Verso un nuovo patto sessuale: dalla Costituente del 1946 a oggi

di Lola Santos Fernandez

intervento al convegno Transiciones (Acto II) Modelos de Derecho del Trabajo y cultura de los juristas, Universidad de Castilla-La Mancha, Albacete, 17 dicembre 2015

Io parlerò di un’altra transizione: la transizione verso un nuovo patto sessuale che inizia a germinare nella Assemblea Costituente italiana – nel farsi del patto costituzionale – quando si mette in questione il vecchio contratto sessuale, che poggia, tra altre cose, nella relazione tra ordine simbolico patriarcale e divisione sessuale del lavoro. La divisione sessuale del lavoro secondo uno schema gerarchicamente ordinato – uomini sopra/donne sotto; uomini fuori/donne dentro la casa – è stata una costante di tutte le società storiche conosciute e precede i rapporti di produzione capitalistici. In Occidente, la specifica forma che la divisione del lavoro tra i sessi ha assunto nella fase prima mercantile e poi capitalistica ha raccolto e confermato questa eredità simbolica, istituendo la sfera del lavoro salariato “produttivo” come sfera maschile e quella domestica “non produttiva” come sfera femminile. E ha anche ordinato simbolicamente i lavori maschili e femminili nel mercato secondo un simile ordine gerarchico (segregazione verticale e orizzontale). (Giordana Masotto). Nei dibattiti dell’Assemblea, questa separazione e questo ordine incominciano a essere messi in discussione in tre direzioni principali:

  1. Abbozzo di una nozione più ampia di lavoro che comprenda tutto il lavoro necessario per vivere

  2. Valorizzazione del lavoro riproduttivo portandolo alla luce

  3. Arricchimento del lavoro produttivo con saperi derivanti da quello riproduttivo.

1. La nozione di lavoro

Nel dibattito costituente sull’articolo 1, L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, si parlò molto di cosa si dovesse intendere per lavoro e, benché non intervenisse nessuna delle 21 donne dell’Assemblea (composta da 556 membri), ci furono diversi interventi interessanti.

Ad esempio, nella discussione se fondare la Repubblica italiana sul “lavoro” o sui “lavoratori”, si disse: “Abbiamo usato il Il termine ‘lavoratori’ in quanto più comprensivo, in quanto in esso si può ritrovare chiunque partecipi col braccio o col pensiero, con attività manuali o spirituali, teoretiche o pratiche, alla vita, al progresso, alla ricchezza della Nazione” (Renzo Laconi, maestro, comunista).

Sul valore del lavoro nella società si disse: “Il lavoro, insomma, come elemento che assume valore nell’armonia dello sforzo collettivo perché l’individuo vuoto non ha senso se non in quanto membro della società. Nessuno vive isolato, ma ciascun(o) uomo acquista senso e valore dal rapporto con gli altri uomini; l’uomo non è, in definitiva, che un centro di rapporti sociali e dalla pienezza e dalla complessità dei nostri rapporti esso può soltanto trovar senso e valore (Lelio Basso, socialista, avvocato).

E anche: “Non è la Repubblica degli operai e dei contadini quella che concepiamo, né quella degli operai e contadini più tecnici e i professionisti; ma una Repubblica nella quale abbiano cittadinanza anche le attività non meramente economiche, una Repubblica in cui ci sia posto per tutti i cittadini partecipanti utilmente alla vita nazionale” (Paolo Rossi, socialista, docente universitario).

Ora io mi domando: non è forse questo il modo in cui storicamente le donne hanno partecipato con il loro lavoro alla società? Con un lavoro di partecipazione alla vita, al progresso, alla ricchezza della nazione, anche quando non si tratta di attività meramente economiche, ma utili alla vita nazionale, lavorando e dando senso al lavoro attraverso le relazioni? Senza dirlo esplicitamente, questi uomini di sinistra si riferivano anche al lavoro di creazione e ri-creazione della vita che fanno più le donne degli uomini. Ma non potevano nominarlo perché per loro l’attività produttiva era misurata sul corpo maschile. E questo è confermato dal silenzio delle donne presenti: sono assenti dal dibattito e quindi manca qualsiasi riferimento al lavoro domestico.

