Due strade per dare forza al lavoro

L’Agorà del 4 marzo 2013 è stata, secondo me, paradigmatica: un esempio della sfida che abbiamo lanciato con questa piazza pubblica a Milano. Infatti abbiamo visto agire tre elementi importanti:

mettere in gioco diverse esperienze con tutta l’urgenza del quotidiano;

pensare insieme, creando un luogo comune che non appiattisce le individualità;

valorizzare la singole pratiche politiche per farle crescere e prendere forza.

 

Ma entriamo nel vivo dei temi discussi. Continuando un confronto avviato nelle ultime Agorà, il discorso si è focalizzato su un nodo, fondamentale: quali pratiche politiche – che comprendano sia l’esigenza del cambiamento sia la difesa sindacale – sono adeguate alle mutate condizioni di lavoro?

Mi pare che le esperienze raccontate in questo incontro abbiano focalizzato principalmente due percorsi politici, due strade maestre, entrambe difficili, tutte da percorrere, che devono contaminarsi senza eliminarsi a vicenda.

 

Valorizzare il potenziale politico del “precariato”

La prima strada è quella del lavoro che si struttura in rapporti permanentemente precari, senza per questo aspirare a entrare dentro un’azienda. È un lavoro che gestisce direttamente sia le condizioni sia l’organizzazione del proprio lavoro (cognitariato, lavoro autonomo, ecc).

I problemi di chi lavora in questo modo sono noti. Centrale il problema dell’isolamento perché si traduce in  debolezza e fragilità. C’è un primo livello – accedere alle informazioni utili per contrattare – per certi aspetti più semplice: con un poco di esperienza impari le regole correnti del settore in cui lavori o impari come procurartele, accedendo a una rete informativa che esiste.

Ma avere le informazioni-base non basta. La qualità di questi lavori, la loro umanizzazione, passa attraverso le relazioni di lavoro. Ciò significa sintonizzarsi ogni volta con nuovi contesti, capire quali sono le leve giuste, le alleanze. Dunque tirar fuori nuove energie, trovare in sé la forza. Investire molto su di sé. Troppo, da cui una grande stanchezza.

Sul fronte dei tempi, la precarizzazione fa saltare la dicotomia tempo-di-vita/tempo-di-lavoro e rende inutilizzabili tutti gli strumenti conciliativi che sono pensati per rendere compatibili entità ben distinte vita/lavoro.

Tutto ciò – informazioni, cambi di contesto, negoziazioni, rapporti interpersonali – va a costituire un altro “lavoro”, che si affianca e si intreccia con quello per il quale si percepisce reddito. Per chi è precaria/o, è dunque un lavoro permanente che occupa tempo, attenzione, fatica. Un vasto impegno individuale che non può essere delegato a nessun sindacato. Un lavoro immane, personale e interiore e insieme relazionale. Un lavorio che modifica e condiziona sia il lavoro che la vita. Ma è l’unico che, oltre a migliorare le condizioni di lavoro, può far fare quel salto simbolico che può trasformare in libertà la perdita di continuità e sicurezze.

Questa condizione complessa può dunque diventare la nostra scommessa: politicizzare il precariato. L’unica strada per uscire da una concezione del precariato come condanna. Trasformare l’inevitabile carico individuale di “lavoro sul lavoro” in una nuova competenza simbolica (politica) sul lavoro. Ma una tale competenza non si costruisce da sole/i o in uno sforzo individuale. Si costruisce in un contesto collettivo (reti? Associazionismo autonomo? Tutto da approfondire).

Prima era il sindacato quel contesto: il sindacato era una grossa agenzia simbolica del lavoro perché si basava sulla valorizzazione e difesa di competenze professionali che erano ben definite (infatti è organizzato per categorie) e uguali per tutta la vita. Adesso questo quadro è saltato completamente. E quell’agenzia simbolica, il sindacato, deve stravolgersi per ritornare ad essere efficace.

 

Modificare la pratica sindacale

E arriviamo così alla seconda strada maestra di cui si è molto discusso in questa Agorà: una pratica sindacale che si vuole modificare radicalmente, mettendo in discussione le classiche pratiche di tipo generalista che regolano il comportamento individuale in una normazione che vale per tutti. Le sindacaliste presenti all’Agorà concordano che c’è più libertà in pratiche politiche ritagliate sui bisogni individuali. Di fatto anche nel sindacato si cerca, nelle situazioni specifiche in cui ci si trova a operare, di individuare soluzioni più “su misura”. Soprattutto sulle questioni legate ai tempi vita/lavoro infatti, solo le soluzioni individuali funzionano. Le proposte universalistiche al contrario, oggi sono destinate al fallimento. La scommessa oggi è questa: un sindacalismo che sappia accompagnare anche individualmente.

