I passi avanti dell’ultima Agorà

di Giordana Masotto

Nell’ultima Agorà del lavoro sono emersi alcuni nodi importanti sul tema precarietà e dintorni, si sono fatti, secondo me, passi avanti significativi. Con queste note faccio circolare una mia sintesi/focalizzazione che spero venga integrata da altri contributi, anche in vista di un prossimo incontro che – a mio parere – dovrebbe continuare questa imprescindibile riflessione.

L’esperienza soggettiva è varia e non può essere giudicata.

I vissuti raccontati dalle dirette interessate danno conto di diversità preziose e non omologabili le une alle altre. Gli stessi dati oggettivi (ad esempio lo stesso modesto reddito mensile) vengono giudicati nelle diverse esperienze determinanti o al contrario secondari. A volte anche dalla stessa persona in momenti diversi. E questi diversi giudizi riguardano sia il piano materiale sia il valore simbolico.

C’è chi sente soprattutto il peso del ricatto: la impossibilità di darsi una progettualità, la mancanza di rispetto per sé e per la qualità del proprio lavoro. Asservimento. Economicamente si sopravvive, ma si rimanda maternità e casa. Negativa anche la mancanza di tempo (non ci sono orari!) e la non partecipazione attiva a momenti politici che sembra essere connessa proprio al clima di incertezza. Angoscia da scarso radicamento, ansia da vite liquide.

C’è chi invece rivendica il senso del proprio percorso, comunica il piacere di far vivere le proprie priorità nel panorama lavorativo che incontra: libertà, antagonismo, autonomia, autoorganizzazione, rifiuto del modello postofisso+famiglia, variabilità (precarietà?) dei desideri, ricercare, sentirsi in formazione continua, rivendicazione di instabilità. E ancora: trovare soluzioni creative e mutualistiche ai problemi; assumersi i rischi dei propri desideri forti (per esempio i figli si possono fare anche da poveri). Oppure ancora c’è chi, meno giovane, non si sente definita dalla precarietà attuale, ma si definisce professionista in un mercato in crisi.

Queste diverse percezioni soggettive convivono, non c’è da metterle in discussione. Non possiamo dare patenti morali o politiche. Non dobbiamo farci la predica (Tu non fare la vittima! E tu, vedrai tra qualche anno!). E neppure contrapporre soggettivo a oggettivo: fare politica dovrebbe essere mettere in relazione le diverse soggettività per farle crescere; perché attraverso queste relazioni politiche individuino i conflitti possibili e necessari nei diversi contesti e nelle diverse fasi della vita.

Scommettere sulla precarietà non ha pagato.

Questo giudizio politico sembra condiviso anche da chi in questi anni ha creduto in questa parola/condizione come catalizzatrice di lotte. La parola “precariato” che all’inizio aveva perfino una valenza ironica, è diventata puramente identitaria (dà senso di appartenenza). Poteva servire per darsi una rappresentanza o per rivendicare diritti, ma ormai possiamo verificare nella pratica che non ha creato relazioni politiche. Ci si connette, ma non si creano relazioni. La precarietà come parola, come stato e come concetto, si è rivelata non eversiva (non rompe lo stato di ricatto ecc). Non ha creato rapporti politici fertili. Non dà forza. Non genera aggregazione. Blocca desideri e racconti. Una parola stretta e al ribasso.

La crisi (2008) ha consolidato/evidenziato la più generale messa in scacco del lavoro.

Lo scenario è cambiato. Oggi appare evidente la portata generale dell’attacco al lavoro, anche a quello cosiddetto stabile: il degrado dei diritti, la messa in discussione della rappresentanza e della contrattazione, la trasformazione degli stessi contratti, che non garantiscono nemmeno più le condizioni di lavoro.

Il posto del lavoro.

Per affrontare questo scenario, mi pare siano emerse due tendenze. Da una parte a separare il lavoro, in una mossa che io interpreto come un abbandonarlo al suo destino, spostando la propria attenzione politica al reddito sganciato dal lavoro, alla creazione sganciata dalla produzione. Dall’altra, ed è anche il mio pensiero, a non separare il lavoro, ma a connetterlo di più e in modo meno labile all’insieme della propria vita. La pratica del partire da sé infatti mi dice che più tengo connessi i vari livelli, più sono fedele a me stessa, più ho la forza di lottare per modificare la realtà. Primum vivere anche in tempo di crisi. Non separare tempo, denaro, senso. Riappropriarsi del lavoro e decostruirlo. Immaginarlo come un tempo che contiene le mille cose che chiamiamo lavoro, anche se non danno reddito, un tempo/lavoro/relazioni fluido e connesso in un’idea di libertà personale che ognuna/o possa perseguire. Senza mitizzarlo però (anche questo è emerso) come se fosse un insieme armonico del tutto irrealistico e fuori dal contesto della crisi e del neoliberismo. Imparando piuttosto a capire quali sono le battaglie. Lavorare sulla parola lavoro, senza abbandonarla.

Il problema è: costruire relazioni politiche

Ci sono poco e se ne sente la mancanza. Deludono le “connessioni”: quelle che nascono, come nei social network, a partire da una parola che mi definisce. Ma sono rapporti deboli e labili e non funzionano come aggregazione politica. Tanto meno quando si ammantano di grandi aspettative (la “bolla speculativa” delle start up) senza davvero saper costruire insieme. Chi poi aveva un gruppo che si è disperso ne sente la mancanza e in questo vuoto si ritrova troppo fragile.

Come costruire relazioni politiche forti: è questo il tema importante e urgente. Più importante (e di più immediata soddisfazione) del delineare obiettivi e conflitti, pratiche, regole, autoorganizzazioni, trasformazioni. Tutte cose che in ogni caso possono nascere solo da quelle relazioni politiche.

Non facciamoci neutralizzare dal lavoro.

Mi ha colpito, nell’ultima agorà, il silenzio su tutto quello che le donne portano nel lavoro (sessualità, tutto il lavoro necessario per vivere). Come se focalizzarsi sulla precarietà, o più in generale sulle modifiche intervenute nel mercato del lavoro, lasciasse in ombra altri elementi soggettivi o addirittura li mettesse a tacere (“la nostra sessualità non è per niente portata al lavoro, semmai annientata da questo” dicono le Diversamente occupate). C’è sì l’accenno al tema della maternità, ma credo che queste connessioni siano ancora da portare alla luce, da esplorare. Ed è un punto fondamentale: se non si riparte da che cosa vuol dire oggi la consapevolezza di essere donne il discorso rimane monco e privo di forza politica: il lavoro, anche nella sua debolezza, può funzionare come neutralizzante.

 

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