Questo iniziale silenzio femminile nell’Assemblea Costituente potrebbe essere frutto di un atteggiamento di prudenza politica, cosa che non si ripete più avanti, soprattutto nel dibattito sull’art. 37: La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a paritá di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro debbono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

Qui le donne si autorizzano a parlare… e come parlano!

Sulla nozione di lavoro in generale, il dibattito tra le tre donne più attive del processo costituente – Maria Federici (maestra, democristiana) Angelina Merlin (maestra, socialista) e Teresa Noce (operaia, comunista), tutte tre con un ruolo rilevante nella Resistenza antifascista – incominciava a mettere in questione le basi del vecchio patto sessuale. In una delle discussioni iniziali su quale lavoro femminile tutelare o su chi considerare titolare di diritti soggettivi, Teresa Noce dice:

La lavoratrice capo di famiglia è quella che mantiene la famiglia e per mantenere la famiglia fa un lavoro. Ma la donna lavoratrice non è soltanto l’operaia, bensì anche quella che, avendo una numerosa prole da allevare, non può lavorare; in tal caso viene a mancare la qualifica di capo-famiglia che le consentirebbe di godere di determinata assistenza. La donna operaia ha qualche diritto, ma la donna casalinga, la massaia rurale, la contadina non hanno nessun diritto all’assistenza.”

Benché i concetti di riferimento siano il lavoro produttivo e le sue misure classiche di valorizzazione – salario, stabilità e garanzie (di fatto facevano riferimento al diritto all’assistenza economica) – queste donne incominciano ad avere buone intuizioni sul considerare “lavoro” anche l’attività della casalinga, sul lavoro riproduttivo e la necessità di dargli riconoscimento, valore sociale, in questa fase per mezzo di un “salario assistenziale”.

2. La valorizzazione del lavoro riproduttivo

Per andare avanti in queste riflessioni – come dare valore al lavoro di creazione e ri-creazione della vita – le costituenti devono affrontare le conseguenze dell’intervento maschile che impone un nuovo tema di discussione: “la funzione essenziale familiare”. Molto polemica fin da subito. Questo le fa deviare momentaneamente dai loro interessi politici e, forse, anche dai loro desideri (succede spesso, anche oggi). Quegli uomini, temendo che l’uguaglianza salariale rappresenti un invito costituzionale ad abbandonare le case, vogliono ricordare alle donne quale sia il loro posto originario esaltando il loro ruolo familiare. Ma vediamola questa “essenziale funzione familiare”:

Il vostro luogo naturale è la casa, la famiglia, il focolare, siete gli angeli della famiglia…” queste e altre simili furono le parole usate dai democristiani per illustrare il ruolo essenziale della donna nella famiglia. Che non decidessero di lasciare le case adesso che gli si riconosceva la possibilità di lavorare fuori con un salario uguale! disse un democristiano. Tutto ciò produce un dibattito inizialmente soprattutto maschile, dal momento che è in gioco la loro posizione privilegiata nel contratto sessuale. Solo la comunista Nilde Iotti interviene in un primo momento contro quell’espressione, preferendo parlare solo di “missione familiare”. Perché, come poi avrebbero detto le altre donne, certamente era qualcosa di importante e di cui cercavano di riappropriarsi. Questo fu il gesto politico in quel momento: riappropriarsi della maternità e del lavoro riproduttivo risignificandoli.

Così Maria Federici cerca di risignificare questa “essenziale funzione familiare” da un altro punto di vista: non dalla non-libertà come pretendono i suoi colleghi di partito, ma dalla importanza di questa funzione per la società. Per la Federici, questa funzione della donna è essenziale non solo per la famiglia ma per l’intera società. Dice: “io credo che appartenga alla esperienza di tutti che la donna dispieghi nella famiglia un complesso grandioso di attività, il cui valore è notevolissimo anche dal punto di vista economico”.

