Report Agorà maggio 2013: facciamo il bilancio

Agorà 27 maggio 2013

In apertura si dà lettura dell’invito.
Maggio 2011 – maggio 2013: due anni di Agorà. Facciamo il bilancio
(…) In particolare vorremmo dirci con chiarezza: Quali critiche rivolgi al progetto e alla pratica dell’A.?
La partecipazione all’A. ci dà/ha dato più forza e consapevolezza?
Come sono cambiati a Milano il lavoro e la politica in questi due anni?
Oggi il primum vivere femminista quanto e come è entrato nelle analisi e nelle pratiche politiche sul lavoro?

I primi tre interventi sono critici, anche se chi parla ha continuato a venire traendone informazioni, idee e spunti di riflessione. Maria Carla Baroni critica il taglio parziale con cui si è parlato di lavoro precario: benché per alcune poche sia una occasione di libertà, per la maggior parte delle donne è un danno grave. Lamenta poi l’abbandono di molte sindacaliste avvocate magistrate, inizialmente più presenti. Infine denuncia che “ci siamo limitate allo scambio di esperienze e pensieri e non si passa mai al che fare: proposte al comune di milano, ai programmi delle regionali, proposte di legge di iniziativa popolare”.

Antonella Nappi: “Mi aspettavo che si cercasse linea di azione e riferimento teorico, raccontare un altro modo di vivere come nel Sottosopra. Speravo ne uscisse di più e speravo anche che ci fosse più dibattito e attenzione ai pareri discostanti. L’elaborazione teorica, se pure c’è stata da parte di alcune, non è stata condivisa e fatta circolare.”

Maria Benvenuti riconosce che “dovevamo fare un miracolo: una saldatura tra politica prima e politica seconda. Inventare un percorso nuovo a partire dal taglio del Sottosopra. Dal partire da sé bisognava passare alla condivisione di obiettivi comuni. Trovare forme di lotta diverse anche fuori della politica della rappresentanza. È per questo che tante/i hanno abbandonato. Non si è dato risposta a quella esigenza. È questo che dobbiamo fare per rilanciare.”

A comporre un bilancio sono venute di persona anche donne che seguono l’A. da lontano. Per loro è una grande ricchezza e sono grate a chi dà vita e continuità all’iniziativa. Elena Schnabel, a Trento, da anni non frequenta il gruppo donne ma “avere notizie dell’A. mi dà forza e speranza che dal femminismo possa ancora venire qualcosa di buono. Ho sempre ammirato da lontano il metodo di lavoro, la ricchezza unica del partire da sé. Confrontarsi senza obiettivi prefissati. Le critiche stesse sono una conferma della ricchezza del metodo.” Anche Maria, che fa l’avvocata lavorista a Livorno, è fedele a distanza: “Mi dà forza e nutrimento. Non sottovalutate l’importanza di dare voce a un punto di vista prezioso contro l’imperante dispositivo della flessibilità. Accentuato dal disfacimento anche politico di questo ultimo periodo.” Sottolinea che per uscire dall’impotenza, per non consegnarti inerme a una misura che non è la tua è importante la pratica politica diversa: ripartire dalla forza dei propri desideri uscendo dal racconto dei propri limiti e dal dispositivo dell’inadeguatezza imposta dall’esterno.

Tornando a Milano, un terzo grazie viene da Serena Fuart: “mi ha aiutato personalmente a girare a mio vantaggio la difficile condizione di lavoro in cui ero caduta, che era molto svalutante. Frequentando l’A. mi sono data la capacità di avviare nuovi progetti.”

Nella contrapposizione tra autocoscienza e concretezza, cerca di fare il punto Lia Cigarini: “L’A. era stata pensata come racconto e confronto di esperienze con la modalità dell’autocoscienza in cui il racconto in presenza acquista senso politico. Questa modalità ha dato libertà alle donne sulla sessualità, ma sul lavoro non basta, non soddisfa. Molte già dopo il primo incontro, l’hanno detto: ‘non ho capito che cosa volete fare’. E allora si tira fuori la concretezza, che è una parola assai ambigua in politica. Tende a bloccare l’autocoscienza e l’approfondimento, a comprimere l’irriducibilità della soggettività negata nel lavoro/economia/politica. Il primum vivere non ha grandi possibilità se noi stesse togliamo valore alla soggettività di chi lavora. Ma è vero che questa modalità stenta a diffondersi. Il problema è che non c’è intorno quel movimento di ribellione su cui all’inizio avevamo scommesso, non c’è invenzione di forme di connessione adeguate alla frammentazione presente. Le precarie non possono trovare senso nel lavoro. Così si mette in discussione il partire da sé come efficace, e si vuole arrivare rapidamente a un obiettivo o a un movimento che non si vede. Io modestamente in queste condizioni considero un relativo successo dell’A. avere tenuto il rapporto con alcune sindacaliste, ma la battaglia si deve radicalizzare perché questo sindacato è quasi morto. Forse bisogna entrare in attrito, in conflitto con questo sindacato. Sinergia o conflitto? Mi interessa trovare le forme politiche.”

