Un obiettivo adeguato per i tempi di crisi

Il reddito d’esistenza mi sembra l’obbiettivo adeguato in una fase dominata dal capitale finanziario e, conseguentemente, dal debito pubblico e privato.

Il capitale finanziario è capitale sociale, rappresenta cioè gli interessi generali del potere economico, sottraendoli alla competizione evidente nel capitale industriale (attualmente, tra l’altro, è impossibile distinguere la rendita dal profitto, la produzione è infatti solo una parte del sistema di valorizzazione del capitale). Agisce per mezzo del debito, che è una sorta di salario sociale al contrario in quanto sottrae ricchezza alla gente sia attraverso il debito pubblico, che significa minori servizi sociali, sia attraverso i debiti privati (è noto che nella vicenda iniziale della crisi negli U.S.A. fu determinante l’indebitamento delle famiglie con i fondi d’investimento).

Il reddito di esistenza va incontro all’esigenza di rendere visibile il lavoro riproduttivo, il lavoro informale, il lavoro invisibile, tutta quella massa di lavori necessari per la sopravvivenza e la vita delle società e che sfuggono alle larghe maglie del riconoscimento giuridico dei diritti del lavoro. Il reddito d’esistenza mostra che una società non vive solo del lavoro ufficialmente riconosciuto, culturalmente riconosciuto, ma di una massa di attività informali e sfuggenti che sono tuttavia essenziali e che, nei momenti di crisi, sono quelle che reggono e tengono in piedi il legame sociale.

Il debito pubblico e privato agisce oltre le divisioni fra occupati, disoccupati, precari, pensionati – impone socializzazione, perché fa emergere interessi comuni a tutti questi settori altrimenti divisi -, nel passaggio, che sta avvenendo, da uno Stato di diritto e Stato sociale – dietro cui stava il conflitto sociale che acquisiva diritti (si veda l’esempio italiano degli anni Sessanta e Settanta) – a uno Stato del debito in cui il cittadino non è più titolare di diritti ma di debiti che fanno premio sui diritti. Il debito porta a esaurimento la logica della rappresentanza.

 “La privatizzazione dei meccanismi di assicurazione sociale, l’individualizzazione della politica sociale e la volontà di fare della produzione sociale una funzione d’impresa sono i fondamenti dell’economia del debito” (M. Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato, Roma 2012, p. 46)

La potenza del debito pubblico e privato (il quale è garantito dal debito pubblico, che, a sua volta, è oggetto di speculazione da parte di privati!) fa dell’esistenza un‘esistenza in debito, cioè colpevole. Il debito colpevolizza l’esistenza del singolo e di un intero paese – si veda la Grecia -, rendendo il cittadino responsabile nei confronti del capitale finanziario, il quale si mostra come un’entità inafferrabile e misteriosa.

Il debito in quanto capitale è una forma potente di controllo e dominio del tempo, non solo e non tanto del tempo di lavoro, ma del tempo d’esistenza, del tempo come possibilità di scelta, di decisione, del tempo come desiderio singolare e collettivo.

Di fronte a tutto questo, il salario d’esistenza, che può nascere soltanto dall’azione sociale collettiva di uomini e di donne (sulle quali ricade tuttora la maggior parte del lavoro di cura e di riproduzione), può essere una forma di resistenza e di acquisizione di maggiori e più creative possibilità d’esistenza.

In tempi di crisi può sembrare insensato lanciare una proposta del genere, ma è proprio in tempi in cui è reso evidente al massimo l’impossibilità strutturale e non contingente dell’economia capitalistica di soddisfare bisogni ed esigenze di vita, che si possono mettere in atto richieste che vanno in direzioni alternative, con tutte le gradualità e le articolazioni che si riveleranno e riterranno opportune.

Andrea Franchi

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Una risposta a Un obiettivo adeguato per i tempi di crisi

  1. andrea franchi ha detto:

    Aggiungo che, in questo caso più che mai, contenuto e forma, cioè l’obbiettivo e il modo in cui viene proposto e praticato, si fondono. Un obiettivo come il reddito d’esistenza, che è piuttosto un orizzonte di pratica sociale e di conflitto,non può che partire dal basso, come pratica sociale, come costruzione di socialità.

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