Il blocco femminile di sinistra invece, preferisce proporre la sostituzione dell’espressione “essenziale funzione familiare” – viziata all’origine – con la parola “madre”, dando a questa la posizione fondamentale che dovrebbe occupare in qualsiasi società. La socialista Angelina Merlin, facendosi portavoce del blocco femminile della sinistra assembleare, dice:

Noi sentiamo che la maternità, cioè la nostra funzione naturale, non è una condanna, ma una benedizione e deve essere protetta dalle leggi dello Stato senza che si circoscriva e si limiti il nostro diritto a dare quanto più sappiamo e vogliamo in tutti i campi della vita nazionale e sociale, certe, come siamo, di continuare e completare liberamente la nostra maternità (…). Io penso che la Costituzione, assicurando una adeguata protezione alla madre ed al bimbo, avrebbe garantito la difesa della società tutta intera e si sarebbe data un suggello di nobiltà, includendo la parola più bella e più santa nella quale si compendia la vita: Madre”.

La redazione finale dell’articolo risulta composta da entrambe le espressioni: “essenziale funzione familiare” e “madre”. Il confronto sostenuto da queste donne di fronte alla provocazione maschile, per cercare di ricondurre la società verso un ordine simbolico materno, dimostra che si stava iscrivendo nella Costituzione l’embrione di un nuovo patto, in cui il lavoro riproduttivo, più materno che paterno, ha un valore centrale. La valorizzazione del lavoro riproduttivo è, se non negli obiettivi, nella cultura delle madri costituenti.

3. L’arricchimento del lavoro produttivo con saperi derivanti da quello riproduttivo

Questo intento si legge nelle parole della Merlin quando dice, come abbiamo visto sopra: “il nostro diritto a dare quanto più sappiamo e vogliamo in tutti i campi della vita nazionale e sociale, certe, come siamo, di continuare e completare liberamente la nostra maternità”. Portare la maternità, la civilizzazione, la vita al lavoro… è questa l’invenzione che viene concepita in questa fase e che si sviluppa alcuni anni più avanti con Il doppio sì (Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne di Milano).

Questo discorso appare chiaro anche nella parte finale della discussione sull’accesso delle donne alla magistratura (art. 106). Di fronte alle obiezioni maschili che le considerano instabili, corpi emotivi e sentimentali o passionali, alcune rispondono proprio sostenendo che il femminile è un di più per il lavoro produttivo e, in questo caso, per il lavoro di giudici e quindi per il diritto. Maria Federici fa riferimento a una specie di “tipicità femminile”: “da un lato una raffinata sensibilità, una pronta intuizione, un cuore più sensibile alle sofferenze umane e un’esperienza maggiore del dolore non sono requisiti che possano nuocere, sono requisiti preziosi che possono agevolare l’amministrazione della giustizia”. Nella stessa direzione, Maria Maddalena Rossi, chimica, comunista, sostiene che “le qualità di sensibilità, di intuizione, di tenacia, di pazienza, di coscienza, il senso di umanità che spesso si riscontrano nella donna, uniti alla conoscenza profonda del diritto, troverebbero un impiego infinitamente utile nel campo della Magistratura”. Come dimostra – rispondendo a un’obiezione del socialista Giovanni Persico – Il mercante di Venezia, dove Shakespeare fa agire “un giudice dotato di finezza, di cuore, d’intelligenza de onestà, un giudice che amministri la giustizia vera (…) la giustizia dello spirito della legge e non della lettera soltanto”. Questo magistrato è una donna, Porzia, la quale salva la vita di un innocente che dovrebbe pagare con una libbra di carne del suo petto. Porzia si appoggia a una legge che non menziona il sangue e quindi invita i presenti a tagliare un pezzo di pelle senza spargere sangue. La capacità interpretativa di Porzia, per Giovanni Persico è segnale di una cattiva amministrazione della giustizia perché un giudice uomo avrebbe detto che “è vietato dalla morale, non si può vendere il proprio corpo, che è una domanda inammissibile, è contra legem, il tuo contratto è nullo. E con una questione di diritto avrebbe risolto il problema, senza ricorrere al cavillo della carne e del sangue”. Per Maddalena Rossi si tratta invece di andare oltre la legge, aprendo spazi alla giustizia con l’imprevisto femminile. Ecco di nuovo il germe di un’altra pratica, quella che ha a che fare con il modo in cui molte donne entrano nei luoghi della giustizia e che, in realtà, non è tanto diversa da come lo fa Porzia (Diana Sartori).