Sulla pratica del partire da sé Lidia Cirillo obietta che non è l’unica del femminismo, ma nell’A. è molto difficle immettere elementi diversi. “Specifico del femminismo è di entrare in qualsiasi pratica e sovvertirla. In A. possiamo adottare pratiche molteplici che siano in sintonia con le intenzioni. Per esempio in una discussione molto ampia sento il bisogno di qualcuna che relazioni, che abbia competenze; oppure si potrebbe creare un luogo aperto che diventi punto di riferimento, in cui le donne possano venire.” Lia ribatte che non c’è un’unica pratica. Acta, sindacaliste della Cgil hanno portato qui il proprio modo di pensare e agire. Su queste diversità avviene la riflessione non l’individuazione di obiettivi.

Michela Spera, Fiom nazionale, non ha dubbi: l’ha sempre lasciata perplessa l’idea emersa agli inizi di poter influire sulla amministrazione comunale. “Era una scommessa impossibile. Se volessi incidere in quella direzione mi appoggerei a quella che Lia chiama una organizzazione un po’ vecchia (il sindacato). Di certo non è con questo proposito che vengo qui.” In A. invece incontra mondi che nel suo mondo non vede: e ricorda in particolare il lavoro autonomo e le manager. Quanto al partire da sé, lo ritiene assai utile “perché la perdita di senso ce l’hai sia quando fai le cose concrete sia quando fai le discussioni”. Partire da sé vuol dire dare senso a quello che sei e fai. Circa la crisi democrazia/rappresentanza, concorda che non c’è movimento.

L’A. come piazza in cui si confronta una molteplicità di pratiche: così la sintetizza Vita Cosentino. “È un fantasma paralizzante che si debba tutte fare la stessa cosa, come vuole la concretezza. Qui invece le diverse pratiche (diversi femminismi, sindacato, ecc) si parlano e questa conoscenza allargata modifica il mio modo di vedere il mondo, mi modifica. È una ricchezza.”

Nella mancanza di movimento, l’A. è anche un luogo di resistenza, che dà spazio e voce a pratiche che altrove non hanno spazio perché tutto è dominato dalla parità: così la vede Marianna Bruno che lavora in Cgil. “Io non riesco a condividere la critica che nasce dal bisogno di concretezza: io concreta lo sono già nel mio lavoro sindacale, ogni giorno. Qui mi aspetto scambio e riflessione che mi sono molto utili e mi danno forza. Qui mi interrogo e non mi sento negata nella mia esperienza sindacale. Qui mi sento legittimata a portare nel sindacato la soggettività delle donne al lavoro. Fare rete con le relazioni. Non è semplice contrastare il discorso paritario dominante anche in Cgil. Per tutto questo sono debitrice all’A.”

È Chiara Martucci a riportare il discorso su quello che ancora non c’è nell’A., nonostante l’interesse per i confronti che avvengono e per l’alto livello rispetto ai discorsi correnti. “Non trovo l’invenzione di nuove pratiche condivise (azioni e orizzonti simbolici) spendibili altrove. Non sento che si instaurano nuove relazioni di fiducia che vanno oltre questo luogo. E non è stata superata la distanza intergenerazionale.”

Di fronte alla drammatica instabilità lavorativa e di vita che riguarda tutti, Anna Maria non vede possibilità di azioni collettive. “La solitudine è devastante: ben vengano mille A., mille luoghi in cui il lavoro è pensabile e io posso pensarmi al lavoro. Il sindacato rappresentava situazioni omogenee e non è in grado di rappresentare questa disomogeneità.”

Ma anche esportare l’A. non è semplice. Lo ricorda Clelia Mori: “Abbiamo tentato di fare A. a Reggio Emilia dentro la Cgil e sulla spinta di Paestum chiamando al confronto le donne di Femminileplurale ma è fallito perché mancava il metodo dell’ascolto, del partire da sé. Così siamo ricadute in una metodologia vecchia da sindacato/partito. Questa non è una pratica semplice perché raccogliere esperienze e dargli parole è spostare la lettura delle cose. Se abbiamo fallito è proprio perché non c’era sufficiente chiarezza sul metodo e sulla sua importanza.”

