Ma voi cosa fate di concreto

di Silvia Motta

C’è una domanda che ricorre spesso quando si parla dell’Agorà: “ma voi cosa fate in concreto?”. E questa domanda è circolata con una certa insistenza anche nell’ultimo incontro: “ non c’è la ricerca di una linea di azione” ,“non si passa al fare…”.

Spero che questo argomento venga ripreso e approfondito il prossimo incontro del 24 giugno, ma già da ora voglio condividere alcune riflessioni.

Mi sembra che chi fa queste obiezioni abbia in mente che un’iniziativa politica, per potersi definire tale, deve avere degli obiettivi riconducibili a delle azioni precise quali: presentare dei progetti di legge, fare uno sciopero o una manifestazione, occupare un luogo, fare lo sciopero della fame, … in sintesi tirare fuori quel repertorio “di lotta e/o di protesta” a cui la militanza politica tradizionale ci ha abituato.

Non voglio sminuire queste forme, che in certi momenti e in certi contesti hanno avuto e hanno la loro grande validità. Ma quel che mi preme sottolineare è che nessuna di queste forme di lotta ha efficacia se non è sostenuta da una visione e da un orizzonte di senso/di significati in grado di produrre adesione e aggregazione.

E il fatto che oggi queste forme di lotta, nella loro sporadica presenza, siano diventate così poco incisive è secondo me dato proprio dal fatto che manca un orizzonte a cui tendere che sia desiderabile, che sia recepito come un miglioramento del vivere.

L’Agorà del lavoro nasce proprio dall’esigenza di produrre un miglioramento del vivere a partire dal punto di vista sul mondo/sulla realtà/sul lavoro di cui sono/possono essere portatrici le donne. E’ uno sguardo nuovo, che non ha avuto finora, nella storia, diritto di cittadinanza dal momento che l’organizzazione sociale-produttiva-politica-etica è stata concepita dai maschi, a partire dal loro vissuto unilaterale e esclusivo. Estromettendo e relegando a dimensione ‘non sociale’/privata il vissuto del mondo di cui hanno esperienza le donne.

Nell’Agorà si tenta l’ambiziosa operazione di dare contenuto e parola a questo nuovo punto di vista: che non è già scritto nei dettagli, che non è detto a sufficienza e soprattutto che non è inscritto nella cultura e nei simboli della nostra società. Che va cercato e ricercato partendo da sé per andare oltre il sé. In un confronto che potrebbe vedere anche gli uomini protagonisti se solo si mettessero un po’ in discussione. Cosa rara, per ora.

In fondo si tratta di trovare le parole per dare vita/forma/rappresentazione a delle nuove consapevolezze, che un po’ già ci sono nella vita di molte e un po’ anche nella società nel suo insieme, ma che stentano a coagularsi intorno a un sentire prepotente, che reclami davvero il cambiamento (nell’organizzazione del lavoro, nel produrre e nel cosa produrre, nella gestione dell’ambiente, nel concetto di democrazia e di rappresentanza, ecc.). A quel punto le azioni, le leggi, i provvedimenti si imporrebbero. Certo, non senza difficoltà, perché c’è in gioco moltissimo del potere, ma avrebbero la forza di un desiderio che diventa necessità.

C’è però un punto su cui un certo richiamo all’azione dell’Agorà mi trova sensibile e riguarda la necessità di “far sapere” quello che lentamente e faticosamente capiamo e desideriamo.

Oggi non c’è tam tam, non c’è diffusione spontanea dei contenuti come poteva avvenire – quasi per contagio – negli anni ’70 quando la società era percorsa e scossa da grandi movimenti. Oggi sembra che ogni iniziativa si afflosci e rifluisca su se stessa. E ciò che non passa attraverso i media è come se non esistesse (come se… certamente).

Ecco, su questo punto, che attiene la comunicazione, penso che ci vogliano idee concrete e creative da parte dell’Agorà. Per rompere l’invisibilità, per “farlo sapere”.

 

 

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Una risposta a Ma voi cosa fate di concreto

  1. Sono del tutto d’accordo con Silvia Motta che la grande difficoltà dell’oggi è la mancanza di un orizzonte di senso o, con altre parole, di un immaginario collettivo dell’alternativa che possa “dare vita/forma/rappresentazione” alle “nuove consapevolezze”; e che Agorà è uno dei luoghi in cui questo immaginario può cominciare ad affiorare.
    Un immaginario collettivo, tuttavia, non nasce rapidamente, né facilmente. L’immaginario collettivo della Rivoluzione, durato 200 anni, si è consumato anche e soprattutto per la sua unilateralità maschile. Di un nuovo costituendo immaginario il femminismo, nelle sue articolazioni, è oggi senza dubbio il principale vettore, che, però, esige un coinvolgimento radicale degli uomini, senza di che anch’esso rischia di rimanere limitato anche dalle sue stesse articolazioni.
    Gian Andrea Franchi.

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