C’è molta vita nel cooperare

Il tema della prossima Agorà – condividere dei codici di comportamento per superare l’isolamento e per portare la vita nel lavoro – mi interessa molto. È una strada nuova ed è una possibile pratica collettiva. Mi ritrovo pienamente anche nel considerare importante partire da una riflessione sul significato e sulla pratica della cooperazione. E sul buono che ne può venire.

Nella mia esperienza – faccio la studiosa e la consulente – le pratiche di cooperazione le ho scoperte tardi e me ne dispiaccio. Prima mi sono concentrata sulla competizione (attitudine più giovanile? Più maschile?). Sul superare – anche se sempre e solo in “bravura” – l’altro o l’altra. Ma una parte di me detesta il conflitto e così non ne ho tratto grande divertimento, anzi più di una frustrazione, direi.

Poi ho scoperto che, con gli altri e le altre, si può cooperare. Sul serio, non solo a parole. Tra me e me lo chiamo “essere partners”, mi piace l’idea che implica questa espressione di “essere in società alla pari”, diventare soci (naturalmente su di una iniziativa, un progetto, un periodo di lavoro, per come sono fatta io, sicuramente non per sempre!). Farsi venire in mente insieme una buona idea, mettere insieme capacità differenti e attitudini differenti per raggiungere un obiettivo non scontato, contribuire con le proprie diverse esperienze a realizzare al meglio qualcosa. Ho cominciato a guardarmi intorno e ho scoperto che molte persone con cui lavoro – non solo colleghi, capi e collaboratori ma anche committenti, clienti, conoscenti – se cooperiamo, possono aiutarmi a lavorare meglio, sia nel senso di ottenere risultati migliori sia (impagabile) di stare meglio nel lavoro.

Tra me e il cooperare, è stato necessario un gesto. Anche perché dovevo convincere l’altra/l’altro. All’inizio pensavo fosse il deporre le armi, mettere uno stop alla competizione. Il post di Lorenza Zanuso quando mette in dubbio che competizione e cooperazione si escludano a vicenda, quando si chiede, giustamente, “è possibile cooperare anche se si ha voglia di vincere?”, mi ha fatto riflettere. Non saprei risponderle, ma adesso mi è chiaro che ciò che ci vuole – o almeno ciò che è stato necessario per me – per dare il via al cooperare, è un’altra cosa, è il riconoscimento dell’altro/altra. Vedere il suo valore e riconoscerglielo. Per quello che è, poco o tanto che sia, ma in quel momento importante per me e il mio lavoro (e non occorre abbassarsi o alzarsi, in base a qualche presunta necessità di sentirsi uguali). Dare valore alla differenza dell’altro. In questo senso, il riconoscimento mi sembra un po’ il contrario dell’invidia piuttosto che della competizione (su questo vi consiglio di leggere Silvia Neonato su DeA a proposito della vecchia questione dell’invidia tra donne http://www.donnealtri.it/2013/01/politica-lingue-e-invidia-tra-donne/).

Bene. Io non sono sicura di voler smettere di combattere per emulare, so che si può competere con lealtà. Ma adesso so anche che c’è molta vita – fine dell’ansia, divertimento, buoni risultati – nel riconoscere e cooperare.

Anna M. Ponzellini

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