Lea Melandri ritorna sull’A. come luogo di confronto, non omogeneo, ma che ha al centro l’autocoscienza, che è agire politico: “Sono venuta all’A. proprio perché il Gruppo lavoro della libreria ha deciso di aprire un luogo pubblico in cui si poteva riprendere il confronto di opinioni. La rivoluzione del femminismo è stata riportare al politico ciò che era considerato non politico, in particolare la centralità del corpo, attraverso cui passa gran parte dell’espropriazione subita dalle donne. Per questo bisogna continuare a raccontarsi. Adesso qui si ripropone la dualità storica tra pensare e fare. Autocoscienza è fare perché modifica. È pratica. Usciamo da questa contrapposizione sterile, non siamo un gruppo di intervento politico tradizionale. Questo è il lavoro che continuiamo a fare qui: cercare i nessi corpi/lavoro, soggetti/leggi. Come si intreccia la vita personale e il corpo nel lavoro e come si può modificare, con quali pratiche e quali strumenti. Quando parla una sindacalista io sento subito se usa un linguaggio tradizionale. Purtroppo sentiamo poche politiche e poche sindacaliste che parlano questa altra lingua che ha dentro il corpo e i saperi della modificazione di sé. Più spesso parlano un linguaggio neutro con qualche contenuto da politiche di genere. Questo è un luogo insostituibile. Siamo qui a cercare i passaggi, non gli obiettivi.”

Luisa Pogliana dà un’altra testimonianza del vantaggio personale della pratica dell’A.: “So che cosa perderei se non ci fosse più. Venire qui è stato alimentarmi dei pensieri di altre, vedere cose che non vedevo, prendere forza per andare più armata nei luoghi in cui sono. Agire in modo diverso. Costruire insieme la consapevolezza Oggi è preziosissimo un luogo in cui alimenti la speranza e il senso di quello che continui a fare.” Come Marisa Guarneri: “Qui ho preso strumenti importanti per analizzare diversamente il lavoro sociale che mi impegna da tanti anni.”

Sandra Bonfiglioli invece invita ad allargare gli orizzonti: “Certamente l’A. ci ha legittimate a guardare le cose in modo diverso e ad agire ciascuna nel proprio campo. Ma la responsabilità che sento di più è nei confronti del paese: un’opera di civilizzazione, quella che le donne hanno sempre fatto. Come ci giochiamo la fertilità che sentiamo e che ci dà forza? Possiamo rilanciare l’A. ma dandoci un orizzonte di progetto. Lia nel suo libro parla di fase costituente. Io preferisco parlare di nuovo patto sociale. Ho pensato all’immagine del gong che trasmette con le sue onde un suono forte e suggestivo. Il prossimo anno possiamo essere questo. Abbiamo la forza per farlo. Perché le persone che sono qui sono intrecci di relazioni vaste.”

Giovanna Pezzuoli ha modificato nel tempo le sue aspettative, passando da una visione quantitativa (“mi aspettavo di allargare a dismisura, intercettando altre soggettività, chi vive con difficoltà nel lavoro”) alla ricchezza e intensità di alcuni momenti specifici: maternità, lavoro dipendente/autonomo, precarietà. “Momenti intensi, ma in cui non riesco a far entrare la mia soggettività, eppure per me il lavoro è stato ed è importantissimo. Per questo partecipo con meno intensità. E mi scopro afasica. Forse dovremmo parlare di relazioni di lavoro che sono quelle che mi danno problema (con le colleghe). Parlarne come nesso non come specificità.”

“Quando all’inizio dicevamo piazza pensante per ribellarsi, io intendevo una cosa precisa – dice Maria Grazia Campari – essere radicati in questa città. Poi però mi sono resa conto che questa idea è infondatissima. Come verifichiamo anche ai tavoli: niente riesce a perforare questa cortina di estraneità del comune di Milano. Forse dobbiamo cercare pratiche spendibili altrove come dice Chiara Martucci. Spendibilità esterna per me vuol dire capacità di fare rete allo scopo di ribellarsi. Continuare a interrogarci su che pratica fare insieme. Le riflessioni qui sono sempre estremamente interessanti, ma non voglio arricchirmi da sola, voglio condividere, entrare in contatto con altre persone fuori di qui. Attivare quel gong per cercare rispondenze nelle persone intorno a me.”

In conclusione Giordana Masotto sottolinea una differenza che è emersa dagli interventi: l’A. risulta essenziale, fortificante e nutriente per chi ha al di fuori di qui un suo luogo di presenza e azione politica. “Ma allora vorrei avere dentro l’A. più ritorni di ciò che avviene in altri contesti. Se l’A. elabora pensiero che poi viene speso altrove io vorrei che questo altrove fosse restituito all’A. riconoscendole la funzione di punto di riferimento. Quindi un ritorno non casuale, ma puntuale e consapevole. Oggi ci sono stati molti gesti di restituzione. È una dinamica importante che può costituire una indicazione anche per il futuro. I nessi con la realtà di Milano ci sono, ma vanno esplicitati.” Chi invece per condizioni di lavoro si sente in un vuoto, sente che l’A. non fa quello che dovrebbe fare. È dall’A. che vorrebbe una pratica da spendere. “Questo mondo di relazioni liquide non consente di portare altrove una soggettività resa più consapevole qua dentro. Quell’altrove è solitudine e isolamento.”

In chiusura invita a continuare questo confronto il 24 giugno guardando avanti, al prossimo anno. L’A. potrebbe articolarsi in momenti diversi con diversi metodi di lavoro, pensando anche a incontri fuori di qui che creino legami con realtà diverse.

(a cura di Giordana Masotto)

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