Lo sguardo largo e l’accettazione della propria mediocrità, cioè della pluralità

di Antonella Nappi

E’ utile vedere le cose con uno sguardo largo nel tempo e nello spazio, nella pluralità delle ottiche e dei contesti. Le donne sono sempre state dappertutto se si guarda nella storia, Evelin Sullerot e Margaret Mead, ma anche uomini come Rodolfo Morandi e Nuto Revelli ad esempio, le descrivono come forze determinanti nella realtà del mondo. E certo, spesso oppresse. Non bisogna guardare i nostri brevi e piccoli anni ’50 e lo sguardo del piccolo ceto medio che dopo la guerra reprimeva le donne per chiuderle in casa. E’ sempre stata buona ogni occasione per chiudere le donne nel grande spazio della fatica che non ha luce pubblica e tenersi il grande sguardo della popolazione tessendo relazioni tra poteri.

Le donne hanno sempre girato il mondo e operato nel mondo (lo posso dimostrare con più tempo e spazio), il grande sguardo della storia le vede fare qualsiasi lavoro ovunque. La domesticità con cui ci vogliono indicare, l’abbiamo sempre fatta combinare con tutti quei saperi e responsabilità che ormai rivendichiamo ma anche con il racconto del sé e con ogni lavoro e responsabilità del contesto collettivo, con ogni specifico cotesto e paese, con ogni responsabilità nel complesso. E’ stata l’opera pedagogica che le donne hanno sempre condotto. Da loro è venuto ogni bene riflessivo e anche innovativo.

La differenza dell’oggi e quella che cerchiamo è un’altra. C’è sempre stata tanta violenza contro le donne e le ha sempre preoccupate, il riparo del luogo privato e della piccola comunità, “del gruppo” sono stati riferimenti accolti e cercati perché la loro voce potesse essere udita da loro stesse. Permettersi la voce alta, il mostrarsi e il rimirarsi nello spazio pubblico nel quale sono sempre state fattive, indicative del fare e del pensare, ma schive, questa è la variabile che potrebbe contare. Non hanno mai preteso lo sguardo su di sé le donne, come invece fanno gli uomini, forse perché se viste divenivano oggetto di sopraffazione. Il loro desiderio di mostrarsi doveva essere accompagnato da un riparo di qualche sorta, un uomo o la mediazione dello spettacolo, oppure si è accompagnato al rischio e al disgusto di metterlo al servizio del guadagno con il meretricio. Mostrarsi in un piccolo gruppo di donne è stato più volte ripetuto. Accettare di prendersi lo sguardo addosso senza vergogna ce lo insegnano (ma tendiamo a colpevolizzarle) e l’hanno sempre fatto alcune coraggiose. Coraggiose soprattutto di mettersi in gioco nella pubblica gogna, perché notorietà si accomuna ad essere giudicate. Coraggiose di guastare la propria immagine con gli sbagli, le superficialità, le mediazioni e i commenti che la vita collettiva pubblica ti rivolge addosso.

Vedo nel cercare d’essere voce e contenuto che altri o altre donne, nelle Istituzioni e nei diversi contesti dovrebbero raccogliere e veicolare una timidezza e una delega, una richiesta di rappresentanza come desiderio celato e al contempo una pretesa per esagerato desiderio di potere. Cercare la mediazione degli uomini per farsi rappresentare è deleterio ma anche cercare quella delle donne riservandosi il solo suggerire, il solo pensare, il solo corretto fare. Deleterio se ci si vuole mostrare alle altre donne e agli uomini, se si vuole avere una voce pubblicamente. Sia ben chiaro, l’essere la presenza nascosta nella sfera politica anche questo le donne l’hanno sempre fatto e oggi possiamo farlo più apertamente, mostrando la voce e il corpo nei gruppi di uomini e donne, se abbiamo il coraggio di porre lì la nostra diversità e la loro in discussione. Ma ci si deve esporre! Nella Piazza nelle Istituzioni non solo nei gruppi pensanti, perché è vastissimo il mondo del pubblico: di chi non ha tempo, non ha impegno, ha solo i media e la pubblicità come scuola di vita, e poi che cosa agisce? Demonizzare Istituzioni e Rappresentanza, la Piazza e i Tentativi di mostrarsi, per paura della superficialità e dell’imperfezione è umiliare il desiderio di mostrarsi e di riconoscersi e non sfruttarlo come forza di confronto politico. E’ superbia? E’ paura e timidezza di apparire peggiori di come si vorrebbe, imprecise, tante soprattutto, tante diverse, paura di confrontarci e apparire ciascuna “modesta”? C’è paura di mettersi in gioco e perdere, di rimanere sole? Davvero si è inefficaci se ci si mette allo sbaraglio? Io nella mia propria esperienza ho visto che i due effetti: l’efficacia e l’inefficacia erano compresenti e seguivano vie e tempi diversi. Rinunciare alla perfezione, al riparo, esporsi anche nei terreni che sono stati costruiti dagli uomini nella vita politica, accettare di ascoltare l’altra che con te è in disaccordo, perdere, restare sola per un periodo, mettersi nel disagio, se l’uditorio valorizza il confronto e non si schiera per ripararsi, questo allarga la voce delle donne e le possibilità per le donne.

Parlare di “contenuti” collettivi, di Leggi, di Norme, tutto ci può schiacciare un pò ma qualche cosa si salva. Peggio è lasciare andare il mondo agli uomini perché ci fa troppa fatica battagliare con loro e tra noi. Io penso che si parla di se stesse davvero, cioè anche delle motivazioni che ci spingono a dire, se non ci nascondiamo dal dire come vogliamo il mondo e come oggi ci appare, se ci si mette allo sbaraglio anche nell’immaginare il mondo, si ha la forza di aggregare le altre e gli altri.

Antonella Nappi

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