Dalla Costituente ai giorni nostri il processo di ridefinizione del patto sessuale è andato avanti, benché continui a trattarsi di una transizione incompiuta.

A partire dagli anni sessanta, sia in Italia sia in altri paesi, le donne in prima persona e questa volta in massa mettono radicalmente in questione l’ordine simbolico dominante. Su tutti i fronti, dalle relazioni quotidiane tra i sessi fino al diritto: riforma del diritto di famiglia (1975), depenalizzazione dell’adulterio (1968), libertà di divorzio (1970), legalizzazione dell’aborto (1978); nel lavoro, tutela della maternità e legge di uguaglianza del 1977.

I guadagni di questo processo giuridico sono stati molti e vanno oltre l’aspetto giuridico. Perché non si tratta solo di ciò che si è cristallizzato nelle leggi, molte delle quali ambiguamente maschili: il fatto è che il movimento delle donne ha prodotto molta autocoscienza e coscienza politica, e questo ha permesso alle donne di riappropriarsi dei propri corpi, di praticare la libertà femminile relazionale, di esprimere nuove forme politiche. Sono guadagni che in se stessi comportano la rottura del vecchio patto sessuale e a partire dai quali si continua a rinegoziare il nuovo patto e si fanno passi avanti sul punto che sta al centro della rottura della divisione sessuale del lavoro. Questo punto centrale è la elaborazione di una nozione di lavoro ampia e univoca, in cui far confluire tutti i semi sparsi nell’Assemblea Costituente, e che oggi ha già un inquadramento politico – teorico e pratico – molto avanzato.

Quindi – come ci ha detto Laura Mora in Atto 1 delle Transizioni – “il lavoro è molto di più”. E così è, il lavoro non è solo attività materiale e immateriale, ma è anche costruzione simbolica (di senso) impregnata di vita sociale, è strumento di autorealizzazione, fattore di creazione, di autonomia, di responsabilità e di relazioni (Laura Pennacchi). La ricomposizione del lavoro, produttivo e riproduttivo, si fa a partire dalle donne come soggetti complessi – in quanto ricompongono le dicotomie anima/corpo; produttivo/riproduttivo; ecc. – il che incide a sua volta sulla nozione stessa di soggetto, dal momento che tutti e tutte possiamo riconoscerci come soggetti interdipendenti e vulnerabili (Giordana Masotto). Questi nuovi soggetti plurali compiono una trasformazione dello spazio pubblico attraverso pratiche o lavori di cittadinanza che raccolgono esperienze coscienti e consentono numerose innovazioni. E, proprio perché nascono da soggetti interdipendenti e sono fatti da competenze reali, consentono cambiamenti e costruiscono civiltà, con una costruzione fatta di parole e con uno sforzo che risponde al desiderio di un senso nuovo di benessere o felicità (Marisa Forcina). Accettare l’interdipendenza, condizione per l’esistenza dell’umanità in società non patriarcali, comporta che la società nel suo insieme si renda responsabile del benessere e della riproduzione sociale. Ciò comporta un cambiamento nella nozione di lavoro e la rinegoziazione dei tempi delle persone: redistribuendo il lavoro remunerato e “obbligando” gli uomini e la società a farsi carico della parte di cura che tocca loro, come ci dice la ecofemminista Yayo Herrero nel libro L’ecologia del lavoro. Il lavoro che sostiene la vita, a cura di Juan Escribano e Laura Mora. Questo libro ci indica come avanzare in questo percorso tracciando “una nuova mappa dei lavori socialmente necessari per soddisfare i bisogni delle persone in comunione con la realtà di tutti i viventi e con i doni con cui conviviamo” (Laura Mora).

Oggi in questo seminario abbiamo potuto partire da un’origine, l’Assemblea Costituente, e proprio quello che è accaduto dopo – la rivoluzione delle donne a partire dagli anni sessanta/settanta – ci consente di dare un senso alle parole e ai silenzi del dibattito costituente e ci invita a raccogliere la sfida che è nata allora e che si potrebbe esprimere nella riscrittura dell’art. 1 della Constituzione italiana: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro necessario per vivere.

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