C’è però il problema dell’isolamento: in generale la forza contrattuale di chi lavora è sempre più piccola di quella del datore di lavoro. E quindi diventa importante trovare un modo per ridurre a fattore comune bisogni molto diversificati. Metterli in un contenitore che dia forza contrattuale anche a chi non ce l’ha.

Questa esigenza non è una novità di oggi. Il sindacato ha sempre raccolto i bisogni e le istanze individuali. Ma trovava la sua ragion d’essere, la sua forza, nel farne diritti collettivi. Questo passaggio oggi si è incrinato e spesso non funziona.

Il meccanismo della rappresentanza sindacale d’altra parte si basava su un rapporto stretto tra lavoratori e rappresentanze. Una ex sindacalista Fiom ricordava che c’era un grandissimo lavoro di ascolto dei singoli lavoratori da parte dei sindacalisti, ore di ascolto là dove c’è l’esperienza, la competenza. Solo così si costruiva una buona piattaforma. Adesso sta diventando un sindacato di servizi da una parte e di contrattazione alta a livello di governo dall’altra. C’è anche poca formazione dei sindacalisti. Dimensioni aziendali sempre più piccole. Spesso i sindacalisti sono chiamati in extremis e arrivano catapultati da fuori.

Potremmo quindi concludere che non si può pensare di ridare forza e senso al lavoro sindacale se non si riparte proprio dalla centralità dell’esperienza delle lavoratrici e dei lavoratori. Dal dare parola e ascolto a tutti, uomini e donne, dipendenti ed esternalizzati.

Questo vuol dire anche mettere in discussione la struttura per categorie propria del sindacato universalista. La categoria è così centrale da costituire l’ossatura anche della carriera sindacale (si procede in verticale dal locale verso il nazionale, all’interno delle stessa categoria). Al contrario, oggi che c’è transizione permanente da un lavoro all’altro, da uno status ad un altro, è sempre più necessario potenziare i punti di ascolto e contatto sul territorio: forse andrebbero riscoperte le vecchie leghe! Così come andrebbe facilitata la nascita di reti orizzontali, di rapporti tra le persone.

 

C’è un’ultima osservazione che è emersa a più riprese nella discussione: riguarda donne e lavoro. Abbiamo sempre detto che le donne non sono una categoria, ma portano un punto di vista diverso su che cosa è lavoro (tutto il lavoro necessario per vivere): il primum vivere vale per uomini e donne. Su questo punto, vari interventi nell’Agorà hanno osservato: Ma cosa ne è di questa forza politica delle donne dentro il sindacato? Cosa ce ne facciamo di tutte quelle segretarie in camera del lavoro?

In Cgil le norme paritarie e antidiscriminatorie hanno portato tante negli organismi direttivi, ma non hanno cambiato le pratiche politiche e di contrattazione. Addirittura c’è il paradosso che quelle norme non sono neppure estese alle delegazioni trattanti. Che sono composte quasi solo da uomini. Così si perde un importante anello di trasmissione. Si perde la possibilità di portare l’ascolto e l’esperienza delle contrattazioni individuali in quelle collettive.

Ma le cose possono cambiare perché ci sono tante giovani che non sono innamorate delle quote, ma hanno molto bisogno di reti. E si sentono portatrici di un progetto politico per uomini e donne. Bisogna riportare dentro il sindacato il conflitto che le norme di parità hanno cancellato.

Giordana Masotto

 

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Una risposta a Due strade per dare forza al lavoro

  1. Rosaria Guacci ha detto:

    Trasformare la difficolta’ in opportunita’ ( e quindi liberta’, dice Giordana); non accettare di essere pensate – di pensarsi – come categoria, ma come pensatrici/ abitatrici dell’intero mondo, piu’ che mai di quello del lavoro; necessita’ di reti di relazione ( molto bello, in questa rivisitazione, il ritrovamento e la rittualizzazione delle “leghe” di un tempo). Alla luce di questa analisi che Giordana Masotto trae dal megliore pensiero politico delle donne inverandolo pero’ in un’analisi personale e puntuale delle nuove forme del lavoro, a me pare di non poter piu’ mancare l’ Agora’ del lavoro che si tiene mensilmente a Milano. Rosaria G.

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