Che cosa mi aspetto da Paestum

A inizio 2006, la mia voglia di “rendere il mondo un po’ più giusto” attraverso la politica e la mia passione per i temi del lavoro mi hanno fatto incontrare le donne del Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne di Milano con cui ho condiviso momenti intensi e felici che hanno portato al Doppio Sì, al ManifestoImmagina che il lavoro e, allargandosi in un gruppo più ampio, all’Agorà del Lavoro.

Da qualche tempo, però, mi sembra che la consapevolezza guadagnata in me e in noi partecipanti del Gruppo Lavoro e dell’Agorà non sia sufficiente per il cambiamento. Per questo, nell’ultimo periodo, ho affiancato la partecipazione all’Agorà del Lavoro con quella ad altri gruppi che dichiaratamente si propongono degli “obiettivi concreti” di riforma legislativa (innanzitutto il gruppo Maternità&Paternità e poi anche un Tavolo sul lavoro nato in seno alla Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano),

Questa è attualmente la mia, un po’ faticosa, strategia per evitare il duplice rischio, ben sintetizzato nella lettera delle promotrici dell’incontro di Paestum: “come evitare che in alcune la consapevolezza basti a sé stessa e si arrenda di fronte all’esigenza di imporre segni di cambiamento e alla fatica del conflitto? E in altre la spinta a contare le allontani dalle pratiche di relazione?”.

In realtà, però, il mio desiderio sarebbe quello di mettere fine a questa scissione riconoscendo un solo contesto collettivo come quello più efficace per portare avanti dei cambiamenti per me necessari.

Mi chiedo come riuscirci. Un primo aspetto, per me interessante, sarebbe quello di conoscere meglio, attraverso il racconto nel blog http://paestum2012.wordpress.com/ e dal vivo a Paestum, l’esperienza delle donne che si sono già cimentate in questo tentativo di “collegamento” tra politica delle donne e politica istituzionale: tra le altre è l’esperienza, se ho capito bene, di alcune donne di Siena (Albalisa, Carla, Costanza, Gianna e Rossella) che hanno raccontato in questo blog la sofferta decisione di mettere fine alla partecipazione a Snoq perché lì è mancato un processo di “democrazia partecipata”.

Il loro racconto, che mi piacerebbe approfondissero, mi ha confermato l’impressione che dall’esterno avevo avuto di Snoq: qualcosa di molto utile nell’intercettare una rabbia diffusa che ha dato luogo alla manifestazione del 13 febbraio ma non all’altezza di costruire una efficace interlocuzione con la politica istituzionale anche perché mi sfuggiva (e mi sfugge) in base a quali criteri Snoq si consideri il “rappresentante” delle donne del nostro paese.

Anche a partire dall’analisi di questi tentativi – a mio vedere – falliti, mi piacerebbe cercare – nel blog e nell’incontro di Paestum – dei modi per fare sì che la politica praticata dai movimenti delle donne provochi dei cambiamenti importanti nel lavoro e nell’economia. Per fare questo occorre costruire dei ponti nuovi e significativi con la politica della rappresentanza. Come altrimenti modificare l’esistente senza nuove (o rinnovate) rappresentanze nei luoghi di lavoro? E quale vantaggio avremmo dal mero “50/50” se quel 50% non avesse nessuna (o poca) consapevolezza di tutto il sapere e l’esperienza che ci deriva dalla politica prima ?

Maria Benvenuti

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