eventualmente abbiano risolto questo problema). Non sono invece d’accordo su formule di “integrazione del salario” per i precari (e con questo penso si potrebbe tagliare via la gran parte delle obiezioni che circolano sul reddito minimo garantito). Il precariato e i bassi salari vanno semplicemente eliminati: il precariato (da noi prevalentemente rappresentato dai collaboratori), stabilendo una più netta distinzione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo professionale; i bassi salari, attraverso l’introduzione del salario minimo garantito di legge (mi meraviglio che in questo paese, nessuno ci abbia ancora pensato, meno che mai i sindacati).
3) Successivamente – dopo la sconfitta dell’evasione e il miglioramento della finanza pubblica? – si potrebbe pensare ad altre forme di aiuto al reddito. Innanzitutto, vere borse di studio per i giovani che studiano e non hanno mezzi, come in molti Paesi. Oppure congedi pagati anche lunghi per formazione (prendere da adulti il diploma o la laurea che non si sono potuti prendere da giovani), per cambiare lavoro, per riprogettare la propria vita, per riposarsi (visto che si lavorerà più a lungo).
Come si vede, il percorso segna un passaggio verso un reddito sempre meno identificabile col solo salario, che rispecchi il disegno di una esistenza in cui il lavoro non dovrebbe più essere, almeno per me, l’unico centro e l’unico motore dello sviluppo umano.
Tutte queste formule non sono “reddito incondizionato di esistenza” ma in compenso non sono solo legate alla condizione di “lavoratore”, riconoscono valore alla cura, sono facilmente praticabili (e abbastanza sostenibili) anche all’interno dell’economia di mercato che conosciamo. E hanno pure l’effetto di cambiarla un po’, spostando l’asse della distribuzione della ricchezza dal mercato allo Stato, quindi sperabilmente in una direzione di maggiore equità. Poi si vedrà.
Anna Maria Ponzellini
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Una risposta a Basic income: un’idea pratica(bile)

  1. andrea franchi ha detto:

    Un obbiettivo non certo a portata di mano come il reddito di cittadinanza ha innanzitutto lo scopo di aprire un orizzonte immaginario, di iniziare a percorrere un cammino verso un immaginario alternativo, che rompa la cappa asfissiante del dominio culturale dell’economia del capitale; di unificare tutta una serie di obbiettivi collaterali e portare verso un cambiamento del concetto stesso di lavoro.
    Si potrebbe anche chiamare salario sociale, se si ritiene che l’intera capacità sociale di relazione sia messa al lavoro nella fase attuale del capitalismo, almeno tendenzialmente.
    Presuppone la formazione di un largo movimento di conflitto sociale che abbia come controparte lo Stato e i detentori effettivi di potere, che spesso oltrepassano lo Stato nazionale. Implica quindi una dimensione almeno europea – una unione europea dal basso.
    Ciò andrebbe collegato anche con la questione ambientale, ovvero nella direzione di un rapporto con l’ambiente non in termini di riserva di materie prime e fonte di profitto (edilizia, turismo, eccetera), tenendo conto anche delle forme di vita non umane. Cosa che a sua volta implica una trasformazione profonda del concetto di lavoro sotto l’egida della cura per la vita e le sue fonti.
    andrea franchi

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