Sperimentiamo pratiche diverse, da femministe

di Lidia Cirillo

La polemica sulla concretezza mi sembra deviante prima di tutto per il carattere troppo relativo del termine. La mia critica ad Agorà è diversa. Nella riunione di maggio ho detto, più o meno, quel che segue. Agorà ha il problema di sintonizzare le sue pratiche con le intenzioni. Finora ne abbiamo adottata una sola (lo scambio di esperienze e di opinioni), mutuata dall’autocoscienza e trapiantata in un contesto poco idoneo alla sua realizzazione. E’ probabile che questa scelta derivi anche dal pregiudizio ideologico che la soggettività, il partire da sé ecc. siano specifico femminile e femminista. Preciso:

– che questa pratica sia insufficiente e in alcuni casi inidonea lo dimostrano le difese del “partire da sé” seguite al mio intervento, che in un tempo necessariamente limitato ha dovuto affrontare un problema complesso. L’importanza di questa acquisizione del femminismo non è per me in discussione. Dovrebbero invece essere ridiscusse due cose. Prima di tutto che si tratti di un’invenzione femminile e femminista: ogni dinamica di soggettivazione adotta necessariamente il partire da sé; soggetto e soggettività sono una presenza costante nella cultura occidentale, sia nella forma del “cogito”, sia in quella della dislocazione del soggetto altrove, operata dalla psicanalisi; l’autocoscienza deriva dalle terapie di gruppo in voga negli anni Sessanta negli Stati Uniti ecc. ecc.

Tutto ciò non toglie nulla al femminismo, perché una presenza femminile critica ha incrinato, cambiato, sovvertito, capovolto ecc. ma questo è accaduto anche altrove, sia pure in misura diversa secondo il grado di resistenza del maschile in un ambiente e in un sapere… nella sociologia, nella storiografia, nei movimenti, perfino nel lavoro agricolo quando in Africa cooperative di donne hanno cominciato a produrre per proprio conto e con criteri del tutto diversi.

“Specifico femminista” non è né la soggettività, né la sessualità, né l’introspezione, né il partire da sé ma tutto questo e molto altro ancora e dappertutto la capacità di rovesciare paradigmi, certezze, relazioni, stili di vita…

Se questo è vero, come credo, allora il campo delle pratiche del femminismo diventa assai più ampio e le sue potenzialità si moltiplicano. Quando dico che abbiamo adottato una sola pratica non intendo dire certo che in Agorà c’è una sola cultura femminista, non sono cieca né sorda. Dico che le diverse culture femministe sono entrate in rapporto tra loro attraverso un’unica pratica.

Altre sarebbero possibili e utili: per esempio, per le riunioni mensili una tematizzazione più precisa, una relazione introduttiva più ampia o due relazioni in cortese polemica tra loro; per esempio, la costruzione di un luogo che possa diventare punto di riferimento per altre e in cui quindi siano garantiti una presenza più assidua e qualche servizio utile; per esempio, la presenza ai tavoli dell’amministrazione comunale o un certo tipo di relazione con il mondo sindacale, anche se gli uni e gli altri sono oggi in forte declino e assai poco attraenti, mentre altre realtà sono più vivaci e abitate… Le possibilità sarebbero tante… proprio come quelle delle donne che non hanno alcun interesse a rinchiudersi in recinti obbligati e sempre uguali.

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